Ecco perché mezzi della Coast Guard andranno a controllare la pesca illegale cinese nel Pacifico – dove troveranno unità giapponesi e australiane

Una settimana fa il Consigliere per la Sicurezza nazionale statunitense, Robert O’Brien, ha annunciato che presto unità della Guardia costiera saranno dispiegate nel Pacifico per controllare le attività di pesca cinesi. Si tratta dei Fast Response Cutters, barche agili e veloci armate con un cannone automatico con 3km di raggio e quattro mitragliatrici manuali. Sono perfette per intercettare pescherecci che operano in maniera scorretta, sia in termini geografici (pescano in acque vietate o in Zee di altri Paesi) o con metodi illeciti (le raccolte dopo aver fatto esplodere cariche di dinamite in acqua) o ancora pescano specie protette. L’annuncio di O’Brien è passato in secondo piano tra il rumore del rush finale per le presidenziali, ma è un altro tassello del confronto Usa-Cina che con ogni probabilità andrà oltre Usa2020.

“La pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata della Repubblica popolare cinese e le molestie nei confronti delle navi che operano nelle zone economiche esclusive di altri Paesi nell’Indo-Pacifico, minacciano la nostra sovranità, nonché la sovranità dei nostri vicini del Pacifico e mette in pericolo la stabilità regionale”, ha detto O’Brien spiegando che l’appoggio logistico del dispiegamento saranno le isole Samoa Americane, situate nel Pacifico meridionale, a est dell’Australia. Molto possibile che i cutter facciano base anche altrove però, per esempio a Guam e Palau: si tratta di una presenza militare aggiunta, in grado di produrre ulteriore deterrenza, ed è vero che l’obiettivo è la pesca, ma è altrettanto noto come Pechino utilizzo anche le flotte di pescherecci per azioni prepotenti con cui marcare la propria presenza geopolitica nella regione (e non solo).

La Cina è il più grande Paese pescatore al mondo, supera di 3,6 volte gli Stati Uniti e di 5,4 il Giappone stando ai dati (del 2018) della Banca Mondiale. Un report di un think tank londinese specializzato anche sui temi della pesca, l’Overseas Development Institute, segna 17mila pescherecci cinesi attivi (dalle cinque alle otto volte rispetto a quanto finora previsto). I cinesi vengono considerati i maggiori responsabili della crisi globale della pesca, e sono in cima alla classifica dell’“Illegal, Unreported and Unregulated Fishing Index”, indice prodotto da due società di consulenza e analisi (una inglese e l’altra svizzera), proprio per individuare chi è maggiormente responsabile di attività di pesca illegali.

Come più volte registrato di recente, anche in questa iniziativa gli Stati Uniti non sono soli. Sfruttando gli interessi nazionali dei paesi della regione, trovano infatti sponda in partner e alleati. Innanzitutto l’Australia, che da tempo si sta occupando di aiutare i paesi-arcipelago del Pacifico a difendersi dalle attività predatoria cinese. Poi chiaramente c’è il Giappone: la marina di Tokyo opera pattugliamenti dal Mar Cinese allo Stretto di Malacca (ambito talassicratico di interesse indiano dove l’allineamento del Quad torna attivo anche sul mondo della pesca). I giapponesi collaborano con Vietnam e Indonesia, con cui hanno siglato cooperazioni militari, ma anche con Malesia e Filippine, dimostrando di avere un’agenda simile a quella americana, ma personale.

Il tema è sempre quello della libera di navigazione, cruciale per la pesca, vettore per il contenimento cinese. Restando sull’argomento stretto, da un riepilogo fornito dall’Asia Times si capisce quanto sia profonda nel mondo l’attività di pesca (a volte illegale) cinese. Nel 2016 la guardia costiera argentina sparò contro pescherecci cinesi che pescavano dentro la zona economica esclusiva dell’Argentina. Nel 2010 una nave cinese che pescava nelle acque delle Senkaku (piccolo arcipelago nel Mar Cinese Meridionale, a nord-est di Taiwan conteso tra Tokyo e Pechino) si scontrò con un’unità navale giapponese creando un incidente diplomatico. A inizio anno sono scattate sulla difensiva le Galapagos, a inizio mese la guardia costiera giapponese ha respinto navi cinesi mentre pescavano tra le acque della prefettura di Ishikawa. Pescherecci cinesi aiutano i cartelli messicani a pescare il totoaba, la cui vescica natatoria è usata nella medicina tradizionale cinese e chiamata la “cocaina del mare” dai narcotrafficanti: la pesca è vietata perché la specie è estinzione, ma viste le sue proprietà nel mercato nero alimentare vale anche 50/60 mila dollari al chilo. Messico, Cile e Perù hanno iniziato attività di difesa congiunte per proteggersi dalla Cina e non è detto che i Fast Response Cutters americani non sfruttino anche questo allineamento in funzione anti-Pechino.

(Foto: una flottiglia di pescherecci cinesi ripresi dal Global Times)

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