L'elezione di tre regimi autoritari come Cina, Russia e Cuba nel Consiglio Onu per i diritti umani è l'ennesimo segnale di una profonda crisi del sistema multilaterale. In questa crisi nasconde le sue debolezze l'Ue, che pure dovrebbe essere paladina dei diritti, mentre a difenderli apertamente rimangono solo gli Stati Uniti. Il commento di Laura Harth

Il Nobel per la Pace è stato assegnato quest’anno all’insegna del “multilateralismo”, strumento chiave per la risoluzione dei problemi moderni secondo la dichiarazione ufficiale. Ma l’elezione dei nuovi membri per il Consiglio per i Diritti Umani, ieri 13 ottobre, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, ci dimostra ancora una volta quanto l’attuale sistema multilaterale sia allo stremo nel proseguire i suoi principi fondanti.

Tra gli Stati eletti per i prossimi tre anni al Consiglio di 47 con sede al Palais des Nations a Ginevra ieri troviamo Cuba, Pakistan, Russia e la Repubblica popolare cinese. Paesi ben conosciuti nella comunità per i diritti umani per il loro record stellare di violazioni e abusi gravi, nonostante il fatto che la Risoluzione 60/251 dell’Unga con il quale il Consiglio è stato costituito nel 2006 stabilisce chiaramente che gli Stati membri devono prendere in considerazione “il contributo dei candidati nella promozione e la protezione dei diritti umani”. Inoltre, va considerato anche l’impegno dei candidati a “cooperare pienamente con il Consiglio”.

Nelle settimane precedenti la votazione, una coalizione internazionale di ONG si era mobilitata per invitare gli Stati membri a non votare per i quattro Paesi citati sopra – in un sistema che non permette il voto contrario e su schede regionali che anche questa volta prevedevano nessuna competizione per quattro delle cinque schede. L’unica regione in cui vi erano più candidati che posti disponibili era quella asiatica, competizione in cui uno dei Paesi maggiormente contestati dalla coalizione, l’Arabia saudita, ha perso.

E sebbene le votazioni siano segrete, sembra che nonostante la loro elezione, la campagna e la maggiore consapevolezza dei Paesi democratici – mobilitati da una dichiarazione congiunta del giugno 2017 promossa dai Paesi Bassi ma sottoscritta da 47 Paesi tra cui anche l’Italia con l’obiettivo di tenere fermi i principi dei diritti umani come stabiliti nella Dichiarazione Universale nell’elezione dei membri del Consiglio – abbia portato qualche frutto, certo non sufficiente a prevenire l’elezione. La Repubblica popolare cinese infatti ha riportato 139 voti, 41 in meno di quanto non ne raccolse nel 2016. Una chiara indicazione che negli ultimi quattro anni qualcosa è cambiato.

Al contempo, la sua elezione, come quella dei suoi compari autoritari, è anche una chiara indicazione che “c’è qualcosa di marcio” nel sistema multilaterale, basato sul intergovernamentalismo perfetto. Ed è in questa chiave che la diatriba attuale sui meriti o meno di questo sistema multilaterale va letto.

Da un lato abbiamo l’adagio popolare di un governo statunitense che si è ritirato dal modello multilaterale, a partire dal suo ritiro dello stesso Consiglio per i Diritti Umani nel giugno 2018 o dagli accordi sul clima.

Uno spazio che la Repubblica popolare si è affrettato a riempire con grandi dichiarazioni sull’importanza del multilateralismo e la sua prontezza a giocarne un ruolo chiave. Si potrebbero scrivere pagine intere sulle ambizioni dichiarate della Cina in tema climatico e paragonarle alla realtà e i piani d’industrializzazione interne per dimostrare con grande facilità quanto le parole non corrispondono ai fatti, ma ci concentreremo qui sulla questione dei diritti umani (per chi vuole comunque, e a rischio di essere accusata di propaganda, sul tema clima ne ha fatto un ottimo elenco il Dipartimento di Stato statunitense).

Sul piano dei diritti umani, è evidente che la Cina non si limita più a violarli su scala massiccia all’interno dei suoi confini. Sono ormai note ai lettori di Formiche.net le innumerevoli atrocità e gli abusi commessi nello Xinjiang, in Tibet, in Mongolia meridionale, per non parlare della stretta sempre maggiore sulla popolazione di Hong Kong.

Da qualche anno però, Pechino non si accontenta più di negare semplicemente i diritti sanciti universalmente e sottoscritti dallo stesso governo cinese: cerca attivamente di minare i meccanismi e gli organismi internazionali istituiti proprio per fornire un livello di protezione quando esso viene negato sul piano nazionale. Lo sviluppo senza diritti che il Partito comunista ha sancito all’interno della Cina è diventato uno strumento di politica estera diffuso in tutto il mondo.

Al centro di tale politica risiede l’adagio della“non-interferenza” negli affari interni degli Stati sovrani che devono collaborare per uno sviluppo di mutuo beneficio sul quale altare i diritti umani individuali sono sacrificabili. Dovrebbe essere evidente che una tale proposta sia diametralmente opposta al principio di base dei diritti umani universali, che si basano proprio sull’idea che tali non possano essere limitati dagli Stati nazionali e che la comunità internazionale intera ha una responsabilità a promuoverle e a proteggerle, ognuno al suo interno ma anche all’esterno.

Tuttavia, nonostante un gruppo crescente di Stati – come già accennato sopra – sia sempre più consapevole del danno potenziale che la Cina cerchi di apportare al sistema multilaterale per i diritti umani attuale, la “democrazia” tra Stati dove un voto vale uno – principio che la Cina sa sfruttare nei fori internazionali quanto lo sa negare al suo interno – fa anche sì che è di fatto diventato impossibile anche solo condannare il Paese per i suoi crimini quotidiani tramite una dichiarazione votata da una maggioranza all’interno del Consiglio Diritti Umani.

È un evidente limite del sistema del multilateralismo intergovernativo perfetto, in cui la supremazia dello Stato rimane comunque assoluto. La stessa questione riguarda l’impossibilità di svolgere delle missioni investigative all’interno del territorio cinese, in tema di diritti umani così come nel tema attualissimo dell’inchiesta internazionale sulle origini del Covid19 dove l’Oms aspetta ancora – ancora ! – l’approvazione della lista degli esperti da parte del governo cinese per poter svolgere l’indagine in loco. Mossa che preoccupa non poco altri Paesi membri che temono per l’indipendenza e l’oggettività dell’inchiesta.

La resistenza di Pechino a collaborare in modo leale con le istituzioni per la salute pubblica globale nella crisi del Covid19 non deve essere percepita come una anomalia. È il modo espresso in cui Pechino intende il multilateralismo ed è un chiaro e preoccupante esempio delle conseguenze per le persone in tutto il mondo non solo di un governo che disdegna gli obblighi internazionali in materia di diritti umani ma, sempre più, cerca anche di riscrivere quelle regole in modo che possono influenzare l’esercizio dei diritti umani in gran parte del mondo. Un’operazione svolta non solo per affermare la sua leadership mondiale, ma anche e innanzitutto per garantire la continuità del potere di un Partito comunista allergico e pauroso delle critiche.

È comprensibile quindi che gli Stati Uniti abbiano cominciato a pensare a sistemi alternativi di cooperazione multilaterale e internazionale, con una enfasi su un commercio equo tra Paesi che condividono non solo regole economiche ma anche valori e principi. In reazione alla votazione ieri, il Segretario di Stato Mike Pompeo ha dichiarato su Twitter:

“L’elezione di Cina, Russia e Cuba al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite convalida la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dal Consiglio nel 2018 e di utilizzare altre sedi per proteggere e promuovere i diritti umani universali. All’Unga quest’anno abbiamo fatto esattamente questo. L’impegno degli Stati Uniti per i diritti umani è molto più che semplici parole. Abbiamo identificato e punito coloro che violano i diritti umani nello Xinjiang, in Myanmar, in Iran, e altrove, e chiediamo alle nazioni di cogliere questo momento per impegnarsi nuovamente con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.”

È innegabile che negli ultimi anni, gli Stati Uniti sono stati infatti un faro di libertà e di difesa dei diritti per tante popolazioni nel mondo colpite dalle più gravi oppressioni. Un faro promosso in modo assolutamente bipartisan e con misure tempestive e concrete. Un esempio che l’Unione europeo – anch’essa vittima dell’intergovernamentalismo perfetto – stenta a seguire, rimanendo spesso ferma alle dichiarazioni di “gravi preoccupazione” e richiami al multilateralismo – anche con la Cina.

I numeri della votazione di ieri tuttavia lasciano intendere che in quella sede anche i Paesi europei hanno votato con la coscienza. Che sia un incoraggiamento a percorrere con maggiore convinzione la strada della promozione e la protezione dei diritti umani nel mondo, come lo prescrive l’atto fondativo dell’Unione stessa, magari adottando finalmente – e come promesso dal dicembre 2019 – quello strumento potente del Magnitsky Act per sanzionare gli individui che si macchiano delle violazioni contro i diritti umani di cui gli Stati Uniti si sono dotati da tempo e di trovare una strada multilaterale magari alternativa alle vie tradizionali ma ferma nei suoi principi e valori.

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