Taiwan si arma. La Casa Bianca ha pronta una commessa importante per trasformare Taipei in un'isola corazzata pronta a respingere un eventuale assalto cinese. E gli americani chiedono alla presidente Tsai Ing-wen di continuare a sviluppare deterrenza

Secondo otto fonti sentite dalla Reuters, la Casa Bianca starebbe procedendo per chiedere al Congresso di autorizzare la vendita a Taiwan di droni MQ-9 Reaper e sistemi di difesa missilistica terra-mare Harpoon. Questa serie di commesse segue di pochi giorni un altro che riguarda lanciarazzi multipli semoventi M142 Himars, missili aria-terra a lungo raggio Slam-Er, e pod elettro-ottici per i cacciabombardieri F-16. Questi tre contratti sono stati già notificati – sempre secondo la Reuters– ai legislatori: un chiaro segnale di come gli Stati Uniti intendono chiudere commessa e fornitura velocemente, addirittura prima del 3 novembre, se si considera che le voci di tali accordi sono iniziate a circolare soltanto lo scorso mese (sempre sulla Reuters, che evidentemente ha un canale sul tema).

Tutte le indiscrezioni non sono mai state smentite, e questo significa che sono state fatte uscire ad arte. Ossia, sono informazioni date ai giornalisti affinché ne scrivessero: un modo per evitare per adesso i comunicati ufficiali – e infatti il dipartimento di Stato ha risposto con un no comment alla notizia. Ma sull’ufficialità ci sono pochi dubbi, tant’è che l’ambasciata cinese negli Usa ha diffuso nei giorni scorsi una dichiarazione con cui ha sollecitato Washington a bloccare la commessa multipla al fine di “evitare gravi danni alle relazioni Usa-Cina e alla pace e alla stabilità nello Stretto: la Cina fornirà una risposta legittima e necessaria in base a come si sviluppa la situazione”.

In totale, sarebbero in ballo 5 miliardi di dollari di spedizioni militari. Tra tutte le forniture, la più importante è certamente quella dei Reaper: l’amministrazione Trump ha deciso di reinterpretare un accordo internazionale sugli armamenti, il Missile Technology Control Regime (MTCR), e vendere più sistemi droni ad altri paesi. Washington ha scelto Taiwan per avviare questa nuova policy, esattamente come la presidente Tsai Ing-wen fu la prima leader internazionale a parlare col neo-eletto Donald Trump. Volontà chiare, con un significato netto: spostare il peso politico americano su un dossier scabrosissimo per la Cina – che considera Taiwan una provincia ribelle da riannettere al mainland anche con le armi.

Rafforzarla militarmente fa parte della strategia del porcospino,  di cui la scorsa settimana ha parlato (in un intervento all’università del Nevada, a Las Vegas) il Consigliere per la Sicurezza nazionale, Robert O’Brien. Sviluppare deterrenza in situ è fondamentale per Washington, che recentemente ha chiesto di fare di più in questo senso. Taipei ha annunciato di alzare del 10 per cento la spesa militare, ma agli Stati Uniti ancora non basta. Concetto esplicitato chiaramente da David Helvey, assistente del segretario di Stato per l’Asia orientale, che intervenendo allo Us-Taiwan Business Council ha detto: “Questi aumenti (di spesa), sebbene siano un passo nella giusta direzione, tuttavia, non sono sufficienti per garantire che Taiwan possa sfruttare la sua geografia, tecnologia avanzata, forza lavoro e popolazione patriottica per incanalare i vantaggi intrinseci di Taiwan necessari per una difesa resiliente”.

Il punto è piuttosto centrale nelle relazioni tra Washington e Taipei e sviluppi collegati che riguardano la Cina. Gli americani la soluzione è trasformare l’isola nel porcospino – sistemi anti-nave per bloccare eventuali sbarchi, flottiglie agili, lanciatori d’artiglieria mobili, rinforzo della copertura aerea – e renderla corazzata. Sarebbe questo il modo per scongiurare un’aggressione da parte della Cina. Per Taiwan però armarsi è solo una parte dello sviluppo della deterrenza, ma il grosso vorrebbero crearlo grazie al supporto completo da parte degli Stati Uniti. Ossia, vorrebbero che il coinvolgimento diretto americano aumentasse e facesse di per sé da garanzia per non subire un attacco da parte della Cina.

In cambio il governo taiwanese promette di partecipare alle attività di sicurezza e monitoraggio della rotte asiatiche, e garantisce disponibilità nel tema dibattuto della “libertà di navigazione” che Washington ha a cuore perché proxy con cui gestire sia la presenza lungo l’asse dello Stretto sia quella tra gli isolotti contesi del Mar Cinese (due ambiti strategici per Pechino). L’atteggiamento americano è in piena linea con la strategia. Gli Usa non sono più disposti a regalare ad alleati e partner pasti gratis: in questo caso sono disposti a concessioni extra sugli armamenti, ma vogliono vedere gli investimenti taiwanesi. Un atteggiamento che è stato ripreso a uso propagandistico dal Global Times: secondo il giornale del Partito/Stato cinese, questo dimostra che Taiwan può fare affidamento solo su se stessa davanti a un eventuale attacco cinese.

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