Crisi economica e crisi di equilibri geopolitici dettate dalla pandemia da coronavirus. Come sta cambiando il volto delle potenze mondiali e che risposte dare a una società sempre più fragile? Conversazione con Alessandro Aresu, analista strategico e consigliere scientifico di Limes, che ha anticipato alcuni dei temi del Festival Dialoghi di Pandora Rivista, giunti alla seconda edizione

La crisi innescata dalla pandemia ha fatto riscoprire all’Occidente la radicale incertezza in cui siamo immersi.  Formiche.net ne ha parlato con Alessandro Aresu, analista strategico e consigliere scientifico di Limes, che ha anticipato alcuni dei temi che verranno trattati nel corso dei Dialoghi di Pandora Rivista, giunti alla seconda edizione.

Partiamo dal titolo della seconda edizione dei Dialoghi di Pandora Rivista, il Festival che si svolgerà a Bologna fino all’11 di Ottobre durante il quale sarà tra gli ospiti. Il titolo di questa edizione è “Costruire nel caos”. Ritieni che questa espressione catturi tratti significativi del momento che siamo vivendo?

Sì, come del resto il numero di Pandora da cui parte il festival, animato da una grande comunità di ragazzi, sparsi in tutta Europa. Il caos non è un fenomeno uniforme. Non colpisce tutti allo stesso modo. Esistono i suoi progettisti o “ingegneri”. Comprendere il caos è importante per capire chi ne approfitta, chi lo abita, quali sono i rapporti di forza. E in questo senso, anche per ricostruire un filo, e, preferibilmente, un tessuto sociale.

Nell’articolo scritto insieme a Giuseppe Surdi uscito nell’ultimo numero di Pandora Rivista (“Il mondo nel Covid-19”) rifletti su come la pandemia abbia accelerato la crisi di uno dei presunti automatismi della globalizzazione: le catene globali del valore. Come si ricostruiranno nel contesto della competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina?

Sia Covid-19 che il conflitto tecnologico tra Stati Uniti e Cina hanno già avuto effetti tangibili sulle catene globali del valore. Pensiamo ai problemi industriali generati, anche nel nostro Paese, a febbraio per la mancanza di alcuni componenti provenienti dalla Cina, per aziende che vi contavano all’interno dei loro processi. Pensiamo al rilievo e alle incertezze del mercato dei semiconduttori (filiera, forniture, clienti) con cui bisogna confrontarsi per via delle regolazioni del Dipartimento del Commercio. Pertanto, occorre studiare i fenomeni di “capitalismo politico” che ho descritto nel mio libro “Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina”, perché fanno parte dell’operato delle aziende nello scenario globale e di un concetto contemporaneo di “rischio politico”.

Questi mesi hanno mostrato sia l’importanza della Cina, maggiore potenza manifatturiera globale e centrale nelle “filiere di protezione” dalla pandemia, che il rischio di un sistema troppo esposto sulla sola Cina.

Immagino quindi un tentativo di ridurre la dipendenza dalla Cina, che già vediamo nella retorica. Con quali conseguenze?

Sul piano tecnologico arresterà alcuni elementi della corsa di Pechino, mentre nella manifattura riuscirà solo in minima parte, nei grandi numeri, se non per alcune ricollocazioni intra-asiatiche. Non conta solo il flusso delle merci ma di quali merci parliamo, e sarà importante verificare in che modo le azioni delle varie aree regionali (a partire dall’Europa) corrisponderanno alla capacità di controllare o di ridurre la dipendenza di filiere decisive, come quelle dei semiconduttori e della trasformazione elettrica.

Stiamo assistendo a trasformazioni epocali. La tecnica, allo stesso tempo opportunità e minaccia, sembra dettare la nuova frontiera dello sviluppo a una collettività sempre meno capace di sostenerla, in termini materiali e di legittimazione. Questo cortocircuito cosa implicherà per la politica?

Implicherà cose diverse a seconda delle geografie e delle entità geopolitiche di cui parliamo. Quindi rispondo in termini di spunti, di affresco generale.

In Africa, non vedo una “rivolta verso la tecnica”, ma la probabile estensione nel decennio di alcune tecnocrazie dell’innovazione, come quelle studiate e promosse dal compianto Calestous Juma. In Asia ci saranno varie differenze, con diverse incarnazioni di soluzioni “tecniche”, interpretate anche da sistemi autoritari, come quelli cinesi o vietnamiti. In Europa il cortocircuito tecnica/politica continuerà, anche attraverso le soluzioni “tecnopopuliste” immaginate da Lorenzo Castellani. Gli Stati Uniti, impegnati a governare le loro animose difficoltà e differenze, continueranno a essere probabilmente potenti e contraddittori, essendo anche caratterizzati dal grande potere e rilievo di un complesso militare-tecnologico a cui si affianca il grande scetticismo della popolazione verso quella stessa tecnica che li rende potenti.

Mercoledì interverrà con Raffaele Alberto Ventura, Pasquale Terracciano e Chiara Visentin nell’incontro “Pensare il caos: competenti e tecnostrutture nel capitalismo politico”. In un mondo entropico e complesso, dove sicurezza, tecnologia e potere tendono a convergere. Che risposte è in grado di fornire la competenza alle richieste di una società sempre più fragile ed esposta a rischi di irrazionalità?

Risposte “caotiche”, appunto! Anche se sono lineari, devono confrontarsi con la complessità sociale e con la crisi dei rendimenti di cui Ventura parla a lungo nel suo libro, nonché con i paradossi della meritocrazia di cui si discute molto di più oggi, e per fortuna, rispetto a qualche anno fa, anche negli Stati Uniti.

La quadratura del cerchio tra sicurezza, tecnologia e potere è sempre difficile, perché è “incastonata”, “incarnata” nella società. Non può vivere in astratto.

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