Dopo i 7,5 miliardi di dollari di dazi americani è la volta dei 4 miliardi in dazi europei. L’eterno derby tra Boeing e Airbus al Wto prosegue nonostante la crisi pandemica che ha investito il settore del trasporto aereo, aprendo anche spiragli per un nuovo accordo tra le due sponde dell’Atlantico in tema di tassazione. A rilanciare il contenzioso è la sponda europea (soprattutto lato francese), desiderosa di bilanciare il peso della tariffe americane. Eppure, più che una mossa concreta, sembrerebbe “un invito simbolico al prossimo presidente degli Stati Uniti a considerare i costi di un lungo braccio di ferro”, ha spiegato a Formiche.net l’esperto Gregory Alegi, giornalista, storico e docente alla Luiss Guido Carli di Roma.

LA MOSSA EUROPEA

Domenica, in un’intervista al Financial Times, il commissario europeo per i servizi finanziari Valdis Dombrovskis rinnovava l’invito di Bruxelles a Washington per ritirare i dazi imposti con tanto di (neanche troppo) velato avvertimento: “Se non li eliminano, non avremo altra scelta che introdurre le nostre tariffe”. Ieri, il quotidiano francese Le Parisien ha riportato l’imminente scelta del Wto che dovrebbe consentire all’Europa di imporre tassi doganali per circa 4 miliardi di dollari sulle esportazioni americane per compensare gli aiuti di Stato concessi dagli Usa a Boeing. Oggi è arrivata l’ufficialità del Wto. Secondo le parole del sottosegretario all’Economia di Parigi, Franck Riester, buona parte serviranno per “riparare i danni causati alla nostra industria aeronautica dai dazi americani”, questi originati da un’altra causa Wto che ha riconosciuto il supporto pubblico europeo ad Airbus.

IL MOMENTO

“Forse la cosa più significativa di questa dichiarazione europea è il momento in cui arriva – ha detto Gregory Alegi – alla vigilia delle elezioni presidenziali americane, come sorta di avvertimento sui costi del raffreddamento dei rapporti tra Stati Uniti e Unione europea”. In questo senso, ha aggiunto, “la mossa europea sembra essere un invito al prossimo presidente, che evidentemente ci si aspetta più aperto alle prospettive del commercio internazionale, come effettivamente sarebbe in caso di vittoria di Joe Biden”. D’altro canto, ha notato l’esperto, “la strategia è forse limitata dalla crisi del trasporto aereo e, di conseguenza, dalla crisi di produzione e consegna di nuovi aeromobili, evidente nel taglio massiccio di occupazione, stabilimenti e ordini che riguarda entrambi i rivali Boeing e Airbus”. Trattasi dunque di “avvertimento più simbolico che concreto, invito a riflettere sui costi di un lungo braccio di ferro”.

UNA BATTAGLIA STORICA

Lungo sedici anni, un contenzioso su due cause parallele, presentate entrambe nel 2004, da quando l’allora numero uno di Boeing Harry Stonecipher iniziò a premere in modo forte sui finanziamenti statali concessi da Francia e Spagna per sviluppare la gamma Airbus. La prima causa (DS 316) si è chiusa definitivamente a ottobre dello scorso anno, con l’Organizzazione mondiale del commercio a dare ragione al campione americano, dichiarando dunque illegali gli aiuti di Stato concessi ad Airbus e autorizzando gli Usa a imporre dazi per 7,5 miliardi di dollari (la richiesta era di 25) sul Vecchio continente, la sanzione massima nella storia del Wto. La seconda disputa (DS 353) doveva chiudersi intorno allo scorso marzo, con la previsione di un esito simile, ma in senso contrario. Ora è arrivata per un valore, appunto, di 4 miliardi di dollari.

VERSO UN NUOVO ACCORDO?

Nel frattempo però sul mondo del trasporto aereo è piombata la crisi da Covid-19, e per qualche mese la battaglia legale al Wto tra Stati Uniti ed Europa è passata in secondo piano. Da anni a fronteggiarsi su aiuti di Stato, Airbus e Boeing si sono così ritrovati a chiedere supporto ai rispettivi governo, mentre la situazione critica in tutto il mondo faceva presagire la possibilità di giungere a un nuovo accordo sulla tassazione tra le due sponde dell’Atlantico. Segnali distensivi non sono mancati. Già a metà febbraio, Boeing annunciava la promozione di un progetto di legge (che ha poi ricevuto sostegno bipartisan) finalizzato a far cessare le detrazioni fiscali in vigore dal 2003 per l’industria aerospaziale, poi ulteriormente allargate nel 2013, al centro delle accuse dell’Unione europea. A luglio, Airbus ha annunciato oggi di aver concordato con i governi di Francia e Spagna le modifiche ai contratti che sono stati alla base della sentenza sulla disputa DS 316 del Wto. Commentando la decisione odierna del Wto, il ceo di Airbus Guillaume Faury ha detto: “Restiamo, come abbiamo dimostrato finora, pronti e desiderosi di impegnarci in un processo di negoziazione al fine di raggiungere un accordo equo”.

UNA QUESTIONE DI PRINCIPIO

Ma un nuovo accordo generale potrebbe non essere così a portata di mano. “Gli americani chiedono una vittoria non simbolica sul passato; è stato accertato che hanno subìto danni e vogliono che siano compensati”, ha notato Alegi. “Vogliono salvare il principio e su questo negoziare un nuovo accordo”. D’altra parte, ha aggiunto “Airbus non sarebbe potuta arrivare da zero al 50% del mercato mondiale senza un massiccio sostegno dei governi dell’Unione”. Gli Usa vogliono che “tale principio sia affermato, altrimenti si tradurrebbe in un invito ad altri a farlo in futuro”.

IL CINISMO AMERICANO

Certo, Washington conserva “un certo cinismo”. Non ha sollevato cause al Wto nei confronti di Cina o altri Paesi che sostengono ampiamente con aiuti pubblici i rispettivi costruttori di aeromobili. Non lo ha fatto perché “non danno fastidio, non avendo successo nel mercato”. Al contrario, Airbus ha dato fastidio. “Ne è esempio l’A380, largamente sussidiato da aiuti pubblici; nonostante il flop clamoroso, le pur poche vendite che ha avuto sono tutte andate a scapito del Jumbo 747”. Ecco, ha concluso Alegi, “gli americani non vogliono che tutto questo venga completamente dimenticato”.

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