Allarme del Copasir nella relazione su banche e assicurazioni: Unicredit, Generali e debito italiano nel mirino dei francesi. “Preoccupante” la possibile fusione di Unicredit con Crédite Agricole e Societé Générale (Socgen). Un rischio per la sicurezza l’eventuale cessione di Generali ad Axa, che deterrebbe così il 3,5% del debito pubblico italiano

Banche, assicurazioni e debito pubblico italiano sono nel mirino dei francesi. L’allarme arriva dall’ultima relazione del Copasir sull’esposizione del sistema bancario e assicurativo in merito a due player nazionali: Unicredit e Generali.

ALLARME UNICREDIT

“Nonostante la rilevanza di UniCredit per il sistema economico e finanziario nazionale, l’istituto milanese ha assunto negli ultimi anni alcune iniziative apparentemente volte ad affrancare la banca dall’Italia – si legge nel rapporto redatto dal deputato Enrico Borghi (Pd) e dal senatore Francesco Castiello (M5S) – In tal senso potrebbero essere infatti inquadrate le operazioni di cessione di UniCredit di alcuni « gioielli italiani », quali Fineco e Pioneer, ovvero la riduzione del portafoglio di BTP che, dal 2016 ad oggi, è diminuito di circa 11 miliardi di euro”.

LE MIRE FRANCESI

Il Copasir definisce “preoccupanti” le voci che si sono inseguite negli ultimi mesi su possibili fusioni di Unicredit con player stranieri come l’istituto tedesco Commerzbank o le banche francesi Crédit Agricole (Ca) e Societé Générale (Socgen). “A parere del Comitato, le iniziative da parte di attori esteri su entità strategiche per la sicurezza economica nazionale rappresentano un rischio di particolare rilevanza per il sistema bancario e del pubblico risparmio, atteso che, oltre a pregiudicarne l’indipendenza, le stesse potrebbero determinare una forte asimmetria tra l’area di raccolta delle risorse finanziarie (3) (Italia) e quella di impiego delle stesse (estero). Infatti, pur continuando a provenire dalle famiglie e dalle imprese italiane, le risorse raccolte da UniCredit potrebbero essere impiegate per finanziare territori e sistemi produttivi esteri”.

Poi l’allarme. Al Comitato di raccordo fra Parlamento e intelligence presieduto dal deputato leghista Raffaele Volpi risulta che la banca guidata dall’ad francese Jean-Pierre Mustier “avrebbe in animo una profonda ristrutturazione, che prevede la costituzione di una subholding nella quale dovrebbero essere incluse tutte le attività estere della banca”. Il timore, spiega il Copasir, “è che tale iniziativa sia prodromica alla cessione delle attività estere di UniCredit, che perderebbe così la sua anima internazionale; altra ipotesi potrebbe essere un’operazione d’integrazione della banca con un altro istituto estero, che potrebbe sancire il definitivo disimpegno della Banca dall’Italia”.

IL DISIMPEGNO ITALIANO

Il sospetto che Unicredit abbia avviato un progressivo distaccamento dal sistema-Italia allarma il comitato anche alla luce del ruolo che la banca ricopre nel sistema economico e finanziario nazionale. A partire dal portafoglio di titoli di Stato italiani che “al 30 giugno 2020, ammontava a circa 44 miliardi di euro”. Non solo: secondo gruppo bancario italiano per numero di sportelli (2700), Unicredit, stando alle cifre dell’Antitrust, “detiene il 10-15 per cento della raccolta complessiva del sistema italiano e il 10-15 per cento dei prestiti alle famiglie, il 5-10 per cento di quelli alle PMI e una quota del 10-15 per cento delle erogazioni alle imprese di medie e grandi dimensioni”.

Oltre alle possibili mire francesi sulla seconda banca italiana, il rapporto mette in luce il disimpegno di Unicredit nei confronti delle piccole e medie imprese italiane.

“Il gruppo sembra inoltre avviato verso una progressiva contrazione della propria presenza sul territorio nazionale, come attestato dal piano industriale Team23 (per il periodo 2020 – 2023), presentato ai mercati il 3 dicembre 2019, nel quale è stato previsto un taglio di circa 8.000 dipendenti, principalmente in Italia (circa 6.000) dove il personale verrà ridotto del 21 per cento, e la chiusura di 500 filiali, di cui 450 nel nostro Paese”, continua la relazione, che chiude un lungo ciclo di audizioni a Palazzo San Macuto iniziato a febbraio.

ALLARME GENERALI

Il secondo allarme viene invece lanciato sul campione nazionale delle Assicurazioni, Generali. Nel mirino c’è la possibile cessione del Leone di Trieste al colosso delle assicurazioni francesi Axa. L’ipotesi è considerata un rischio per la sicurezza nazionale perché permetterebbe all’istituto d’Oltralpe di detenere complessivamente 85,5 miliardi di euro di titoli italiani, pari al 3,5% di tutto il debito pubblico italiano”.

“Una eventuale cessione di Assicurazioni Generali ad Axa incrementerebbe in misura considerevole la quota – già elevata – di titoli di stato italiani posseduta da operatori francesi – spiega la relazione – Una quota così elevata di debito pubblico detenuto da investitori esteri (in questo caso francesi, ma l’argomento potrebbe essere ripetibile per altre nazionalità) pone un rischio a livello strategico e di rilievo per l’interesse nazionale”.

Il comitato di Palazzo San Macuto ritiene allora che sia “di rilevanza strategica mantenere l’indipendenza di Generali, assicurata anche dal mantenimento della governance in Italia”, anche alla luce dell’intenzione del colosso, approvata dall’Ivass, di arrivare al 49,9% di Cattolica Assicurazioni” e della partecipazione del 13% di Mediobanca Spa.

IL DEBITO ITALIANO IN MANI FRANCESI

Ma il faro del Copasir non si limita al possibile trasloco Oltralpe di Generali. La quota di debito italiano in mano alla Francia è considerata preoccupante dall’organo di controllo. Secondo i dati di Banca d’Italia, gli operatori istituzionali francesi sarebbero in possesso di 285 miliardi di euro di debito pubblico italiano, che al 31 dicembre 2019, secondo i dati della Banca d’Italia, ammontava complessivamente a 2.409 miliardi” (ma ad agosto del 2020 la quota era già salita a 2579 miliardi). Nel complesso, dunque, l’11,83% del debito pubblico italiano è già detenuto dai francesi.

Il rischio è che l’attivismo francese favorisca nel medio periodo azioni speculative sui titoli italiani, cui già contribuisce la situazione creatasi all’indomani della pandemia da Coronavirus. Una speculazione che può imboccare due strade. Anzitutto, da un lato, attraverso l’attività di prestito titoli – dietro pagamento di commissione – ad investitori di tipo speculativo (i cosiddetti hedge funds) che effettuano vendite allo scoperto di titoli – short selling – mirando alla speculazione sul prezzo di acquisto degli strumenti finanziari. E in secondo luogo attraverso le vendite di Credit Default Swap (i cosiddetti CDS) il cui prezzo sale all’aumento del rischio di default del Paese (e quindi all’aumento dello spread del tasso di interesse)”.

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