Con le notizie provenienti da Corea del Sud e Giappone a preannunciarci che alla seconda ondata pandemica ne seguirà di certo una terza, è facile già da ora prevedere che lo scontro geo-politico sul turismo prenderà nuovo vigore. Tanto vale prepararsi. L’analisi di Igor Pellicciari, professore di Storia delle Relazioni internazionali alla Luiss e all’Università di Urbino

Per chi ha avuto la sfortuna di vivere una guerra (ma pure la fortuna di uscirne sano, anche mentalmente) – ogni paragone con l’esperienza del Covid stride. Non c’è autocertificazione o zona gialla che tenga al riparo da una pioggia di granate che relega le persone per mesi in seminterrati su giacigli di fortuna, senza riscaldamento e cibo.  Altra cosa rispetto ai problemi con la dieta o il wi-fi lento di cui ci si lamenta oggi nel lock-down.

Eppure, al netto dello sprecarsi di banali e ripetitive metafore belliche – è innegabile che vi siano alcune similitudini nelle dinamiche politiche e sociali.  Tra le principali vi è la conferma che mentre all’esplodere della crisi tutti si è presi di sorpresa e si fatica a reagire; col passare del tempo alcuni riescono a riadattarsi meglio degli altri.

Pur non avendo alcuna responsabilità nella genesi della stessa crisi, ne riescono a trarre un beneficio, spesso notevole. Un discorso simile vale anche per le dinamiche tra gli Stati-nazione davanti al Covid.

Emersi come veri protagonisti internazionali durante la Fase-1 (marzo-maggio 2020) a scapito della evanescente dimensione multilaterale – essi hanno dovuto fronteggiare a loro volta una serie di crescenti sfide al loro interno, che ne hanno sottolineato la intrinseca fragilità.

Molte cancellerie hanno trovato più facile riaffermare i propri confini nazionali eliminando Schengen che fare rispettare quelli interni regionali, fronteggiando vere e proprie sfide delle periferie contro il centro.

Con l’arrivo dei mesi caldi, le Capitali sono sembrate rientrare in controllo della situazione, mentre la dimensione multilaterale è rimasta incartata nei suoi noti rituali burocratici. La prova che dalla semplice difesa dalla pandemia si fosse passati al tentativo di governarla nel tentativo di limitarne l’impatto – e addirittura ottenerne un vantaggio – si è avuta con quella che a suo tempo tra i primi definimmo la Guerra dei Turisti.

Davanti a contrazioni del Pil da scenario (questa volta sì) post-bellico, ogni paese ha pensato bene di serrare le fila e accaparrarsi l’imminente turismo dell’estate 2020, la prima industria a ripartire – quasi a costo zero – dopo la pandemia.

Senza esclusione di colpi anche bassi, ogni Stato – nessuno escluso – ha iniziato a dare incentivi per il proprio turismo interno; con vere e proprie campagne volte a disincentivare (quando non demonizzare) il rivolgersi all’estero dei vacanzieri domestici.

Si è così inaugurata una stagione di politiche turistiche protezioniste destinate a durare a lungo, almeno quanto il Covid, che presumibilmente lascerà i propri strascichi anche dopo. Sorprende quindi che oggi, in piena seconda ondata pandemica, ci si sdegni per il comportamento di Austria e Svizzera che hanno con enfasi dichiarato di volere tenere aperti i loro impianti ricettivi invernali. Rivolgendo anzi ai vacanzieri italiani ammiccanti quanto interessati inviti a recarvisi.

Nel lamentarsi con Bruxelles, Roma commette una grave ingenuità politica perché sembra non coglierne la debolezza ed inerzia multilaterale, ricordata al meglio dalla dichiarazione della Ue che la questione non è di sua competenza.

Quasi inutile, inoltre, ricordare l’assordante totale silenzio sul tema di altri livelli multilaterali come le Nazioni Unite, la cui (costosa) agenzia dedicata – UNWTO  www.unwto.org –  si occupa di statistiche e temi pregevoli ma astratti come lo sviluppo sostenibile. Proiettati molto nel futuro e meno nel presente.

Per le casse austriache e svizzere il turismo invernale vale quello estivo per le italiane ed è irrealistico sperare con le sole armi del “buon senso” o della critica politica di convincere del contrario Vienna e Zurigo; quando Roma stessa alla prova dei fatti la scorsa estate ha ceduto ad una simile tentazione.

Nell’additare ai vacanzieri il ritorno prepotente del Covid – si dimentica che molteplici  assembramenti italiani della scorsa estate sono stati facilitati da martellanti messaggi pubblicitari degli stessi media che oggi li stigmatizzano e all’elargizione dei famosi bonus vacanze.

Una contraddizione in termini ancora maggiore di quella odierna amara degli “alberghi-con-ristorante” obbligati a diventare “ristoranti-con-albergo”, pur di sopravvivere alle strane disposizioni da leguleio dei Dpcm in materia di turismo.

Più che affidarsi a campagne emotive o a giochi di parole di imprenditori oramai disperati, il modo migliore per affrontare questa guerra è attrezzarsi ad affrontarla con il rafforzamento di un vero Governo del Turismo.

Che non significa  moltiplicare le già numerose strutture burocratiche regionali che in ordine sparso si occupano del settore – quasi sempre parcellizzate e auto-referenziali– quanto piuttosto elaborare un piano strategico nazionale fatto di politiche di veri incentivi alla propria industria turistica.

Sul piano centrale, questo richiederebbe di rafforzare le competenze del Governo (ora limitate ad una debole azione di “promozione” del turismo via Enit).

E poi trovando loro una collocazione centrale stabile (è dal referendum abrogativo del 1993 che il turismo è vagato per vari ministeri, dallo Sviluppo Economico, ai Beni Culturali, alla Agricoltura (?!).

E magari spingendo per un coordinamento più organico con la Farnesina, sul modello francese. Giacché è oramai chiaro che per gli anni a venire scontri e alleanze europee – in altre parole la politica estera – passerà stagionalmente anche per i flussi di turismo incoming e outgoing.

Sul piano locale, la vera riforma sarebbe di potenziare le competenze in materia dei Comuni, i cui Sindaci già oggi – da Milano a Rimini, da Venezia a Pesaro – hanno dimostrato di essere spesso nei fatti più incisivi nello sviluppo concreto del turismo locale di quanto lo sia il loro rispettivo livello istituzionale regionale, più ricco nelle dotazioni ma molto meno operativo.

Come ha dimostrato la catastrofica gestione del Covid, il decentramento di alcune competenze alle Regioni ha nella realtà dato vita alla creazione di altrettanti piccoli centralismi localistici di cui hanno pagato le conseguenze i Comuni, soprattutto di medie-grandi dimensioni.

Un forte Governo del Turismo ridurrebbe i rischi di essere colti di sorpresa alla prossima “emergenza” che già si prospetta all’orizzonte. Con le notizie provenienti da Corea del Sud e Giappone a preannunciarci che alla seconda ondata pandemica ne seguirà di certo una terza, è facile già da ora prevedere che lo scontro geo-politico sul turismo prenderà nuovo vigore.

Alla attuale Guerra-dei-Turisti-Winter-edition, ne seguirà presto una Summer ’21 -reloaded. Tanto vale prenderne atto e prepararsi.

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