La sfida del cattolico Biden è di costruire un collante opposto, quello della fratellanza, non certo un “odio nuovo”. Forse è per questo ha voluto citare nel suo discorso della vittoria una canzone di chiesa che tutti gli americani amano: On The Eagle’s Wind

Oggi che l’America volta pagina e sceglie per la seconda volta nella sua storia un cattolico per la Casa Bianca è importante, forse decisivo, guardarsi indietro, per capire quale strada sia stata percorsa e quale si possa scegliere ora. Per farlo bisogna rileggere “Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico”. La miscela tra i due ha costituito un ecumenismo dell’odio che nel 2017 è stato l’oggetto di uno studio attualissimo di padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica e del pastore Marcelo Figueroa, direttore dell’edizione argentina dell’Osservatore Romano.

È un saggio che può spiegare l’oggi e che andrebbe presentato in tutta la sua profondità davanti all’America che volta pagina, ma del quale almeno dobbiamo tenere presenti due punti. Il primo: “Specialmente in alcuni governi degli Stati Uniti degli ultimi decenni, si è notato il ruolo sempre più incisivo della religione nei processi elettorali e nelle decisioni di governo: un ruolo anche di ordine morale nell’individuazione di ciò che è bene e ciò che è male. A tratti questa compenetrazione tra politica, morale e religione ha assunto un linguaggio manicheo che suddivide la realtà tra il Bene assoluto e il Male assoluto. Infatti, dopo che Bush a suo tempo ha parlato di un ‘asse del male’ da affrontare e ha fatto richiamo alla responsabilità di ‘liberare il mondo dal male’ in seguito agli eventi dell’11 settembre 2001, oggi il presidente Trump indirizza la sua lotta contro un’entità collettiva genericamente ampia, quella dei ‘cattivi’ (bad) o anche ‘molto cattivi’ (very bad). A volte i toni usati in alcune campagne dai suoi sostenitori assumono connotazioni che potremmo definire ‘epiche’. Questi atteggiamenti si basano sui princìpi fondamentalisti cristiano-evangelici dell’inizio del secolo scorso, che si sono man mano radicalizzati. Infatti si è passati da un rifiuto di tutto ciò che è ‘mondano’, com’era considerata la politica, al perseguimento di un’influenza forte e determinata di quella morale religiosa sui processi democratici e sui loro risultati”.

Il secondo: “Su quale sentimento fa leva la tentazione suadente di un’alleanza spuria tra politica e fondamentalismo religioso? Sulla paura della frattura dell’ordine costituito e sul timore del caos. Anzi, essa funziona proprio grazie al caos percepito. La strategia politica per il successo diventa quella di innalzare i toni della conflittualità, esagerare il disordine, agitare gli animi del popolo con la proiezione di scenari inquietanti al di là di ogni realismo”.

Abbiamo qui quasi una fotografia dell’America odierna e allora c’è una terza lezione che va tratta da questo saggio per procedere nel nostro ragionamento. Per immaginare un’altra strada non dobbiamo immaginare una strada “opposta”. Scrivono infatti nello stesso saggio Spadaro e Figueroa: “Francesco intende spezzare il legame organico tra cultura, politica, istituzioni e Chiesa. La spiritualità non può legarsi a governi o patti militari, perché essa è a servizio di tutti gli uomini. Le religioni non possono considerare alcuni come nemici giurati né altri come amici eterni. La religione non deve diventare la garanzia dei ceti dominanti. Eppure è proprio questa dinamica dallo spurio sapore teologico che tenta di imporre la propria legge e la propria logica in campo politico”.

Abbiamo ora gli elementi per cercare un nuovo inizio, proficuo. Il modo migliore per farlo è dare un’occhiata a cosa dica della sua fede Joe Biden. La fede è stata importante nella vita di quest’uomo che ha perso la moglie, due figli e ha rischiato lui stesso di morire.
Nell’editoriale per il Religion News Service del dicembre scorso Biden ha scritto: “La mia fede mi insegna che noi dovremmo essere il Paese che non solo accetta la verità dei mutamenti climatici, ma che guida il mondo nel rispondere ad essi”. Poi, proprio alla vigilia delle elezioni, ha scritto per The Christian Post: “La mia fede mi implora di avere un’opzione preferenziale per i poveri e come presidente farò di tutto per combattere la povertà e costruire un futuro che ci porti più vicino ai nostri alti ideali- non solo che uomini e donne sono creati uguali agli occhi di Dio, ma che siano trattati allo stesso modo dai loro simili”. Qui si vede un’idea che può accostarci agli insegnamenti di “Fratelli tutti”, la recente enciclica di papa Francesco.

Certo, la luna di miele tra Biden e il mondo che aspetta una presidenza capace di curare le ferite che dividono l’America e che ne hanno fatto un potente propellente di tante altre visioni estreme, appare destinata a fare presto i conti con il problema della costruzione di un nuovo spazio di compromesso, di accordo trasversale. Può apparire una scelta d necessità, visti i rapporti di forza al Senato e alla Corte Suprema. Ma potrebbe essere un’opportunità, cioè non solo una necessità numerica ma anche un’urgenza politica, visto che la principale ferita dell’America e del mondo appare proprio la profondità del solco che divide, impedisce la comunicazione tra ambienti e culture che sembrano aver perso anche la possibilità di curarsi insieme. Trump sempre senza mascherina e Biden sempre con la mascherina ne sono il simbolo.

L’invasione del campo religioso cristiano da parte del citato “ecumenismo dell’odio” è la riprova di quanto il mondo del pensiero religioso possa fare per consentire la costruzione del ponte più urgente, quello interno a società, come quella americana, dove le sponde non hanno più comunicazione.

Guardando all’enciclica “Fratelli tutti” si può cogliere la collimanza bideniana con la visione di Francesco sul tema ambientale, o dell’ecologia umana integrale come la chiama Francesco. Ma è la prospettiva in cui questa va inserita che indica la sfida: per l’enciclica è chiaro che la cura per l’ambiente comporta una visione che non punta né ad una globalizzazione uniformante, che vuole cancellare le differenze tra popoli e culture, né ad un populismo nazionalista che esalta le divisioni e le contrapposizioni: “L’universale non dev’essere il dominio omogeneo, uniforme e standardizzato di un’unica forma culturale imperante, che alla fine perderà i colori del poliedro e risulterà disgustosa. È la tentazione che emerge dall’antico racconto della torre di Babele: la costruzione di una torre che arrivasse fino al cielo non esprimeva l’unità tra vari popoli capaci di comunicare secondo la propria diversità. Al contrario, era un tentativo fuorviante, nato dall’orgoglio e dall’ambizione umana, di creare un’unità diversa da quella voluta da Dio nel suo progetto provvidenziale per le nazioni”.

Il neo-presidente dunque potrebbe trovare molto nel punto 12 dell’enciclica, dove si dice: “Aprirsi al mondo è un’espressione che oggi è stata fatta propria dall’economia e dalla finanza. Si riferisce esclusivamente all’apertura agli interessi stranieri o alla libertà dei poteri economici di investire senza vincoli né complicazioni in tutti i Paesi. I conflitti locali e il disinteresse per il bene comune vengono strumentalizzati dall’economia globale per imporre un modello culturale unico. Tale cultura unifica il mondo ma divide le persone e le nazioni, perché ‘la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli’. Siamo più soli che mai in questo mondo massificato che privilegia gli interessi individuali e indebolisce la dimensione comunitaria dell’esistenza. Aumentano piuttosto i mercati, dove le persone svolgono il ruolo di consumatori o di spettatori. L’avanzare di questo globalismo favorisce normalmente l’identità dei più forti che proteggono sé stessi, ma cerca di dissolvere le identità delle regioni più deboli e povere, rendendole più vulnerabili e dipendenti. In tal modo la politica diventa sempre più fragile di fronte ai poteri economici transnazionali che applicano il divide et impera”.

Questa visione può essere tenuta come bussola per le sfide dell’oggi, non solo in politica internazionale. Ma anche in politica internazionale un “nuovo inizio” rispetto al corso trumpiano è possibile e comporterebbe una scelta che ha un nome preciso: multilateralismo. Si legge al punto 174 di Fratelli tutti: “Ci vogliono coraggio e generosità per stabilire liberamente determinati obiettivi comuni e assicurare l’adempimento in tutto il mondo di alcune norme essenziali. Perché ciò sia veramente utile, si deve sostenere ‘l’esigenza di tenere fede agli impegni sottoscritti (pacta sunt servanda)’, in modo da evitare ‘la tentazione di fare appello al diritto della forza piuttosto che alla forza del diritto’. Ciò richiede di potenziare ‘gli strumenti normativi per la soluzione pacifica delle controversie […] in modo da rafforzarne la portata e l’obbligatorietà’. Tra tali strumenti normativi vanno favoriti gli accordi multilaterali tra gli Stati, perché garantiscono meglio degli accordi bilaterali la cura di un bene comune realmente universale e la tutela degli Stati più deboli”.

Sarà pertanto importantissimo il lavoro del mondo socio-culturale americano. Per uscire dalla radicalizzazione e polarizzazione cosa servirebbe? Una visione incentrata sui diritti individuali, sull’idea di essere “liberi di” invece che sulla necessità di “essere liberi per”, che si può completare facilmente con quel che è stato riferito delle recenti dichiarazioni di Biden, non aiuterà certamente a curare le ferite sociali, a pensare una semina diversa, non più basata sui chicchi d’odio, come quella che è stata compiuta negli anni trascorsi. Se il mondo “liberal” e il cattolicesimo democratico americano sapranno incontrarsi nella ricerca di una visione della “libertà per”, non scegliendo agende invecchiate davanti all’evidenza di un nuovo potere consumista, il compito impervio del secondo presidente cattolico della storia americana sarà meno difficile.

Ma in definitiva è stato l’ex consigliere di Trump, Steve Bannon, a dare il miglior consiglio a Biden. Invocando il taglio delle teste degli “avversari” di Trump. La sfida del cattolico Biden è di costruire un collante opposto, quello della fratellanza, non certo un “odio nuovo”. Forse è per questo che Joe Biden ha voluto citare nel suo discorso della vittoria una canzone di chiesa che tutti gli americani amano: On The Eagle’s Wind. Cattolici e protestanti, bianchi e neri, si commuovono sentendo questa canzone. Basta dividere!

È questo l’intento del secondo presidente cattolico della storia degli Stati Uniti d’America? Quando Donald Trump si insediò alla Casa Bianca papa Francesco gli inviò un messaggio nel quale si poteva leggere: “Sotto la sua guida possa la statura dell’America continuare a misurarsi soprattutto per la sua preoccupazione per i poveri, gli esclusi e i bisognosi che come Lazzaro attendono di fronte alla nostra porta”. È andata così?

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