Qualcuno dovrebbe spiegare a Salvini e Meloni che confrontarsi con la maggioranza è un dovere morale in tempi di crisi come quelli che stiamo vivendo. Ed ancor più è un obbligo civile assunto davanti all’elettorato aderire agli inviti di offrire proposte o aggiustare quelle della maggioranza. L’analisi di Gennaro Malgieri

Dalle baruffe chiozzotte ai dispetti incrociati, fino alle rotture traumatiche. Il ciclo storico del centrodestra si consuma senza un dibattito, un confronto tra le componenti, neppure con un filo di eleganza formale.

La Lega mette il bastone tra le ruote ad una legge che interessa molto Berlusconi (ma anche l’industria televisiva italiana), arruola ben tre deputati di Forza Italia dei quali una fedelissima della prima ora. Salvini e la Meloni non apprezzano l’appeasement azzurro nei confronti del governo e men che meno la tendenza forzista a lasciarsi coinvolgere in una sorta di “governissimo” assumendosi responsabilità politiche nella gestione della lotta al Covid e nel tentativo di rimettere parzialmente a posto quel poco di economia produttiva del Paese.

Sul Mes la divisione non è di quelle ricomponibili: la coppia populista non perde occasione per bacchettare i berlusconiani che sembrano ormai quasi organici ad un progetto unitario il cui perno è addirittura Matteo Renzi. Nulla unisce chi si è presentato alle ultime elezioni politiche i cui risultati furono vanificati da Salvini che prima si alleò con i nemici giurati dei Cinquestelle, ci fece poi il governo, approvò la scelta di Conte a Palazzo Chigi e dopo un anno buttò tutto per aria senza una ragione, accusando i compagni di viaggio salvo poi offrire contestualmente a Di Maio la presenza del Consiglio. Una follia senza precedenti. Il tutto nel silenzio imbarazzato della Meloni e dello stesso Berlusconi che non ebbero la prontezza di dare il calcio dell’asino al riluttante leader leghista che già si era acconciato a capo indiscusso di un discutibile centrodestra.

La disunione (documentata costantemente da Formiche.net) è arrivata al punto di non ritorno. I tre soggetti marciano divisi sapendo che con la reintroduzione del sistema proporzionale saranno nemici acerrimi nel 2023 e della inimicizia che si dispiegherà in campagna elettorale offriranno un assaggio in occasione dell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, quando si assesteranno gli equilibri più avanzati nel centrosinistra con la più che probabile “sponda” di Berlusconi, mentre sia Salvini che Meloni resteranno a guardare. Certo, anche i sondaggi tenderanno ad appiattirsi, quegli stessi sui quali i due alleati oggi fondano le loro inutili fortune e li enfatizzano perché servono alla propaganda, ma non alla politica.

Quando l’elettorato di centrodestra si renderà conto che la virtuale coalizione non esiste più e cambierà canale televisivo ogni qualvolta un esponente di quella parte ribadirà l’inossidabile unità di intenti dei tre soggetti, forse capiranno i sovranisti-populisti-riformisti-conservatori (un guazzabuglio di definizioni che non definiscono nulla, nel quale nuotano Salvini e la Meloni) che “fare politica”, oltre ad essere una nobile arte, è piuttosto difficile quando s’inseguono chimere personalistiche e non ci si applica a definire una linea comportamentale che tenga conto delle ragioni dei partiti, ma prima di tutto di quelle del Paese.

Qualcuno, tanto per fare un esempio, dovrebbe spiegare a Salvini e Meloni che confrontarsi con la maggioranza è un dovere morale in tempi di crisi come quelli che stiamo vivendo. Ed ancor più è un obbligo civile assunto davanti all’elettorato aderire agli inviti (lasciamo perdere se tardivamente formulati o semplicemente approssimativi, contraddittori o squinternati: nel centrosinistra non danzano statisti di chiara fama) di offrire proposte o aggiustare quelle della maggioranza. L’opposizione non è tale perché sdegnosa si ritrae immaginando che dalle “contaminazioni” possa perdere credibilità. Si qualifica come tale soltanto quando ha condizioni alternative da mettere sul tavolo con la competenza che il caso esige. Insomma, l’insolenza come elemento della politica non funziona e se la maggioranza mostra crepe e deficienze, l’opposizione ha il compito di sostituirsi, sia pure con il distacco dovuto, a chi non porta a compimento il proprio dovere per come i cittadini se lo attendono.

Non si tratta di inciuci, ma di tendere alla composizione di quell’unità nazionale che è iscritta nel Dna della destra dimenticata in chissà quale cassetto ereditato dalla “vecchia politica”. Insomma, il centrodestra non ha colto la tragica occasione che si è presentata per misurarsi con la determinazione necessaria nel contrasto alla pandemia immaginando un ruolo non subalterno nelle scelte che sono state fatte.

Non so se Forza Italia ha compreso tutto questo e si è approcciata alla questione in maniera del tutto diversa dai suoi ex-partner. Fatto sta, che con una consistenza numerica molto al di sotto della Lega e di FdI, ha avuto la forza, pur pagando uno scotto pesantissimo con gli abbandoni di alcuni parlamentari, di mettersi in gioco e contribuire a uscire dallo stallo o dall’inazione in cui sembrano girare a vuoto gli altri due soggetti.

Politicamente, non si vede una destra in Italia. Non sappiamo se qualcuno si assumerà l’onere di costruirla. La Meloni sembrerebbe avere qualche chance in più del suo alleato. Ma non si può dire un giorno che il centrodestra è compatto e dopo una settimana sancire la sua rottura, nascondendo il vuoto con un rilancio fuori tempo massimo della riforma del Titolo V della Costituzione, che dovrebbe preludere ad una messa in discussione del regionalismo come cancro politico del Paese, e del presidenzialismo senza precisarne forme, modi e sostanza. Ma gli altri, vorremmo chiedere alla Meloni, a cominciare da Salvini, sarebbero d’accordo su queste ipotesi al punto da assumerle come proprie e costruirci una grande battaglia politica? Non ci credo.

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