Killing mission israeliana a Teheran: eliminato il numero due di al Qaeda, responsabile di centinaia di morti e attentati. Aveva una taglia da dieci milioni di dollari dell’Fbi. Ecco come è stato trovato dagli 007 di Tel Aviv

Abdullah Ahmed Abdullah, numero due di al Qaeda, meglio conosciuto col nome de guerre Abu Muhammad al-Masri, è stato ucciso mentre era in auto con sua figlia. Una motocicletta con due persone ha avvicinato la Renault L90 Sedan dei due: gli hanno sparato contro quattro, precisi colpi da una pistola con silenziatore. Era il 7 agosto, e tutto è avvenuto nel centro di Teheran.

Al Masri, ex calciatore professionista egiziano (secondo la testimonianza dello Special Agent John Anticev), era il numero-due della potente organizzazione terroristica che aveva fondato insieme a Osama bin Laden e che adesso è guidata dal medico egiziano Ayman al Zawahiri. Considerato che da ieri si parla di una possibile morte per cause naturali di Zawahiri, la notizia sull’uccisione di al Masri che esce adesso non sembra casuale. La ragazza che era con lui, Miriam, era la moglie di Hamza bin Laden, uno dei figli di Osama, attivo nel business del padre e considerato come successore, morto però lo scorso anno in circostanze non definite (probabilmente eliminato anche lui in blitz statunitense nel Waziristan, il territorio impervio tra Pakistan e Afghanistan in cui i qaedisti si rifugiano).

A sparare dalla moto sono stati due sicari del Mossad.

Per tre mesi non si è parlato dell’accaduto. Nessuno ha rivendicato l’operazione, sebbene chiusa con successo. Né gli israeliani, che di solito non parlano di missioni sensibili se non dopo molto tempo (anni). Né gli americani, che hanno partecipato e che adesso hanno fatto passare le informazioni ai media (per primo al New York Times). Tanto meno ne hanno parlato gli iraniani: al Masri viveva protetto nel quartiere dei Pasdaran, le milizie della teocrazia sciita teoricamente nemiche dei jihadisti sunniti, anche se in molte occasioni hanno dato rifugio ad alcuni leader (scelta pragmatica per condivisione di uno stesso nemico: l’Occidente). Nemmeno al Qaeda ha parlato della morte di uno dei suoi più influenti notabili. D’altronde l’organizzazione è attiva ma in crisi di consensi e aggiungere un duro colpo alla narrazione non sarebbe stato semplice.

Ufficialmente i media iraniani filo-regime hanno raccontato che la persona uccisa con la figlia era il professore di storia libanese Habib Daoud, appartenente a Hezbollah, il partito/milizia libanese, collegato a triplo filo ai Pasdaran. Il quadro sembrava plausibile, perché in quei giorni l’Iran era vittima di continui incendi, che sembravano frutto di sabotaggi. In quei giorni, poi, gli americani stavano preparando l’offensiva all’Onu per confermare l’embargo militare (operazione fallita).

Ma non esiste nessun Habib Daoud, un nome probabilmente inventato dall’intelligence iraniana per coprire al Masri. L’Iran è ideologicamente agli antipodi dei gruppi jihadisti sunniti, che considerano gli sciiti macchiati di takfirismo, ossia apostati (da giustiziare, come successo in Iraq durante la cavalcata di conquista dello Stato islamico).

E tuttavia, sebbene il governo iraniano neghi, non è la prima volta che le intelligence occidentali raccontano di legami e attività di copertura iraniane a favore di leader jihadisti sunniti. Serve perché Teheran, fornendo assistenza, si mostra non ostile e protegge il proprio territorio da attentati; serve perché fornendo un’oasi tranquilla, i Pasdaran aiutano i gruppi a organizzarsi contro un nemico comune, gli Usa e l’Occidente.

Al Masri è accusato di essere la mente degli attentati del 1998 alle ambasciate americane in Kenia e Tanzania (224 morti e centinaia di feriti): attacchi avvenuti il 7 agosto, lo stesso giorno della sua eliminazione. Si può credere alla sincronicità junghiana, oppure valutare che l’assassinio di al Masri sia un messaggio chiaro dell’ingaggio che gli Usa e Israele vogliono mantenere contro il gruppo (la data più la notizia della morte di Zawahiri sono due buoni indizio). D’altronde, prima degli attacchi contro le due ambasciate, al Qaeda era considerato un gruppo minore: gli Stati Uniti per esempio non avevano ancora capito l’iconografia con cui il leader Osama appariva in pubblico, e sottovalutarono la cartina dell’Africa alle sue spalle quando mesi prima lanciava invettive e prometteva attentati contro gli americani durante una video-intervista sulla ABC.

Come capo addestratore qaedista, aveva lavorato anche in Sudan e Somalia (qui i suoi uomini saranno i protagonisti della vicenda del film “Black Hawk Down”). Su di lui l’Fbi aveva una taglia da 10 milioni di dollari (che al momento della stesura di questo post, nella notte tra venerdì e sabato 14 novembre, è tutt’ora attiva). Nel 2002 i suoi uomini furono protagonisti di un altro assalto spietato: un assalto contro un resort kenyota pieno di israeliani, mentre un’altra squadra, all’aeroporto di Nairobi m, cercava di colpire un volo diretto in Israele con uno Stinger.

Secondo informazioni di intelligence raccolte dal Nyt, sia al Masri che Hamza bin Laden facevano parte di un gruppo di alti comandanti di al Qaeda che dopo il 9/11 sono scappati dall’Afghanistan trovando rifugio in Iran. Il suo nome era apparso in uno scambio di prigionieri Iran/Qaeda del 2015, ma lui era restato a Teheran: i Pasdaran gli avrebbero permesso anche di viaggiare in Pakistan e Afghanistan. Le attività di gestione dei qaedisti ospiti erano supervisionate da Qassem Soulimani, io super-generale che gli Stati Uniti hanno ucciso a Baghdad all’inizio dell’anno, che era lo stratega delle attività pragmatiche e velenose della Guida suprema.

 

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