“In Italia tendiamo a gestire i rischi solo dopo che sono diventati catastrofi”, ammonisce Enrico Zio, esperto di analisi e gestione dei rischi e chairman di Expotech Esrel. Troppo facile “puntare il dito col senno di poi”. “Sta alla classe politica avere voglia e capacità di sedersi attorno a un tavolo e confrontarsi”.

È possibile prevedere o prevenire un’alluvione? E un terremoto? Ed è possibile farlo con un’epidemia sanitaria come quella che stiamo vivendo? No, non lo è. Prevedere le sue conseguenze, però, sì. A patto che si accetti la fallibilità dei modelli matematici, come mette in guarda Enrico Zio, professore al Centro di ricerca sui rischi e le crisi presso l’Ecole de Mines e presso il Politecnico di Milano, oltre che vincitore dell’ambito premio Humboldt. E chairman di Expotech Esrel, un appuntamento internazionale che avviene ogni otto anni e che riunisce esperti di tutto il mondo per parlare di gestione e prevenzione dei rischi.

I modelli adottati per le catastrofi naturali possono essere utilizzati anche per episodi pandemici, come il Covid?

I modelli sono sempre gli stessi, che si tratti di un’inondazione o del guasto di un impianto industriale o, ancora, di un’infrastruttura critica. Per cui, sì. L’importante è sapere che più sono i dati in nostro possesso più accurata sarà l’analisi e, di conseguenza, la capacità predittiva.

In una recente intervista ha parlato di sicurezza come diritto di libertà dal danno. Eppure la percezione diffusa è che ci sia poca propensione alla gestione del rischio in forma preventiva e non, in un certo senso, postuma. Siamo troppo attendentisti, quasi lassisti?

Purtroppo in Italia tendiamo a gestire i rischi solo dopo che sono diventati catastrofi. Basti pensare a quanto è avvenuto con il Ponte Morandi, che ha generato una corsa alla manutenzione di ponti stradali e autostradali. O, con ancora maggiore attualità, a quanto avvenuto con mascherine e ventilatori. Abbiamo una cultura orientata verso la gestione dell’incidente, piuttosto che alla prevenzione. Col senno di poi, però, bisogna ammettere, siamo tutti bravi a puntare il dito contro qualcuno o qualcosa. Del resto, è molto facile vedere dove non si è fatta prevenzione piuttosto che dove è stata fatta.

Ci spieghi meglio…

Diciamo che se avessimo fatto scorta di mascherine e ventilatori e il Covid non fosse arrivato, non ci avremmo mai fatto caso. Gli eventi critici che possono accadere sono potenzialmente infiniti, da una centrale nucleare che scoppia a un aereo che cade a uno sversamento di petrolio in mare fino, per restare in tema Covid, a una pandemia.

Quindi?

Qui interviene l’analisi del rischio. La scienza, e gli esperti, analizzano i rischi diffusi, e le loro conseguenze, e li condividono con i decisori politici. Sta poi a loro, sulla base del supporto fornito dalla scienza, decidere dove investire in forme di prevenzione. È chiaro che non si può prevenire tutto. Ma è altrettanto chiaro che la scienza fornisce gli strumenti per capire dove, in mancanza di prevenzione, le ricadute possono essere più critiche o drammatiche.

E se la scienza sbaglia?

Senza se. La scienza sbaglia. Ma anche l’errore della scienza è in un certo modo preventivabile. Se i dati e le informazioni a disposizione sono pochi, la percentuale di possibilità di errore è più ampia. Man mano che aumentano le informazioni in nostro possesso, il rischio di sbagliare diminuisce.

Quindi basta sapere quanto si sa?

E quanto non si sa, soprattutto. Sapere di non sapere, per dirla à la Socrate. E, soprattutto, condividere con la popolazione la mancanza di informazioni certe. Se, ad esempio, appena esplosa la pandemia non era ancora possibile sapere se la distanza di sicurezza per impedire il contagio era pari a uno o a due metri, non ci sarebbe stato nulla di male a riconoscerlo. E far adottare due metri di distanza per sicurezza. Basta essere trasparenti. Altrimenti l’immagine che si restituisce alla popolazione è quella di una classe dirigente confusa. E invece è solo una classe dirigente che talvolta non sa, perché la scienza non sa, com’è normale che sia.

La palla, quindi, passa alla politica?

Ma certo. La scienza non prende decisioni. Fornisce dati e informazioni. Sta poi alla classe politica avere voglia e capacità di sedersi attorno a un tavolo e confrontarsi. Con un approccio che sia sistemico e non a compartimenti stagni. Non dimentichiamo che un’emergenza sanitaria ha ricadute non solo sulla salute dei cittadini ma anche sull’economia e sulla socialità. E così qualunque altra crisi che la società è chiamata ad affrontare.

Expotech Esrel è sicuramente un esempio virtuoso di come si riesca a mettere diversi esperti a uno stesso tavolo, soprattutto in questo momento di grande caos sulla scena politica internazionale…

È una dimostrazione di intelligenza globale. La crescita e l’evoluzione passano sempre per la condivisione. Anche quando i rischi sono locali, la gestione degli stessi deve sempre essere globale perché le conseguenze inintenzionali non hanno confini.

Ci faccia un esempio.

Taiwan produce il 70% della produzione globale di alcune componenti informatiche. Se accade qualcosa a questa filiera, il problema – è evidente – non riguarderà solo Taiwan ma tutto il mondo. Ma gli esempi sono potenzialmente infiniti. In un mondo globalizzato non è pensabile una gestione dei rischi localizzata e chiusa in se stessa.

È mancata, secondo lei, una condivisione trasparente sulle informazioni in merito al Covid ai suoi albori?

Forse un po’ di mancanza o di ritardo sulla condivisione c’è stata. Forse per impreparazione, già grave di per sé, forse un po’ per negligenza, forse per sottovalutazione del problema. Ma forse anche perché si tende a voler lavare i propri panni in famiglia. E la Cina non immaginava che il Covid sarebbe diventato panno dell’intero globo. Ma una maggiore cooperazione avrebbe sicuramente aiutato i Paesi che sono stati colpiti dal virus in un secondo momento.

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