L’economista ed ex viceministro dell’Economia nei governi Renzi e Gentiloni: ha ragione il Commissario all’Economia, Roma farebbe bene a non dimenticare che prima o poi occorrerà rimettere il debito in piena sicurezza. Qualunque ipotesi di cancellazione scatenerebbe i mercati contro di noi. La manovra? Vedo ancora troppa emergenza e poca prospettiva

Per qualcuno sarebbe ora di fare piazza pulita, per qualcun altro non se ne parla nemmeno, anzi, meglio prendere fin da subito precauzioni. Il debito pubblico italiano, che lo si voglia o no, è e sarà il grande problema. Come non esserne convinti nel giorno in cui Bankitalia aggiorna il contatore dello stock, portandolo a 2.582 miliardi a settembre, +3,8 miliardi su agosto. La certezza è che in assenza di crescita e con un Recovery Fund ancora imbullonato a Bruxelles, l’Italia ha dovuto affrontare la pandemia quasi interamente a deficit (100 miliardi spalmati su quattro decreti tra marzo e giugno). Il che ha ovviamente gonfiato ancora l’esposizione italiana, la quale paradossalmente sembra godere di una certa benevolenza presso i mercati (oggi spread a 118 punti base). Ora, come gestire un debito reso ancora più mostruoso dalla pandemia? Sì, i vincoli di bilancio del Fiscal Compact non torneranno prima del 2022, sempre che tornino, ma può bastare?

Due le scuole in campo. C’è chi, come il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, ha ricordato proprio ieri che volente o nolente Roma prima o poi dovrà riprendere una strada per la sostenibilità del debito e che le concessioni europee non saranno eterne. Insomma, niente sconti. E chi, come il presidente del Parlamento, David Sassoli, ha aperto alla suggestione-possibilità di una cancellazione di parte della Bce dei debiti sovrani, Italia in testa, detenuti dalla banca centrale a mezzo titoli di Stato (Francoforte oggi ha in pancia il 20% del debito italiano). Formiche.net ne ha parlato con Enrico Morando, viceministro dell’Economia dal 2014 al 2018, nei governi Renzi e Gentiloni.

Morando, l’Italia non deve dimenticarsi del suo debito, ha detto Gentiloni. Ma c’è chi pensa che sia arrivato il momento di abbuonarne un bel po’. Lei che dice?

Che ha ragione Gentiloni, assolutamente. Qualsiasi operazione di ristrutturazione del debito, un modo elegante per dire che il debito non si paga, determinerebbe immediatamente un’incertezza nei mercato, anche solo a parlarne per ipotesi. E tale incertezza la si pagherebbe pesantemente, magari non nell’immediato visto che la Bce sta comprando enormi quantità di titoli italiani, ma dopo sì. Prima o poi l’andamento degli acquisti da parte della Bce rallenterà e allora l’Italia avrà il suo problema. Per questo qualunque governo ci sia non può dimenticarsi di rendere il nostro debito pienamente sostenibile.

Dunque, niente chirurgia finanziaria…

No. Le misure calmieranti messe in campo dalla Bce hanno un limite. Abbuonare il debito sarebbe interpretato come un pessimo segnale dai mercati.

Morando, faccio notare come il Patto di Stabilità sia in stand by. Senza la ragionevole certezza che certe regole tornino…

Mi auguro personalmente che certe vecchie formulazioni del Patto si modifichino. Ma la mia speranza è per la verità un’altra e cioè che non cambi l’articolo 81 della Costituzione italiana. Il quale afferma che il debito pubblico si può fare ma in presenza di un piano di rientro che eviti un aggravio sulle future generazioni. Siamo in una fase in cui sì, le regole fondamentali sono sospese e in cui certi interventi si possono fare a deficit. Ma non c’è nessuna ragione per credere che si possa proseguire così all’infinito. In un’economia aperta, i debiti prima o poi devono essere ripagati.

Mario Draghi da questa estate ci ha abituati a pensare di fare buon debito, ovvero propedeutico alla crescita. Ma l’Italia è davvero nella condizioni di fare debito buono?

Ci deve essere un impegno politico serio a rispettare le regole. Abbiamo avuto in Italia, fortunatamente solo per un anno, un governo (gialloverde, ndr) che le regole sul buon debito le voleva cambiare sistematicamente. E questo ci avrebbe portato fuori dall’Unione. Le condizioni per fare debito rimanendo in equilibrio ci sono, ma molto dipende dal Recovery Fund e dal suo utilizzo.

Già, il Recovery Fund. L’Europa è un po’ in ritardo, l’accordo tra Parlamento e Consiglio è stato trovato solo la settimana scorsa…

Quello che mi preoccupa per la verità è la qualità dell’utilizzo del Recovery Fund da parte dell’Italia. Siamo un po’ in ritardo, mi pare…

Qui bisogna chiamare in causa la manovra. 40 miliardi, ma sembra ancora improntata all’emergenza più che al post-pandemia. Non è così?

La manovra dovrebbe essere il momento di passaggio dalla fase di emergenza fatta di ristori, Dpcm e altro, all’attuazione della strategia di crescita, fatta dal Recovery Fund. Purtroppo dalla lettura delle prime bozze non mi pare che sia così, vedo ancora tanta emergenza e poca visione. Intravedo qualche misura strutturale, però.

Un esempio?

Una cosa di cui io stesso sono stato primo promotore, la proposta di legge per la riduzione della pressione fiscale sul lavoro femminile. Però non ho ancora capito è qualcosa di strutturale o meno e questo fa la differenza.

Lei ha parlato di riduzione della pressione fiscale. In nove mesi sono calate del 6,7%, crede che l’Erario il prossimo anno possa permetterselo?

Lo possiamo fare in un contesto di ricorso all’indebitamento. Siamo nella fase in cui dobbiamo delineare tra mille misure di moratoria, una riduzione strutturale delle tasse per gli anni avvenire. La manovra dovrebbe gettare queste basi, segnali ci sono, ma non è ancora soddisfacente come dimensione. Ricordiamoci che abbiamo una pressione fiscale troppo bassa sui consumi e troppo alta sulle produzioni. So che quello che dico è impopolare, ma è così.

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