“Il Mediterraneo purtroppo è un mare di scintille, ciò che è certo è che in Italia e in Europa abbiamo una presenza eritrea ed etiopica molto consistente, che per decenni è stata la testa pensante dell’Etiopia. Ripercussioni sotterranee, magari non evidenti, comunque potranno esserci”. Conversazione con Armando Sanguini, già ambasciatore italiano in Tunisia e Arabia Saudita

Il Mediterraneo è fuori dai giochi nella crisi in Etiopia? Prova a dare una risposta Armando Sanguini, già ambasciatore italiano in Tunisia e Arabia Saudita, consulente scientifico dell’Istituto per gli studi di politica internazionale che in questa conversazione con Formiche.net mette l’accento sui rischi interni ed esterni del conflitto, sui rapporti tra tigrini, eritrei ed etiopi e sulle possibili ripercussioni (“sotterranee, magari non evidenti”) che comunque potranno esserci.

In Tigray si assiste ad una crisi in silenzio, con i media bloccati al confine. Chi teme il racconto?

Fondamentalmente credo che sia il governo centrale a voler evitare interferenze di qualunque tipo. Debbo anche dire però che il governo tigrino nulla ha fatto per impedirlo, il che significa che in fondo non dispiace. Resta il fatto che il mondo esterno, fuori dall’Etiopia, non è in grado di testimoniare ciò che sta avvenendo con un occhio e un giudizio indipendente su quella dinamica. Un conflitto che è etnico e regionale, ma che certamente non è solo tale.

Abiy non è un tigrino, forse anche per questa ragione i tigrini si sono sentiti spinti ad alzare la voce?

Ciò che sta avvenendo in questo momento affonda le radici in un rapporto non sempre facile tra Tigray e governo etiope. Il primo a suo tempo si oppose al Derg e ricordo che quando si decise di alleggerire il peso tigrino in tutta la governance etiope fece scattare il primo moto di rivalsa.

La crisi in Etiopia quali riverberi ha sul Corno d’Africa e quindi sul versante euromediterraneo?

L’Etiopia deve al premier e all’intervento nel golfo di aver trovato una modalità di normalizzazione dei suoi rapporti con Addis Abeba: nel momento in cui però un Paese così etnicamente diversificato come l’Etiopia vive una tragedia simile, si muove il Sudan e i Paesi circostanti. Il rischio di una escalation c’è, anche se mi auguro che tra Addis Abeba e Khartum si giunga ad una convergenza di linee di comportamenti. Inoltre il Fronte di Liberazione Nazionale potrebbe rendersi conto che non è il momento di rivendicare una indipendenza che il governo centrale, ma non solo, non intende avallare.

Il Mediterraneo è fuori dai giochi?

Purtroppo è un mare di scintille, ciò che è certo è che in Italia e in Europa abbiamo una presenza eritrea ed etiopica molto consistente, che per decenni è stata la testa pensante dell’Etiopia. Ripercussioni sotterranee, magari non evidenti, comunque potranno esserci.

L’Etiopia è il secondo Paese africano per popolazione con 110 milioni di abitanti. Si rischia una nuova ondata migratoria?

Gli Etiopi che vorrebbero migrare non sono pochi, visto che il paese nonostante viva una stagione di rinnovamento è sempre preda dei propri atavici problemi. Vi sono inoltre regioni così diversificate che al confronto il nostro rapporto Nord-Sud fa sorridere. C’è inoltre l’attrazione delle presenze etiopiche, eritree e tigrine in Italia e in tutta l’Europa, che esercitano il ruolo di calamite non indifferenti. Si tratta di vedere ora se il Fronte tigrino, dopo aver ricevuto una risposta drastica ma misurata, intenda desistere o meno. È chiaro che nel secondo caso il fenomeno di esodo potrebbe essere accentuato.

Spettatore interessato è anche l’Egitto, da tempo in frizione con l’Etiopia per la Grande diga della Renaissance sul Nilo Blu. Quali le prospettive?

Credo che l’Egitto persegua un obiettivo molto preciso e non abbia interesse a ingarbugliare una matassa già complicata di suo. Il Cairo in questo momento ha interessi più pressanti che riguardano la parte orientale, non credo si voglia inserire in questa disputa che è più politico-etnica che di altra natura. Magari spera che la popolazione tigrina, così come il premier etiope sostiene, sia abbastanza contrariata da questo movimento insurrezionale, che però affonda le proprie radici in un Paese che, definire multietnico, è riduttivo. Le differenze etniche sono differenze politiche, giuridiche, sociali.

twitter@FDepalo

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