La crisi interna in Etiopia è un moltiplicatore di instabilità in una regione i cui equilibri sono precari e i dossier critici si sovrappongono l’uno all’altro.

Due anni fa l’Italia prendeva parte, e non solo idealmente, all’accordo di pace tra Eritrea ed Etiopia che avrebbe stabilizzato il Corno d’Africa. Ora la situazione sembra di nuovo tornata in disequilibrio, con l’Etiopia che rischia di sprofondare nella guerra civile. Il Tigray People’s Liberation Front (Tplf), il partito armato al potere nell’amministrazione regionale del Tigray, lungo il confine eritreo, ha lanciato diversi attacchi contro i militari etiopi prendendo il controllo di un campo militare federale, e il primo ministro Abiy Ahmed ha deciso per la risposta militare.

Premio Nobel per la Pace nel 2019, sostenitore del dialogo tra componenti etnico-culturali, il premier Ahmed (44 anni, il più giovane leader africano) era già arrivato a saturazione nel rapporto con i tigrini, dopo che questi avevano respinto il rinvio delle elezioni causa Covid, organizzandole autonomamente. Era settembre: Addis Abeba aveva bloccato i trasferimenti di fondi, segnando il definitivo isolamento del Tigray, che a sua volta aveva annunciato di non riconoscere come legittimo il governo centrale. La tensione era altissima, lo sbocco in scontri militari atteso.

L’idea di Abiy Ahmed di prendere velocemente il controllo di Macallè (la capitale del Tigray) non sembra realistica. Il Tplf è militarmente preparato (si veda il caccia etiope abbattuto dai secessionisti durante una missione di bombardamento) e ha ottenuto il sostengo di una parte del Comando del Nord che ha disertato per protesta contro l’iniziativa militare del governo. Le Forze armate regolari hanno a loro volta guadagnato l’appoggio delle unità armate della regione-stato dell’Amara, creando tutti i presupposti per una lunga guerra interna.

Le cronache raccontano di centinaia di morti, sia tra le linee separatiste (nella zona di Kirakir) che tra quelle governative (a Dansha). Lo scontro è frutto delle tensioni etniche: gli Oromo, di cui Abiy Ahmed è parte, sono la maggioranza e sotto al premier (il primo di quest’etnia eletto) hanno iniziato a pretendere maggiore potere per il governo centrale, all’opposto diversi altri gruppi rivendicavano l’aumento dell’autonomia federale. Su tutti appunto i tigrini, che sono meno del 6 per cento della popolazione totale, ma hanno da sempre forte peso all’interno dei processi del paese e vogliono maggiori autonomie – anche sfruttando la leva della milizia Tplf.

In un’analisi su Domani, Mario Giro, politologo, profondo conoscitore del contesto africano, ha sottolineato come sulla crisi etiope – che val la pena ricordare colpisce il secondo paese africano per abitati, con 110milioni di cittadini – le rivendicazioni etniche hanno portato a un “etnicismo”, “malattia contagiosa” che apre a “una balcanizzazione sempre in agguato”.

Il riflesso esterno del conflitto è invece la dimensione più preoccupante. Il rischio che gli scontri dilaghino oltre confine, toccando paesi delicati come l’Eritrea (con cui i tigrini hanno comunione linguistica), il Sudan, la Somalia, è elevato, basta pensare che uno dei focolai di combattimento è l’aeroporto di Humera, snodo infrastrutturale sul confine tra i tre stati. Zone in cui per altro si muovono diversi gruppi armati, anche parte di formazioni jihdiste e terroristiche

Tutto avviene nell’ambito strategico del Corno d’Africa, prolungamento dove le grandi potenze muovono talasocratici (l’Italia, per esempio, ha un avamposto militare a Gibuti, poco a nord del Tingray) e su cui Abiy Ahmed sognava una cooperazione integrata. Non bastasse, la situazione si somma alla sensibilissime dinamiche attorno alla diga sul Tigri, con l’Egitto in rotta completa con l’Etiopia che potrebbe approfittare della vulnerabilità per i propri interessi.

(Foto: Wikipedia)

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