La Commissione Difesa del Bundestag ha dato il suo via libera al programma predisposto dalla ministra Akk per l’acquisto di 38 nuovi Eurofighter per 5,5 miliardi di euro. Fa la gioia di Airbus (in difficoltà sul civile) e di Parigi, mentre certifica le difficoltà nel rapporto con Washington. Si guarda perciò all’esito del voto tra Trump e Biden (e Merkel tifa il secondo)

La crisi da Covid-19 non ferma le nuove (e ben finanziate) ambizioni militari della Germania. Ieri la Commissione Difesa del Bundestag ha dato il via libera al programma predisposto dalla ministra Annegret Kramp-Karrenbauer per l’acquisto di 38 nuovi Eurofighter per 5,5 miliardi di euro. Servirà anche l’ok della Commissione Bilancio, per una commessa che farebbe la gioia di Airbus (in forte difficoltà sul fronte civile) e della Francia, mentre certificherebbe le difficoltà con Washington in tema di vendite militari. Dalla stessa gara sono stati esclusi difatti gli F-35, mentre solo qualche settimana fa il ministero della Difesa ha annullato la gara per gli elicotteri pesanti perché le proposte americane sono state giudicate anti-economiche. Anche per questo ora si guarda pure al risultato tra Donald Trump e Joe Biden.

LE RAGIONI DELL’SPD

La notizia del via libera agli Eurofighter è trapelata ieri dall’agenzia di stampa Dpa, poi rilanciata sullo Spiegel con la conferma di Siemtje Möller, membro della commissione per l’Spd, il partito che più di tutti all’interno della colazione guidata da Angela Merkel ha mostrato scetticismo per il programma di rimpiazzo dei Tornado. Da una parte, i socialdemocratici hanno rispolverato argomentazioni pacifiste, criticando gli impegni nucleari che la Germania ha assunto in ambito Nato e approfittando della crisi dei rapporti tra Berlino e Washington (culminata in estate, sul fronte della Difesa, con l’annuncio del cospicuo ritiro di militari americani dal territorio tedesco).

UNA DECISIONE CHE FA DISCUTERE

Dall’altra, l’Spd si è appoggiata alle perplessità avanzate sul programma di acquisto da vertici militari ed esperti. Tutto nasce dall’esigenza operativa della Luftwaffe per sostituire una flotta di 93 Tornado (in servizio dalla fine degli anni 70), mantenendo la capacità promessa alla Nato di caricare a bordo armamenti nucleari. Circa un anno fa, Berlino aveva escluso dalla gara gli F-35 realizzati da Lockheed Martin, lasciando la partita aperta tra l’aggiornamento degli Eurofighter e l’F/A-18E/F di Boeing. Ad aprile sono emersi i primi dettagli sulla soluzione scelta, un mix di Typhoon, trenta F/A-18 e di quindici EA-18G Growler (aerei da attacco elettronico derivati dal Super Hornet per sostituire quei Tornado che attualmente dispongono di tali capacità).

LE PRESSIONI INTERNE

Oltre al problema del dispiegamento degli armamenti nucleari B61 (per cui i velivoli identificati non sono ancora certificati), le critiche hanno riguardato soprattutto l’esclusione dell’F-35 (che tra l’altro trova in queste settimane conferma di un grande successo internazionale). Già ad aprile 2019, era stato il ministero della Difesa tedesco a stimare in 9 miliardi di euro il costo dell’esclusione del velivolo. Lo scorso febbraio, è stato invece l’influente think tank German society for foreign policy (Dgap) a rilanciare l’idea di “riconsiderare gli F-35 nel rimpiazzo dei Tornado” poiché ciò sarebbe l’unica soluzione per il ruolo specifico su cui la Germania si è impegnata nell’ambito dell’Alleanza Atlantica.

IL PESO DI PARIGI

La Kramp-Karranbauer ha invece tirato dritto sugli Eurofighter, complice lo stress della linea con Washington e il rinvigorimento dell’asse con la Francia. Non è certo un segreto che l’opzione Typhoon sia da sempre quella preferita da Parigi. L’ordine approvato al Bundestag porterebbe la Germania a 181 velivoli, il maggior cliente del programma Eurofighter per la gioia di Airbus, il colosso franco-tedesco che (come tutti) sta soffrendo per la parte civile in virtù del crollo del trasporto aereo. Ci sono poi le questioni strategiche. A metà settembre, Akk e la collega francese Florence Parly hanno fatto visita agli stabilimenti bavaresi di Manching, cuore produttivo di Airbus Defence and Space, considerato il maggiore sito europeo per l’aviazione militare, con oltre 5.600 dipendenti.

INTEGRAZIONI E POLITICHE

Le ministre hanno offerto “il supporto dei rispetti Paesi” per il velivolo da combattimento del futuro (anche noto come Fcas) e l’EuroMale, il drone europeo che coinvolge anche Spagna e Italia (con Leonardo). Si sono poi spostate presso la base aerea francese di Evreux. Lì hanno posto simbolicamente la prima pietra dello “squadrone di trasporto franco-tedesco”, che ha l’obiettivo di operare congiuntamente dieci velivoli C-130J, di Francia e Germania, da personale congiunto delle rispettive Aeronautiche, esempio di integrazione e comunalità piuttosto forte tra i due Paesi.

ELICOTTERI DAGLI USA?

Due settimane dopo, la Germania ha annullato la gara STH (stimata intorno ai 4 miliardi di euro) per i suoi nuovi elicotteri da trasporto pesante, rispedendo oltreoceano le proposte di Boeing e Lockheed Martin che avevano presentato (dopo intese con industrie tedesche e creazioni di team industriali) le rispettive proposte per Chinook e King Stallion. L’esigenza riguarda la sostituzione dei CH-53G che la Luftwaffe impegna a parte dai primi anni ’70 e alla cui realizzazione partecipò anche l’industria di Germania. L’assegnazione del contratto era prevista per il prossimo anno, ma ora si dovrà ricominciare da capo. Le proposte americane sono state giudicate “anti-economiche” dal ministro della Difesa tedesco, che ora tuttavia accoglie il via libera dal Bundestag per una commessa da 5,5 miliardi di euro per gli Eurofighter. Se venisse confermato il valore comunicato dalla stampa tedesca (che comprenderebbe anche parti di ricambio e supporto), si tratterebbe di 144,7 milioni a velivolo.

LO SGUARDO ALLE ELEZIONI AMERICANE

Numeri che si inseriscono nel rapporto tra Stati Uniti e Germania, destinato anch’esso a modificarsi con la probabile vittoria di Joe Biden. Il candidato democratico ha promesso di ricostruire la fiducia con gli alleati europei, guardando prima di tutto proprio alla Germania che, tra i Paesi del Vecchio continente, è quella che ha incontrato più difficoltà sul fronte della Difesa con l’amministrazione Trump, dalle strigliate sul 2% del Pil, al tema del ritiro dei militari americani.

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