Antifrancesi? No, italiani. Da Unicredit a Generali, il ciclo di audizioni del Copasir ha acceso un faro sul trasloco Oltralpe del debito italiano. Non c’entra la nazionaltà di questo o quel manager. In ballo c’è la sovranità nazionale. L’intervento di Enrico Borghi, deputato del Pd e componente del Copasir, autore della relazione sulle banche e le assicurazioni

Il lavoro da noi condotto in seno al Copasir, sul rischio sistemico che corre il nostro sistema bancario e assicurativo, ha provocato – come giusto e normale – una serie di reazioni di vario titolo, che vanno tutte ascoltate con attenzione e rispetto, anche quando non sono collimanti fra di loro.

Anche se, in alcuni casi, vi sono elementi di pregiudizio abbastanza marcati che sembrano mostrare un celato fastidio di fronte al fatto che la politica tenti di ripristinare il proprio primato – naturale, in una democrazia rappresentativa – al posto dei salotti e delle élites che pretendono di ridurre la rappresentanza popolare a mera dimensione ancillare.

È il caso del contributo di Sergio Rizzo, che su Repubblica ha fornito una serie di considerazioni, rispetto alle quali è il caso di precisare alcuni aspetti.

Anzitutto, il fatto che gran parte del debito pubblico nazionale sia già in mano a soggetti esteri, non rende meno “critica” – dal punto di vista della sicurezza nazionale – l’eventuale acquisizione da parte di soggetti stranieri di uno dei campioni nazionali e principale investitore in titoli di Stato (come Assicurazioni Generali).

Il fatto che Generali sia stata a lungo gestita da un cittadino francese (il dott. Bernheim) non ha connessione con i potenziali rischi connessi all’acquisizione del Leone di Trieste. Nella nostra relazione non abbiamo avanzato alcuna critica all’attuale gestione della compagnia assicurativa triestina (gestita oggi dal dott. Donnet, stimato manager anch’esso di cittadinanza francese), che si è affermata come un investitore stabile in titoli di Stato e ha confermato, anche pubblicamente, l’intenzione di non modificare l’attuale allocazione, nonostante gli impatti della pandemia.

Il punto, insomma, non è la carta di identità degli amministratori delegati, ma la strategia da loro perseguita e il rapporto tra essa e gli interessi generali del Paese. E su questo – si parva licet – ci si può ancora esprimere.

Infine, con riferimento al tema Bollorè, va ricordato che il peso della quota di Bollorè in Mediobanca (in passato pari al 7.9%) era “ammorbidito” dalla sua partecipazione ad uno storico patto di sindacato che, con la presenza di altri soci italiani (il patto rappresentava complessivamente il 28,5% del capitale di Piazzetta Cuccia) ha permesso, per anni, di assicurare la stabilità della governance della banca d’affari milanese.

Fu lo scioglimento di quell’accordo – in anticipo rispetto alla sua naturale scadenza e proprio a opera di Bollorè – a determinare una mancanza di stabilità nell’azionariato di Mediobanca, ancora non riassorbito.

Queste semplici considerazioni portano a concludere che la relazione del Copasir non è certamente una relazione sovranista. Si potrà capire, in chi vive di tradizionali riflessi condizionati di tarda inflessione liberista, che questo possa apparire strano.

Ma vi è una caratteristica che si attaglia alla relazione, e che sta in mezzo tra il liberismo e il sovranismo. Si chiama patriottismo. Potrà sembrare strano. O demodè. Ma esiste ancora.

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