L’esito del voto americano è un invito a rinsaldare l’idea stessa di Occidente, rilanciando le relazioni transatlantiche e cogliendo le opportunità che si aprono per l’Italia nel rapporto con gli Stati Uniti. L’editoriale di Andrea Manciulli, presidente di Europa Atlantica, per lo speciale su Usa2020

Indubbiamente queste elezioni presidenziali americane passeranno alla storia per numerosi motivi, non solo per la travagliata transizione di questi giorni o per le polemiche che le hanno precedute, e seguite, fino ad oggi. Ciò che resterà e passerà alla storia, saranno sicuramente da un lato il livello di competizione raggiunto, che ha mobilitato in profondità il paese fino a spingere ad una partecipazione elettorale senza precedenti, dall’altro la contemporanea coincidenza delle elezioni con la più grave crisi sanitaria globale dell’ultimo secolo.

Si è trattato oggettivamente di un passaggio importante per tutti noi, probabilmente di uno di quei momenti in cui la storia fa un passo in avanti: non tanto perché vi fossero dei rischi gravi per la democrazia americana, quanto, soprattutto, perché si confrontavano due visioni, per certi versi opposte, di America e anche di mondo, ma soprattutto di come declinare il ruolo dell’America nel mondo. Probabilmente è anche per questo, oltre che per il fatto che gli Usa oggettivamente incarnano ancora nel mondo un ruolo guida, che a livello internazionale si seguono sempre con così grande attenzione le elezioni presidenziali americane ogni quattro anni e lo si è fatto in maniera particolare anche questa volta. Il loro risultato potrebbero avere effetti importanti, sulla politica mondiale come nel rapporto con i paesi amici. Quindi anche il nostro.

Gli Stati Uniti sono ancora oggi il paese più importante nel panorama mondiale. E restano, soprattutto, l’alleato principale su cui anche l’Italia, da settantacinque anni a questa parte, può contare.

A dire il vero, è giusto affermare che il rapporto di amicizia e di alleanza tra Stati Uniti e Italia non è mai stato in discussione in queste elezioni, e qualunque sarebbe stato il loro risultato finale, nessuno avrebbe potuto metterlo in discussione. Che ne dicano, anche alle nostre latitudini, critici o detrattori degli Stati Uniti, che non sono mai mancati nella storia italiana, Italia e Usa sono e resteranno paesi profondamente legati. Lo erano prima del 3 novembre, lo saranno anche dopo.

Non lo diciamo per convenienza, ma per motivi oggettivi, che si fondano sulla tradizione diplomatica, politica e sulla storia dei nostri due paesi e anche, su quelle che sono le direttrici strategiche di base sia degli Stati Uniti, che soprattutto del nostro paese. Noi restiamo, e resteremo, per diversi motivi, fermamente ancorati alla dimensione atlantica ed europea e avremo sempre negli Usa un fedele alleato e una spalla forte. Soprattutto in ragione di quello che è il principale teatro della nostra proiezione esterna, il Mediterraneo, dove la nostra presenza e la nostra azione è utile agli stessi Americani, che in questa area hanno e avranno sempre bisogno di alleati presenti e stabili, e non può che essere promossa in sintonia e reciproca cooperazione.

In mondo in forte mutazione, perché restare stabilmente ancorati alla dimensione atlantica e al rapporto con gli Usa è fondamentale per l’Italia? I motivi sono molteplici e non appartengono solo alla nostra storia recente e al legame nato, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi con la liberazione del nostro paese, rinsaldato nel tempo attraverso il Piano Marshall o la Nato. No, le ragioni vanno oltre anche le dimensioni delle alleanze transatlantiche e dei rapporti di cooperazione militare, e si rafforzano grazie alla convenienza reciproca, per esempio alla collaborazione in campo economico e industriale, ma anche si radicano nella comune adesione ad un preciso campo valoriale, quello rappresentato dai paesi democratici di cui gli Usa sono oggettivamente leaders indiscussi. Ovvero nella comune partecipazione a quel grande campo geopolitico che chiamiamo Occidente, fondato essenzialmente intorno a una comune visione, che oggi abbiamo necessità di rilanciare, basata sulla democrazia, i diritti umani, il libero mercato e una sfera comune di di sicurezza.

L’adesione allo stesso asse geopolitico che gli Usa guidano, non è solo dunque una questione di convenienza economica o commerciale, ma ha un valore soprattutto culturale, politico e storico e si rafforza, nella dimensione militare e strategica attraverso la Nato e attraverso le reciproche alleanze. Questa scelta di campo, perché di questo si tratta, fatta decenni fa in maniera lungimirante dai primi governi repubblicani e rafforzata, nel corso del tempo e degli anni, fino alla vittoria della Guerra Fredda e la nuova epoca che ne è scaturita, non solo non può esser messa in discussione ma anzi, va oggi rilanciata e rafforzata.

È arrivato il tempo, nel mondo sempre più multipolare, in una nuova era di competizione e di rivalità geopolitiche emergenti, in un tempo in cui, anche nella nostra area geopolitica di riferimento, il Mediterraneo, rivalità, conflitti e minacce asimmetriche si moltiplicano giorno per giorno, che questo nostro rapporto esclusivo vada rafforzato insieme ai valori che ne sono alla base. Perché fino ad oggi, pur tra qualche problema, se abbiamo potuto contare su un alleato stabile questi sono stati gli Stati Uniti, a prescindere da chi fosse il loro Commander in Chief. Anzi, è proprio in questo snodo storico contemporaneo, in cui gli Americani si sono pronunciati scegliendo un leader esperto e profondamente atlantista, che si presenta l’occasione per l’Italia di rilanciare questa nostra amicizia e questo rapporto strategico. Un’occasione che può essere utile a noi come agli americani, ma che può essere importante anche per tutta l’Europa, l’altro grande pilastro su cui si basa l’idea stessa di Occidente e di ordine liberale.

Da un lato, per noi, è essenziale il ruolo internazionale e il supporto americano, in alcune partite fondamentali per i nostri interessi strategici. Nella certezza però, che essendo gli Americani per loro natura, democratici o repubblicani, fondamentalmente pragmatici, anche noi italiani avremo la necessità e il dovere di assumerci nuove e più forti responsabilità internazionali, anche e soprattutto nella nostra area di riferimento. Ce lo potrebbero chiedere, e senza troppi indugi dovremmo esser pronti per rispondere, sapendo che potrebbe essere utile a entrambi. Dall’altro lato però, oltre alle partite strategiche che ci interessano e su cui gli Usa potrebbero esserci di grande aiuto, a livello economico, industriale, energetico o geopolitico, è anche vero che il nostro paese, per la sua storia e per aver mantenuto, anche in anni recenti, un profondo legame con gli Americani, potrebbe proporsi con un più attivo ruolo di protagonista a livello europeo, per favorire il dialogo tra le due sponde dell’atlantico.

Negli ultimi anni, anche a livello europeo, è avanzato sempre di più l’idea, sbagliata, che l’Europa possa poter fare da sola, senza gli Usa. Un’idea rischiosa, perché nonostante sia vero che l’Europa debba diventare più autonoma e più unita politicamente, sfruttando meglio anche le crisi attuali e l’occasione della costruzione dell’architettura della Difesa europea per rafforzare soprattutto la sua dimensione politica e industriale comune, tutto questo non può essere fatto o realizzato in antitesi con i nostri principali alleati di oltreoceano o senza cooperare con la Nato.

Infatti queste prospettive strategiche, per rendere l’Europa più forte e coesa, non vanno viste in contrapposizione o in competizione con gli Stati Uniti, ma anzi, vanno colte come occasioni per rilanciare il dialogo, la cooperazione e rinserrare il legame storico e politico che è alla base di quello che comunemente pensiamo sia l’Occidente. Di cui indistintamente fanno parte sia i paesi Europei che gli Stati Uniti e il Canada, sia la Ue che la Nato. Verso, anzi, nel tempo, si sono sempre di più avvicinati anche paesi dell’area del Pacifico, con cui sarà fondamentale cooperare tutti sempre di più, che condividono valori e istituzioni democratiche, come l’Australia, la Nuova Zelanda o il Giappone.

Solo cooperando, dialogando, e rafforzando la dimensione di sicurezza comune, i rapporti economici e i legami politico-culturali che condividiamo, l’Occidente potrà restare unito, e affrontare un momento così complicato della storia, in un frangente in cui competizione e rigurgiti nazionalistici potrebbero spingere verso la rottura dei legami del passato e in cui forti cambiamenti globali in atto impongono a noi tutti coraggio e visione strategica comune.

Ecco, noi Italiani dobbiamo investire proprio in questi legami euro-atlantici. Possiamo essere protagonisti in Europa, per rilanciarli, partendo dalle istituzioni europee e dalla stessa idea che verrà messa in campo di difesa comune e di politica estera comune, ma anche partecipando attivamente al dialogo con gli Usa, favorendo di più e meglio il confronto intra-occidentale o transatlantico.

Si tratta di un percorso non semplice, perché in anni recenti sono stati commessi oggettivamente degli errori che sono sembrati allontanarci tutti, sia all’interno della comune casa europea che tra le sponde atlantiche. In questo momento storico non sempre le ragioni del dialogo sono facili da accettare e, spesso, interessi di parte o diffidenze reciproche, possono rendere faticoso il rilancio del confronto e un percorso davvero condiviso. Ma non abbiamo altra scelta. Forse altri potranno, erroneamente, cullarsi nel ricordo di un passato glorioso o in qualche posizione, miope, di rendita, ma per noi Italiani non esistono alternative al dialogo transatlantico. Data la nostra fragilità e le nostre debolezze strutturali, ma anche dato il nostro ruolo e la nostra posizione geografica, abbiamo bisogno sia dell’Europa che degli Stati Uniti, per poter garantire sicurezza, stabilità e benessere al nostro paese e alle future generazioni.

Va detto però, che anche in ragione della nostra storia, del nostro peso economico e della nostra posizione strategica, anche loro hanno bisogno di noi, anche più di quanto noi stessi talvolta siamo portati a pensare. In questa fase storica, anche alla luce dei risultati elettorali americani, è l’ora in cui, convintamente, dobbiamo metterci in gioco e spenderci per un rilancio del legame atlantico.

Il mondo di oggi è molto più complesso di quello in cui per molti anni ci siamo gongolati, anche alle spalle degli “amici americani”, approfittando della sicurezza garantita da altri, godendoci un benessere che oggi anche dopo questa crisi sanitaria e i suoi riflessi economici, potrebbe non essere più cosi certo. Se vogliamo restare il paese che siamo e mantenere un ruolo di primo piano a livello europeo e mondiale non abbiamo altre scelte possibili, è l’ora di assumerci qualche responsabilità in più e batterci perché quello che viene chiamato Occidente, diventi qualcosa di più unito di quanto non è stato recentemente, per affrontare le sfide che il futuro presenterà a livello globale. A partire da quella per la difesa della democrazia e per un mondo più stabile e sicuro. Probabilmente sarà proprio intorno al destino della democrazia e alla sicurezza umana futura che sapremo garantire, che riguarderà non solo la dimensione militare ma sempre di più anche quella sociale, economica, ambientale, che si giocherà concretamente il nostro futuro, di italiani e di europei, ma anche destino stesso dell’Occidente. Un destino comune, che ci riguarda tutti.

Articolo pubblicato su Europa Atlantica

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