L’indipendenza di una Banca Centrale, formalmente essenziale per dare credibilità alle sue scelte di politica economica, è in realtà un feticcio. Perché, informalmente, esiste sempre un dialogo fra Banca Centrale e Tesoro. Non potrebbe essere altrimenti: politica monetaria e fiscale sono due facce di una stessa medaglia, quella di una politica economica chiamata a misurare con accortezza il difficile bilanciamento fra stimoli e segnali di natura politica all’economia.

Anche la Bce, apparentemente estranea alle dinamiche politiche della Ue, nella quale non ha come contraltare un Ministero del Tesoro sovranazionale, ha dimostrato nel tempo di essere in un dialogo continuo con il Consiglio Europeo, che rappresenta la controparte politica nella Ue. Lo abbiamo visto col “Whatever it takes” di Draghi, giunto solo poche settimane dopo l’impegno politico informale del Vertice di giugno 2012 a lasciare che fosse la politica monetaria ad intervenire per salvare l’euro dalla speculazione.

E lo abbiamo visto negli ultimi cento anni col comportamento della Fed. Non stupisce quindi che Joe Biden abbia deciso di chiamare al Tesoro Usa Janet Yellen, prima donna al Dipartimento del Tesoro e già prima donna alla guida della Fed dal 2014 al 2018 (dopo un lungo percorso interno alla Fed). Un PhD a Yale sotto la supervisione di James Tobin (uno dei “Keynesiani bastardi”, secondo la nota definizione di Joan Robinson) e Joseph Stiglitz (artefice della compatibilità fra Keynes e Schumpeter) e vent’anni di insegnamento a Berkeley, è stata Presidente del Council of Economic Advisors con Clinton, poi Presidente della Fed di San Francisco e infine, nel 2010, Vice-Presidente della Fed.

Come capo della Fed, si è contraddistinta per uno spostamento della politica monetaria espansiva degli anni precedenti verso una riduzione dei titoli del Tesoro in portafoglio presso la Banca, ma anche per una parallela incentivazione dei rialzi salariali. Insomma, un colpo al cerchio ed uno alla botte. Nota per essere più preoccupata per la disoccupazione che per l’inflazione, ha finora dimostrato di credere nel ruolo della politica monetaria a fini di stabilizzazione del ciclo economico. È divenuta celebre la sua affermazione del 2010 sulla validità ed attualità della Curva di Phillips. Siamo proprio curiosi di sapere cosa ne pensa adesso che la curva di Phillips sembra essere una ‘empty box’, come forse avrebbe detto Clapham, apparentemente priva di alcun valore analitico e predittivo.

Naturalmente, le differenze nelle strutture dei mercati e delle istituzioni sono molto diverse, fra Usa e Ue (ed ovviamente all’interno della Ue); quindi è probabile che la nostra valutazione sia dovuta ad un bias di contesto. Perché appare piuttosto evidente come in Europa i meccanismi di trasmissione della politica monetaria a quella reale sono inceppati; per esempio dall’esigenza di sostenere gli acquisti di debito pubblico, piuttosto che per sostenere l’economia famiglie ed imprese. Sarà allora utile verificare quale rapporto sinergico troverà il Tesoro con la Fed nel bilanciare politica fiscale e monetaria. E se lo farà nell’ottica di un rinnovato ruolo internazionale degli Usa; se preferirà agevolare una transizione soft ad un  maggior multilateralismo, anche attraverso l’uso crescente dei diritti speciali di prelievo.

Vedremo inoltre come si comporterà il Tesoro Usa di fronte alla minaccia della fine dell’egemonia del dollaro nei pagamenti internazionali conseguente all’aumento del ruolo delle valute digitali, che potrebbe implicare una crescente difficoltà a collocare le prossime tranches di debito pubblico. Insomma, le incognite dietro a questa nomina sono numerose. E non è detto che, dal profilo passato della Yellen, sia facilmente e linearmente estrapolabile il suo comportamento futuro alla guida del Tesoro americano.

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