La transizione energetica non è un pranzo di gala. Ospite dell’Atantic Council di Washington DC, l’ad di Eni Claudio Descalzi spiega la strada (in salita) per ridurre a zero le emissioni di CO2. E apre uno scorcio sulla crescita del Cane a sei zampe nella turbolenta area East Med, dalla Libia all’Egitto

Energie rinnovabili, ambiente, riscaldamento climatico. Dopo quattro anni di amministrazione Trump queste parole non sono più un tabù a Washington DC. Anzi, a sentire il programma del ticket democratico di Joe Biden e Kamala Harris, promettono di diventare l’abc dei prossimi quattro anni. Non è allora casuale il tempismo del ciclo di eventi sull’energia avviato dall’Atlantic Council, uno dei think tank bipartisan più famosi della capitale.

Questo mercoledì il kick-off con un ospite illustre, l’ad di Eni Claudio Descalzi. Il Cane a sei zampe è un caso di scuola nel mondo non solo per le sue dimensioni, ma anche perché da qualche anno, per la precisione dal 2014, ha deciso di mettersi alla guida della transizione energetica di settore, sintonizzando la propria mission con gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.

I numeri non mentono. Dal 2015 al 2019 le emissioni di CO2 sono state dimezzate. Ma non ci si può neanche girare intorno. I combustibili fossili sono e rimangono, ad oggi, un tassello inamovibile del puzzle.

Così Descalzi all’Atlantic Council ha spiegato che “non tutti i Paesi, non tutte le industrie, non tutti i player sono pronti. Chiaramente abbiamo diverse situazioni tra i Paesi sviluppati e i Paesi in via di sviluppo”.

Non basta fare annunci e porsi obiettivi. “Tutti i Paesi che vogliono ridurre le emissioni di carbone devono fornire un quadro comune che aiuti le aziende a farlo – ha spiegato il numero uno dell’Eni – giustissimo dare un target del 50-100%, ma non è abbastanza. Servono incentivi e abilitazioni che aiutino gli investitori ad investire in sicurezza”. Soprattutto, ha aggiunto, serve un framework regolatorio comune a livello internazionale, senza il quale non c’è Accordo di Parigi sul clima (Cop21) che tenga. “Dopo il 2015 abbiamo perso trazione – ha ammesso Descalzi – serviva più impegno da parte delle istituzioni. Mi rendo anche conto che non è facile dire a un’azienda: fai dei sacrifici economici, riduci i tuoi profitti per le prossime generazioni. Sono fiducioso che presto in Europa troveremo un consenso comune”.

Transizione energetica, va da sé, fa rima con innovazione tecnologica. Eni lo sa, e infatti, ha spiegato il top manager, ha iniziato a farlo sei anni fa “con un forte focus sulla tecnologia investendo oltre 4 miliardi per trasformare la nostra industria”. I risultati più promettenti dal fronte della fusione magnetica. Questa “può essere la vera svolta tecnologica con il più alto potenziale per rispondere alla crescente domanda mondiale di energia pulita e permetterà infatti di produrre energia sicura, a zero emissioni di gas serra”. Manca poco a un primo prototipo, “Entro il 2030-2033 saremo in grado di avere un prototipo, il primo impianto e questo è davvero rivoluzionario”.

Il Covid non è l’unico elemento di destabilizzazione del mercato Oil&Gas. I quadranti che vedono Eni protagonista sono infatti attraversati oggi più di ieri da crisi, tensioni, guerre che ne ostacolano il percorso. Su tutti, il Mediterraneo sulle coste del Nord Africa e in particolare l’East-Med. “In quell’area ci sono Stati che hanno fatto scoperte straordinarie di giacimenti, penso all’Egitto, che era un importatore di gas e ora esporta, o a come è cambiata completamente l’economia israeliana, oggi improntata all’export”, ha spiegato Descalzi.

Il più grande cruccio resta quello della crisi in Libia. Ma anche qui l’ad non ha nascosto un velo di ottimismo. “Ci sono stati i primi, positivi segnali di una soluzione in vista. Una guerra durata anni sembra finalmente avviarsi verso una soluzione. Che, ovviamente, non potrà prescindere dal dialogo fra entrambe le forze in campo”.

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