L’accordo di pace russo nel Nagorno-Karabakh, la partita geopolitica, le ambizioni turche, la debolezza diplomatica europea. Conversazione di Formiche.net con Giorgio Cella, docente presso l’Università Cattolica di Milano e analista per Limes e Nato Foundation

Lo scontro nel Nagorno-Karabakh si è concluso con un trattato di pace mediato dalla Federazione Russa, spinta anche dall’abbattimento di un suo elicottero, avvenuto per errore dalle forze azere. Il dispiegamento delle forze militari russe nelle zone però sembra essere una vittoria di Mosca, che in qualche modo rende mutilata la vittoria azera e dimezza le ambizioni egemoniche di Ankara.

Per capirne meglio ne parliamo con Giorgio Cella, docente presso l’Università Cattolica di Milano e analista per Limes e Nato Foundation. Professore, come stanno le cose?

Per quanto riguarda la vittoria russa a cui lei fa riferimento, di sicuro l’accordo pattuito dalle parti belligeranti sotto il patrocinio di Mosca che vede il dispiegamento esclusivo delle forze russe di peace keeping (ai quali, nel tempo, non stupirebbe se Mosca vi dispiegasse gradualmente anche sistemi d’arma e financo nuove basi o avamposti militari) senza quelle turche, come avrebbe plausibilmente desiderato Ankara, rappresenta certamente una vittoria sul piano politico e strategico. La presenza stessa dei peace keepers russi in Nagorno Karabakh emerge come la vera novità di questa crisi, che la differenzia dalla prima soluzione negoziata sempre da Mosca nella prima metà degli anni ‘90. Risulta anche plausibile pensare che i russi, con quest’altro presidio militare in un’area così strategica del Caucaso, abbiano intenzioni di permanere anche oltre il breve-medio termine – gli accordi stabiliscono il loro stazionamento per un iniziale lustro. Alcuni osservatori, inoltre, vista la pressoché acquiescenza internazionale che ha visto i russi muoversi indisturbati nella risoluzione del conflitto, pensano che il Cremlino possa in futuro proporre alla comunità internazionale – o quantomeno all’Unione Europea – questo approccio (che coinvolga il dispiegamento dei propri peace keepers) come modello da applicare in altre analoghe situazioni di crisi dell’arco post-sovietico. A questo proposito, credo sia opportuno non togliere gli occhi dal contesto regionale: il caso del Nagorno Karabakh rientra infatti a pieno titolo in quei conflitti dell’ex spazio sovietico racchiusi nella sensazionalistica etichetta di conflitti congelati, alla quale ritengo tuttavia preferibile quella di conflitti protratti. Cronologicamente, fu proprio quello del Nagorno Karabakh il primo di tali tipici conflitti dello spazio post-sovietico.

Qual è la sistemazione geopolitica ideale per la Federazione Russa in questo tipo di conflitti protratti del mondo post-sovietico?

Per Mosca, essere ad un tempo arbitro neutrale, powerbroker diplomatico ed avere una presenza strategica nella determinata area di crisi costituisce la combinazione più desiderabile. Questo primario ruolo diplomatico di Mosca sembra essersi ormai delineato come un tratto distintivo nella geopolitica dell’area post-sovietica: nel mio corso universitario sull’evoluzione dello spazio post-sovietico e sulle dinamiche dei conflitti protratti della regione, sono solito partire proprio da quello del Nagorno Karabakh mediato diplomaticamente da Mosca in quel lontano maggio del 1994: alla luce di ciò che abbiamo visto in questi giorni, e a distanza di più di 25 anni, pare che queste dinamiche siano rimaste pressoché identiche. Salvo due differenze, non irrilevanti, e sul lungo termine non favorevoli per il Cremlino: la diversità di attori ora presenti nella regione con pulsioni centripete e non solo centrifughe, e la volontà sempre più assertiva della Turchia di Erdogan di rientrare come protagonista geopolitico nella regione.

Il trattato è una vittoria Russa sacrificando l’Armenia? Ciò può essere visto da Yerevan come un tradimento da parte della Russia, suo storico alleato?

Inizio a risponderle riaffermando un concetto che ho già avuto modo di ribadire in altre occasioni e che non mi stancherò di reiterare: un punto sicuramente cardine della politica estera russa e senz’altro anche della Russia di Vladimir Putin è il realismo: supremo principio regolatore della politica internazionale nei secoli. Spiace per gli ingenui o i sognatori, specie nostrani, non assenti anche dall’agone politico, che sono (erano?) soliti ritrarre una visione chimerica, sovente sloganista, di una Russia idealista che sarebbe incondizionatamente corsa alla difesa di cause religiose e identitarie a lei care in ogni dove e ad ogni latitudine, vaneggiando financo su una fantastica Terza Roma… Senza addentrarci qui nel tema del forte multiculturalismo russo e dell’integrazione istituzionale della sempre più cospicua comunità islamica di Russia, gestita e voluta proprio da Putin, e sugli effetti che essa potrà avere in futuro, basta ricordare che i vettori classici di ogni politica estera, russa inclusa (!), si basano su ben altri calcoli e pilastri. La crisi in Nagorno Karabakh, in relazione al ruolo di Mosca, è in questo senso un altro caso che trascende supposte priorità di tipo storico-identitarie. Invero, la Russia in questo caso si è attivata solo quando le truppe di Aliyev avevano già ottenuto netti successi militari sul campo di battaglia, nonostante, come da lei ricordato, gli armeni vantino uno storico rapporto di vicinanza religiosa con Mosca. Se da un lato il governo russo è stato a guardare da arbitro neutrale lungo i 44 giorni di conflitto senza intervenire in alcun modo in favore di Yerevan – si tenga anche conto che in base al patto difensivo di cui l’Armenia fa parte, la Cstoi russi sono tenuti a difendere militarmente Yerevan solo in caso di attacco al suo territorio nazionale, che non comprende il Nagorno Karabakh – è dall’altro lato chiaro che senza l’intervento politico-diplomatico di Mosca, per gli armeni sull’orlo di una completa disfatta militare, la situazione avrebbe potuto essere ancora più grave. È evidente che gli esiti del conflitto per Yerevan si sono rilevati esiziali: la perdita di circa la metà di quella che gli armeni vedono come una zona ancestrale della loro antica storia costituisce una ferita aperta nella memoria nazionale non solo del Paese ma altresì della comunità globale armena. A ciò si aggiunga un avanzamento geopolitico degli azeri ormai sempre più prossimi ai confini nazionali della già territorialmente esigua e landlocked Armenia, la perdita di migliaia di giovani soldati e il problema dei rifugiati.

Come saranno ora i rapporti bilaterali di Mosca con Yerevan, e di Mosca con Baku?

Ricordiamo innanzitutto che la Russia oltre ai noti storici rapporti con l’Armenia cristiana, la Russia ha tenuto negli anni ottime relazioni anche con l’Azerbaijan musulmano, ed è tradizionalmente tra i principali fornitori di armamenti di entrambi i Paesi. Alcuni osservatori, nonostante lo stesso presidente russo abbia naturalmente smentito, vedono una diversa attitudine della Russia verso l’Armenia di Pashinian, divenuto presidente sull’onda dell’emozione popolare in seguito a una rivoluzione, circostanze (generalmente) non viste di buon occhio al Cremlino. Per quanto concerne il breve periodo invece, vedo molto improbabili nuovi possibili tentativi di ammiccamenti dell’Armenia all’Occidente, in specie per il periodo in cui rimarrà al potere il compromesso governo di Pashinian, periodo che potrebbe essere molto limitato, visto che è oggi nell’occhio del ciclone e oggetto della rabbia popolare per la disastrosa gestione del conflitto. Di certo, rebus sic stantibus, la dipendenza armena nei confronti di Mosca sarà plausibilmente, giocoforza, sempre più forte. Da ultimo, aggiungo che il Cremlino, sempre in quell’ottica realista lumeggiata poc’anzi, qui con un occhio fisso sull’indebolimento e sulla frammentazione dell’unità dell’Alleanza Atlantica, tra i frutti del suo operato, raccoglierà un aumentato appeal anche nello stesso Azerbaijan nel quale, per come ha gestito la crisi, potrà ora espandere la propria sfera d’influenza in un Paese sempre più vicino alla Turchia, membro Nato. Un obbiettivo quindi di rilievo strategico per il Cremlino.

Le ambizioni turche di espandere la propria sfera d’influenza sembrano essere però frenate dai troppi fronti e dalla volontà del Cremlino di non cedere nel medio periodo un suo “giardino”, come il Caucaso. Ankara e Mosca rischiano nuovamente una collisione? 

Sui complessi rapporti tra Russia e Turchia se ne potrebbe trattare a lungo e con un occhio fisso sulla secolare Storia dei rapporti bilaterali tra le due potenze. Senza discendere qui in una analisi di questo tipo, è necessario considerare alcuni punti. L’attuale tandem Putin-Erdogan e le relative pax russo-turche che, tra alti e bassi, abbiamo visto concretizzarsi negli ultimi anni dalla Siria alla Libia sino al Caucaso e chi sa dove altro in futuro, è il frutto del realismo politico di due attori con ambizioni neo-imperiali, con alte capacità diplomatiche e negoziali che però, ad un tempo, conseguono interessi geopolitici e ideali valoriali e identitari divergenti. La fase aurorale del rapporto bilaterale tra le due potenze si può dire che ebbe sin da subito una scintilla conflittuale, quando le due forze cominciarono a scontrarsi nell’area del Mar Nero nella seconda metà del XVIII secolo, ben prima della più nota fase di conflittualità Ottocentesca nota come Questione d’Oriente. La cooperazione turco-russa oggi è anche il frutto di un contesto internazionale che, a causa di una cronica mancanza di una corale azione geopolitica europea e ancor di più a causa dell’isolazionismo dell’amministrazione Trump, che ha ulteriormente diminuito il peso dell’Occidente come attore globale, ha lasciato grande spazio di manovra a queste potenze definibili anche arcaiche, guerriere o eroiche, nel senso che oltre alle tecnologie d’avanguardia nel campo militare, hanno ancora la volontà, e soprattutto uomini in armi pronti a scendere in campo per la difesa degli interessi nazionali. Come detto, tuttavia, le tensioni di fondo sono latenti, e potrà essere proprio l’ex giardino di casa sovietico, che storicamente anche i turchi in parte rivendicano, ad essere teatro di un aumento dell’aliquota conflittuale tra questi due contendenti. Nel Nagorno Karabakh, risulta chiaro come le ambizioni di Ankara siano state mitigate, fattualmente, dalla gestione russa del conflitto e dal dispiegamento dei peace keepers. Erdogan può però sempre far valere la vittoria militare dell’Azerbaijan, suo alleato e proxy turcico nella regione, così come l’indiretto avanzamento dell’influenza turca nel Caucaso, un obbiettivo questo di lungo termine per la Turchia che non verrà certo meno per via di qualche battuta d’arresto di breve-medio termine. Il teatro post-sovietico in futuro, ripeto, darà ancora sorprese e colpi di scena anche nei rapporti tra Mosca ed Ankara, e l’instabilità eventuale sarà altresì proporzionale al futuro ruolo e status di Ankara all’interno della Nato. In parallelo con la volontà delle due potenze di mantenere gli equilibri raggiunti nei vari teatri di crisi, la competizione per il potenziamento delle proprie sfere d’influenza, non solo sul piano strategico ma anche e soprattutto in relazione alla sfera culturale, identitaria e religiosa, non si affievolirà di certo.

Nella guerra del Karabakh le forze azere e quelle armene, con qualità inferiore rispetto a Baku, hanno messo sul campo armamenti e mezzi moderni. In primis i droni suicidi azeri. 

Non sono un esperto di questioni militari, ma non v’è dubbio che sia stato l’elemento tecnologico ad aver dato quel vantaggio strategico in più a Baku nei confronti delle forze armene, sprovviste ed impreparate a far fronte a questo tipo di sfide, specie nel settore della difesa aerea. I droni da attacco forniti dalla Turchia e anche da Israele – secondo i dati Sipri nel periodo 2017-2019, Tel Aviv è divenuto il primo fornitore straniero di armi a Baku – hanno fatto in questo senso la differenza, infliggendo gravi danni alle difese armene. Yerevan paga anche, evidentemente, una mancanza di riforme complessive e ammodernamenti specifici nel settore della difesa negli ultimi anni, nonostante la minaccia di azioni belliche di Baku per riprendere il controllo dei territori perduti agli inizi degli anni ’90 non fosse certo scemata o in qualche modo venuta meno.

Infine, la debolezza diplomatica dell’Europa si è vista nuovamente?

Come sopra accennato sopra, Bruxelles ha mancato ancora una volta l’opportunità di incidere nella gestione di questo ennesimo conflitto nell’ex spazio sovietico, anzi, in questa circostanza non ha in realtà nemmeno avuto voce in capitolo dato che i negoziati sono stati condotti esclusivamente dalla diplomazia russa, di concerto con gli attori protagonisti del conflitto e in una coordinazione più riservata con la Turchia. Tutto ciò segnala una progressiva quanto preoccupante disattenzione verso la regione in questione. Tardiva e poco convincente appare l’uscita del ministro degli esteri francese Le Drian, giunta solo giorni dopo gli accordi patrocinati da Mosca, con la quale pretende dai russi “chiarezza riguardo le parti di ambiguità degli accordi”. Nel poco entusiasmante quadro dell’attuale fragile proiezione estera occidentale così come su quello della comunità internazionale e di sicurezza collettiva rispetto ai vari teatri di crisi, un po’ di luce da Occidente potrebbe venire – quantomeno nella gestione del difficile periodo post-conflict che seguirà – dal ruolo che potrà e saprà giocare l’Osce, organizzazione storicamente presente e attiva nell’area post-sovietica. In conclusione, aldilà del caso specifico del Nagorno Karabakh – oltre a costituire un ennesimo episodio di una lezione non (ancora) imparata dall’Europa – non sarà mai sufficiente ripetere che la cronica mancanza di attenzione e della creazione di dispositivi politico-istituzionali efficaci (così come di specifiche forze di interposizione) e di una visione unitaria sulle storiche periferie orientali d’Europa rischia di costare caro all’Europa – così come le costò caro nei secoli passati – specie in un contesto globale altamente volatile e mutevole come quello corrente.

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