Attacchi e contrattacchi. Armenia e Azerbaigian combattono per il Nagorno-Karabakh e chiedono aiuti ai pesi massimi esterni, Turchia e Russia, che dimostrano un’intesa di massima sul procedere dei combattimenti

Nel corso di una riunione con il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, in visita a Baku, il presidente azero Ilham Aliyev ha detto che il suo esercito andrà “fino in fondo”. Una risposta, al fianco della protettore (la Turchia), alla richiesta di colloqui urgenti avanzata dal primo ministro armeno Nikol Pashinyan nei confronti del Cremlino (dove sono conservati gli accordi di cooperazione militare Russia-Armenia).

La guerra nel Nagorno-Karabakh continua, i tentativi di pace sono tutti falliti. Aliyev ha anche spiegato che l’Armenia “non ha alcuna base” per chiedere assistenza militare alla Russia. Il presidente ha infatti ricordato come le operazioni condotte dall’esercito azerbaigiano non si tengono sul territorio armeno. È in effetti un punto chiave: il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha detto di considerare una reazione possibile se gli scontri dovessero sforare in Armenia, ma Baku e Ankara sanno bene che lo scontro sarà contenuto alla porzione contesa di confine.

Anzi, sebbene gli armeni abbiamo provato a provocare una reazione colpendo aree civili in Azerbaigian, gli azeri hanno mantenuto il controllo. L’obiettivo è fissato e probabilmente già concordato tra Turchia e Russia– Mosca in effetti ripete di ritenere Baku un partner e Ankara altrettanto, alla faccia degli accordi sulla cooperazione militare del 1997 sulla base dei quali Yerevan chiede l’attivazione della mutua difesa ai russi.

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