L’Ue ci guarda, e visti i precedenti ha (legittimi) dubbi. Sul Recovery Fund bisogna passare dalle parole ai fatti, con pochi, qualificanti progetti di grandi dimensioni, in grado di aggredire i nodi strutturali storici dell’Italia. L’intervento di Enrico Borghi, deputato del Pd e componente del Copasir

È meglio accendere subito un “warning” sul dibattito – alquanto singolare – sul Recovery Fund. Appare infatti alquanto singolare che la discussione si sia accesa non sui contenuti, ma sulle forme. Come se l’unica forma dell’agire della Politica sia nella gestione piuttosto che nel pensiero, in una sorta di neodoroteismo 4.0 si discute e ci si accapiglia tra cabine di regia, strutture piramidali e task force col rischio di perdersi per strada.

Proviamo a fare due passi indietro, per ribadire un paio di concetti fondamentali. Il primo. Il Recovery Fund non è un pranzo di gala, ma il prezzo salato di una pandemia che si è abbattuta sulla dimensione produttiva, economica e sociale dell’Italia in maniera maggiore rispetto ad altri paesi. La nostra flessione del Pil è stata imponente, e più marcata di altri.

Essere riusciti a scuotere l’Unione Europea dalla sua dimensione astratta e burocratica, per immergerla nell’esigenza di fare un salto in avanti in direzione di una sua soggettività politica, non ci dà la licenza di ritenere che da ora in avanti entriamo nel paese dei balocchi. Ma ci obbliga a utilizzare questi fondi per colmare quei differenziali che ci hanno fatto pagare di più di altri Paesi il passaggio della pandemia.

Il secondo. Il Recovery Fund viene finanziato grazie all’emissione di debito garantito dalla Unione Europea, mutualizzando per la prima volta il concetto di debito sull’intero continente. E i cantieri vanno chiusi entro il 31 dicembre 2026. Per gli standard italiani, praticamente domani! Per questo, inutile illudersi: ci guardano con attenzione da Parigi come da Berlino, da Bruxelles come da Francoforte. E per questo, abbiamo bisogno di migliorarci, perfezionarci, progredire rispetto alle nostre non certo brillanti performances di impiego dei fondi UE finora disponibili, Fondi di Coesione in primis.

Chi sottoscriverà il debito in Europa per assicurarci le risorse dei fondi per il “Recovery Plan” si pone oggi una domanda legittima: ma questi Italiani, visti i precedenti, riusciranno a fare programmi seri? Possiamo aver fiducia loro (quando per fiducia non significa semplice affidamento sentimentale, ma sottoscrizione dei titoli di debito!)?

Attenzione allora ad impostare bene il dibattito. Sin qui i passi seguiti sono stati positivi. Il governo ha negoziato bene sul piano europeo, il Parlamento ha -primo in tutta Europa- votato delle linee di indirizzo.

Ma ora bisogna avere coscienza che i temi alla base del Recovery Fund (greening, innovazione, riforma del welfare) sono quelli che l’ Italia elude costantemente da almeno trent’anni, e che questa volta “hic rhodus , hic salta” come ha ricordato Ursula Von Der Leyen all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Bocconi.

Per fare questo, bisogna concentrare le proprie energie sui contenuti, sul progetto, sugli obiettivi, e far discendere da questi le forme organizzative adeguate. Non viceversa. Sapendo che lo sforzo che dobbiamo compiere è quello di far funzionare la pubblica amministrazione nella sua ordinarietà, non immaginare fughe in avanti in nome della straordinarietà gestionale. Alla fine della “benzina” assicurata dal Recovery Fund, l’aereo-Italia dovrà volare a velocità di crociera, e per questo serve non un mago in grado di far lievitare i solidi, ma piloti ed equipaggio attrezzati alla bisogna.

La nostra Costituzione tra gli articoli 114, 117 e 118 dice chi forma la Repubblica e come si articola. Ecco, applichiamo quei disposti. Evitiamo strane e bizzarre invenzioni (ma come mai potrebbe funzionare una cabina di regia con un primo ministro, tre ministri, 6 capi area, trecento esperti più tutto il contorno di burocrazia?) ma utilizziamo questo momento per far crescere finalmente le competenze degli enti locali, l’organizzazione delle Regioni, la qualità dell’azione statale.

Serve l’ordinarietà di una pubblica amministrazione finalmente sussidiaria e adeguata, per consentire di portare il peso di riforme tanto storiche quanto ostiche, e non barocche impalcature che sappiamo già non sapranno mettere a terra nulla e avranno come unico effetto quello di impaludare l’attuazione delle politiche e di perturbare il quadro politico che sostiene il governo.

Dobbiamo guardarci dall’idea che il Recovery sia una giostra dalla quale strappare brandelli di spesa pubblica per sostenere i progetti che escono dai fondi di magazzino della pubblica amministrazione. Colpisce, in proposito, di vedere Regioni (è il caso del Piemonte) che ha già annunciato di disporre di 13 miliardi, e chiede ai Comuni di inviare progetti a ruota libera. Questo pressapochismo locale è l’altra faccia della medaglia dell’errore statale di concentrarsi sugli strumenti piuttosto che sulle proposte.

Serviranno invece pochi, qualificanti progetti di grandi dimensioni, in grado di aggredire i nodi strutturali storici dell’Italia. E lo Stato si concentri sull’indirizzo e sulla regia, oltre che sull’attuazione delle linee fondamentali, senza infilarsi in una gestione nella quale dimostra spesso di non brillare, utilizzando magari le proprie strutture esistenti laddove funzionanti (si pensi anche ad Eni, Leonardo o Enel, ad esempio) o approfittando del momento per intervenire sulle strutture che non funzionano (l’elenco sarebbe troppo lungo, meglio astenersi).

Sarà così che supereremo lo scetticismo di chi in Europa ancora non ha digerito l’idea della mutualizzazione del debito, e che vinceremo una sfida che fa tremare i polsi e che senza Politica è già persa in partenza.

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