Il sottosegretario Di Stefano rassicura: “Abbiamo contatti costanti con i pescatori, stanno bene”. Intanto, sul campo si tratta. E Haftar è ancora centrale

Dopo giorni di silenzio del governo italiano, è il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano a rivendicare in tv “contatti costanti con i pescatori”. La prima notizia data in diretta a Start su SkyTg24 è la “certezza” che i pescatori “stanno bene”. La seconda è che la vicenda dei 18 di Mazara, trattenuti nella Libia orientale dall’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) controllato da Khalifa Haftar, evidenzia quanto sia tuttora essenziale il ruolo del generale. Sul campo e fuori.

Dato per finito per un presunto abbandono dei suoi alleati egiziani, russi ed emiratini, apparentemente in retromarcia dopo le battute d’arresto del suo esercito, è invece sempre più “centrale”. Lo dicono i fatti degli ultimi giorni. E l’Italia è costretta a prenderne atto.

Non solo Il Cairo ha fatto trapelare attraverso il canale tv Al Arabiya di voler continuare a sostenere le forze di Haftar in Libia. Anche i servizi italiani, che mai hanno smesso di tenere da conto l’area orientale del Paese a fronte dei pozzi di petrolio da lui controllati, avrebbero riferito a Roma che il generale è ancora in grado di muovere truppe e politica.

Il “Comitato dei dieci”, l’organismo che riunisce cinque membri dell’esercito del Governo di unità nazionale (Gna) e 5 dell’Lna sotto l’egida Onu, ha fatto passi avanti nei negoziati per rafforzare il cessate il fuoco. Ma nessuno ha realmente intenzione di retrocedere. Come dire: Haftar è in partita. Quasi più di quanto non lo si fosse considerato solo due mesi e mezzo fa.

In un gioco diplomatico non secondario, l’Egitto ha fatto sapere al capo delle milizie di Misurata Fathi Bashaga di voler “continuare a sostenere le forze di Haftar”. E una fonte vicina al generale ha pure smentito all’Agenzia Nova il presunto accordo raggiunto per garantire a Bashaga la guida del governo di unità nazionale e a Haftar il comando dell’esercito. “Lna non negozia con i singoli individui”.

Pensare inoltre che Haftar sia stato davvero rinnegato dal Parlamento di Tobruk del presidente Aguila Saleh, per aver rifiutato il cessate il fuoco del 17 agosto, non riflette quanto sta accadendo sul campo. Perché senza Haftar, che controlla ancora una parte preponderante del territorio, la Libia correrebbe un rischio enorme.

Certo, il generale ha cercato senza successo di rovesciare il Governo di unità nazionale provando a conquistare Tripoli: e non ci è riuscito solo per l’intervento della Turchia schierata a sostegno delle forze della Tripolitania.

Ma proprio l’influenza di Ankara, sul campo e fuori, ha introdotto un tema non di secondario interesse per l’Europa e (oggi più che mai) per l’Italia: quello legato al rischio di un’islamizzazione radicale della Libia, o di parte di essa, nel caso Haftar soccombesse.

Quando il 26 ottobre il Governo di unità nazionale ha denunciato “con forza” le parole di Emmanuel Macron sulla libertà di espressione, si è aperto un nuovo fronte: quello forse sottovalutato della presenza di jihadisti che sul campo oggi combattono contro Haftar e che un domani potrebbero restare. Già transitati, secondo diverse fonti diplomatiche concordanti, da Paesi alleati della Turchia.

Specie dopo i fatti recenti di Nizza e Vienna, le antenne dei servizi di mezza Europa si sono alzate subito quando il ministero degli Esteri libico del Gna riconosciuto dalle Nazioni Unite ha detto che le posizioni di Macron “alimentano sentimenti di odio” invitandolo a “chiedere scusa a quasi 1,3 miliardi di musulmani nel mondo” e scatenando manifestazioni in diverse città della Libia: tra cui Tripoli, dove c’era chi bruciava l’effige del presidente francese senza che nessuno intervenisse. In quell’occasione si è svelata la natura della Rada, la “polizia” anti Haftar che già oggi tollera la Sharia in certe aree e che potrebbe rappresentare il futuro del Paese.

L’Italia cerca di muoversi in questo ginepraio. Almeno per provare a riportare a casa i 18 di Mazara. Per ora “assistiti dall’ambasciata italiana a tutti i livelli, alcuni avevano bisogno di medicinali particolari”, chiarisce il sottosegretario. Di Stefano parla in modo sibillino di “partita più complessa rispetto al passato”. Come se qualcosa fosse cambiato rispetto a qualche settimana fa. Di contatti “dell’intelligence e anche dai Paesi limitrofi che ci stanno aiutando con le loro influenze sulle milizie locali”. Comunque la si pensi, qualunque strada si scelga, il generale resta un uomo con cui fare i conti. Nel bene o nel male.

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