Ankara continua la battaglia contro l’organizzazione Pkk. Ma deve anche fare i conti con una crisi finanziaria. Le pressioni sull’amministrazione Usa

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, sembrerebbe concentrato su diversi dossier geopolitici. Con la visita a Famagosta per incontrare il nazionalista Ersin Tatar e sostenere i turchi-ciprioti, che “vivono nelle proprie terre con dignità e libertà, nonostante innumerevoli attacchi alla loro presenza”, come ha affermato nel suo intervento nella Repubblica turca di Cipro del Nord.

Ma anche con la presunta visita a sorpresa in Libia, confermata da alcuni media arabi e dall’ex ambasciatore libico in India, Ramadan al Bahbah, che la considera “un riconoscimento del controllo turco sulle articolazioni dello Stato libico e una vittoria per il progetto coloniale in Libia”.

Le autorità della Turchia sono anche impegnate nella lotta contro il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). A riguardo, sono stati emessi 101 mandati d’arresto contro alcuni sospettati a margine di un’indagine contro l’organizzazione nella provincia di Diyarbakir.

L’agenzia di stampa “Anadolu”, ripresa da Nova, sostiene che i sospettati avrebbero lavorato per il Democratic Society Congress, un organo legislativo del Pkk. Nella lotta contro quella che Ankara considera un’organizzazione terroristica, sono stati arrestati anche avvocati legati al caso e sequestrate armi e documenti. Sono in corso altre operazioni per cercare persone coinvolte nelle province di Diyarbakir, Smirne, Istanbul e Adiyaman.

Due settimane fa, la National Intelligence Organization (Mit) avrebbe ucciso nella regione irachena di Sinjar, Irfan Akcan, terrorista ricercato del Pkk.

Secondo il sito Daily Sabah, l’uomo era responsabile delle attività doganali dell’organizzazione, tra cui trasferimento di armi e membri terroristi tra Sinjar e la Siria, nonché responsabile della raccolta di fondi regionale per il Pkk. Akcan era entrato nel Pkk nel 2010 e aveva partecipato a diversi attacchi terroristici.

La guerra al Pkk potrebbe servire anche come facciata per sviare l’attenzione contro un altro problema interno che Erdogan si vede costretto ad affrontare: la crisi economica.

Qualche settimana fa, durante il Congresso Provinciale Ordinario di Samsun del Partito della Giustizia e dello Sviluppo, il presidente turco ha promesso che il Paese sarà tra le più grandi potenze globali, per la crescita economica e politica.

“Non è facile fare capire che le regole del gioco sono cambiate a questi crudeli, che hanno potere grazie alla persecuzione, allo spargimento di sangue e allo sfruttamento delle società attraverso la bugia e l’oppressione – ha dichiarato Erdogan -. Non hanno potuto fare prigioniera la Turchia, con le minacce e l’embargo. Non hanno potuto compiere un colpo di Stato. Non potranno sconfiggere la Turchia con l’economia”.

Tuttavia, i conti del Paese parlano da sé. Come sottolinea il quotidiano Wall Street Journal, Ankara affronta una crisi bancaria.

In seguito ad una cattiva gestione dei conti dello Stato turco, Erdogan è stato costretto a sostituire il ministro delle Finanze, e governatore della banca centrale. “La Turchia ha bisogno di una migliore politica economica – si legge in un editoriale del quotidiano americano -, ma il controllo politico di Erdogan minerà le riforme interne”.

È significativo il caso di Halkbank, il secondo più grande istituto di credito statale turco: “La banca avrebbe gestito uno schema da 20 miliardi di dollari per evitare le sanzioni statunitensi contro l’Iran. I pubblici ministeri federali di Manhattan stanno indagando sul caso da anni e accusano diversi funzionari turchi”. Una testimonianza punta il dito direttamente contro Erdogan, per l’approvazione diretta dell’irruzione delle sanzioni.

Ed Erdogan avrebbe fatto pressioni anche sul presidente americano, Donald Trump, per spingere sulla chiusura del caso, garantendo immunità alle persone coinvolte. “Ma nell’ottobre 2019 – riferisce il WSJ – i pubblici ministeri federali hanno accusato la banca ‘di frode, riciclaggio di denaro e sanzioni’. Il mese scorso un giudice federale ha rifiutato di archiviare il caso”.

Ora aumentano le probabilità che il governo turco cerchi di pressare l’amministrazione di Joe Biden per un nuovo verdetto. “Confidiamo che il nuovo presidente chiarisca che i tribunali americani sono indipendenti – invita il WSJ -. Se gli Stati Uniti multano la banca per l’importo presumibilmente aiutato dal riciclaggio, ciò potrebbe segnare la fine del creditore”.

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