Cosa dicono i dati pubblicati dall’Inps sul sistema pensionistico italiano? Lo spiega Giuliano Cazzola, secondo cui una consultazione attenta e costante potrebbe demistificare tanti luoghi comuni che circolano in merito al sistema pensionistico

Il monitoraggio periodico curato dal Coordinamento statistico-attuariale dell’Inps, se fosse consultato con un minimo di attenzione e di continuità, potrebbe demistificare tanti luoghi comuni che circolano in merito al sistema pensionistico dopo le riforme degli anni passati e prima della “liberazione” portata sugli scudi di quota 100 e dintorni.

Nelle tabelle allegate vengono riportati i flussi del pensionamento nel Fpld (la colonna portante del sistema obbligatorio a cui sono iscritti i dipendenti dei settori privati, al netto degli iscritti alle contabilità separate, ex fondi speciali) e sono messi a confronto il numero dei trattamenti liquidati per le diverse tipologie di pensione in tutto il 2019 con quello dei primi nove mesi del 2020, nonché il confronto diretto dei primi nove mesi del 2019 e del 2020. L’attenzione viene attirata subito dal “cruccio nazionale” dell’età media effettiva alla decorrenza del pensionamento.

Coloro che intendono giocare con le carte truccate si concentrano sui dati anagrafici medi del trattamento di vecchiaia sottolineando con la matita blu i (quasi) 67 anni di uomini e donne. Succede però che in Italia, nel lavoro dipendente, in particolare tra i maschi residenti al Nord, viene liquidato un maggior numero di trattamenti anticipati, i cui requisiti non includono un limite anagrafico ma soltanto un’anzianità contributiva pari a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e a un anno in meno per le donne (tale regola a legislazione vigente dovrebbe restate immutata fino a tutto il 2026. È dimostrato  dalle statistiche che le generazioni che maturano il diritto alla quiescenza in questi anni e si avvalgono del trattamento anticipato sono in grado – per la posizione stabile e continuativa ricoperta nel mercato del lavoro – di accumulare un’elevata anzianità di servizio ad una età anagrafica intorno ai 62 anni. Il dato è abbastanza stabile – come si nota dalla tab.1 – in tutti i periodi messi a confronto.

 

 

La tabella 2 chiarisce un altro aspetto di fondo che di solito viene accantonato nelle polemiche da “un tanto al kg”. Il numero dei trattamenti di anzianità è sempre – in tutti i periodi considerati – un multiplo di quelli della vecchiaia. E come si dice con un linguaggio tecnico assai discutibile il tasso di mascolinità di queste prestazioni è molto elevato. Se consideriamo gli andamenti dei primi nove mesi dei due anni – tab. 1 – notiamo un’importante diminuzione dei trattamenti anticipati erogati agli uomini compensata solo in parte dell’incremento di quelli delle donne: un processo che la Nota Inps spiega con un minore interesse dei lavoratori per l’accesso a quota 100 nel corso del 2020.

 

 

La decelerazione dell’anticipo influisce anche sul differenziale tra vecchiaia e anzianità che si riduce nel raffronto tra i due periodi. Ma il numero di questa seconda tipologia continua a surclassare la prima, anche nel caso delle lavoratrici. Infatti, nei primi nove mesi del 2020 le pensioni anticipate delle donne supera quello di vecchiaia: il che è un dato insolito, essendo, per tanti motivi, la pensione di vecchiaia ad alto tasso femminile. È stabile il dato dell’età media alla decorrenza per le prestazioni di invalidità, mentre si assiste ad un riduzione del numero. Analogo discorso vale per le pensioni ai superstiti, un trattamento a netta prevalenza femminile per via della maggiore attesa di vita.

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