Pechino chiude con Giappone, Corea del Sud e un’altra dozzina di Paesi un’intesa regionale dalle potenzialità enormi: libero scambio nel Sudest Asiatico. “Gli Usa finiscono isolati, l’Europa ha un piede dentro”, spiega Amighini (UniAvogadro/Ispi)

Cina, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud, Giappone insieme ad altri Paesi del blocco Asean: Brunei, Laos, Myanmar, Malesia, Vietnam, Cambogia, Thailandia, Singapore, Filippine, Indonesia. È il Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep), un accordo economico-commerciale monstre che segna un successo per la Cina – e per gli altri Paesi principali dell’intesa – e arriva in un momento di transizione politica americana.

È molto probabile che la tempistica non abbia una regia di fondo, anche perché la Rcep è in discussione da molti anni (oppure no). Se ne parla dal 2012-2013 come forma di integrazione regionale – gli accordi di integrazione sono quelli che permettono il superamento di barriere commerciali all’interno di una determinata area. La partnership era stata criticata e la sua portata minimizzata, anche perché in quegli anni l’amministrazione Obama cercava di raggiungere un’intesa più articolata – che poi la presidenza Trump cancellò perché sbilanciata, a dire dell’uscente attuale-amministrazione, sbilanciata a sfavore degli Usa.

“Il dato più importante, a mio avviso, è il fatto che la Rcep aggreghi un numero di Paesi che finora non avevano avuto opportunità di unirsi”, spiega a Formiche.net Alessia Amighini, economista dell’Università del Piemonte Orientale, Co-Head dell’Asia Centre dell’Ispi. “Prendiamo Giappone, Corea del Sud e Cina, i pezzi da novanta di questa intesa: in modo diretto non sarebbero mai riusciti ad unirsi, perché hanno divisioni enormi su tutta una serie di dossier. Con questo accordo multilaterale invece diventano di fatto parte di una partnership che per altro li vedrà come i maggiori beneficiari”.

Per Amighini, una delle forze dell’accordo è l’essere “blando”, ossia non particolarmente stringente nelle clausole. È anche una delle questioni per cui viene criticato, “però di fatto è questo che ha permesso a tutti di accettare di farne parte. È stato l’elemento aggregante: è blando nella struttura, ma sostanziale perché promuove il reperimento di fornitori all’interno di quell’area regionale e favorisce lo scambio senza dazi quando il contenuto degli stessi supera determinati volumi e percentuali”.

L’area di cui parliamo, il Sudest Asiatico, raccoglie il 30 per cento della popolazione mondiale e un terzo degli scambi economico-commerciali totali. È da questa dimensione che si valuta la misura di ciò che è stato ratificato. Inoltre è quella che sta uscendo meglio dalla pandemia, è la regione da dove partono i segnali di ripresa globali: “Un aspetto che influenzerà le filiere”, aggiunge la docente.

C’è un elemento che dal piano commerciale scorre verso quello politico: i grandi (unici?) esclusi da questa intesa sembrano essere gli Stati Uniti. L’accordo non è stato dichiaratamente anti-Usa (come era pensato quello obamiano anti-Cina), ma crea un quadro complesso per Washington. “Di fatto è così: isola gli Usa, che volevano invece isolare la Cina, per questo i mezzi di stampa cinesi lo raccontano come un successo”. E l’Europa? “L’Europa ha un piede dentro, grazie agli accordi diretti con Giappone, Corea del Sud e Vietnam, che sono attori importantissimi del Gerd”.

Amighini aggiunge un altro elemento: “Val la pena di ricordare che questa intesa chiude il cerchio con il piano del 14esimo piano del Partito comunista cinese”. La shuang xun huan, ossia “doppia circolazione”, è il progetto con cui il segretario Xi Jinping intende spingere i consumi interni nei prossimi cinque anni. Una forma di consolidamento del potere interno (come Philippe Le Corre di Harvard l’ha definita su queste colonne), che sembra de-privilegiare le esportazioni. “Ma – spiega Amighini – se favorisci le vendite regionali è anche questa una forma di spinta al consumo interno”.

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