Il nuovo capo  del Pentagono Chris Miller ha confermato i piani di ritiro dall’Afghanistan (e dall’Iraq). Nel giro di poco più di un mese la presenza Usa scenderà da 4.500 a 2.500 unità. Ecco cosa cambia per gli Stati Uniti (dove la “patata bollente” passa a Biden), la Nato e l’Italia

Ritiro dall’Afghanistan confermato: gli Stati Uniti ridurranno nelle prossime settimane la presenza nel Paese a 2.500 unità rispetto alle 4.500 attualmente previste. Dopo indiscrezioni di stampa e conferme varie, l’ufficialità è arrivata da Christopher C. Miller, il fidato consigliere a cui Donald Trump ha affidato il Pentagono negli ultimi mesi di presidenza dopo l’allontanamento di Mark Esper. E se ci fossero dubbi sulla paternalità della decisione di ritiro, li ha fugati lo stesso Miller: il ritiro avviene su indicazione del commander in chief.

LA SITUAZIONE

A nulla sono valse le pressioni degli ultimi giorni tra Casa Bianca, Congresso e Pentagono: Trump ha tirato dritto perseguendo un cavallo di battaglia già della campagna elettorale del 2016, poi confermato nella corsa degli ultimi mesi con Joe Biden. E così entro Natale il contingente americano impegnato nella missione Nato Resolute Support dovrebbe ridursi a 2.500 unità. Attualmente conta 4.500 militari, già ridotti dagli 8mila di fine 2019 in seguito agli accordi di Doha con i talebani. Sarà minore la riduzione in Iraq: da 3mila a 2.500 unità, queste nell’ambito della Coalizione internazionale per la lotta all’Isis.

IL NODO DI BIDEN

Come notato dal Washington Post questa mattina, il numero non è casuale. La soglia era stata indicata in passato dal generale Scott Miller, che comanda le forze Usa nel Paese, come “non sostenibile” poiché non in grado di garantire la sicurezza del contingente in condizioni che rimangono bollenti, tra gli attentati a firma talebana e la delicatezza dei negoziati di pace intra-afghani. In altre parole, scendere a 2.500 obbligherebbe a stretto giro a un ritiro totale, una “patata bollente” che potrebbe trovarsi tra le mani Joe Biden nei primissimi giorni della nuova presidente. Come notato su queste colonne da Giampiero Gramaglia, il tema sarà tra i primi nodi della prossima amministrazione Usa.

IL FATTORE NATO

Eppure, la scelta di Trump si estende oltre i confini americani. Oltre ai generali statunitensi, a cercare di frenare la determinazione del presidente ci ha provato il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. Un ritiro frettoloso dall’Afghanistan avrebbe “un prezzo altissimo”, spiegava oggi.  Il timore (confermato dagli esperti) è che il Paese possa tornare “una base per terroristi internazionali” offrendo all’Isis l’opportunità di “ricostruire il califfato del terrore che ha perso in Siria e Iraq”.

L’ATTENZIONE ITALIANA

Tra gli alleati più attenti all’evoluzione degli scenari c’è l’Italia. Il nostro Paese dispiega in Afghanistan un contingente di circa 800 militari, concentrato per lo più nella provincia di Herat, sempre nell’ambito della missione Resolute Support della Nato, quella che ha preso in carico l’eredità di Isaf (scattata dopo gli attentati dell’11 settembre del 2001).

E L’IRAQ?

Situazione simile in Iraq. L’ultima delibera missioni approvata dal Parlamento italiano (relativa al 2020) ha previsto un incremento nel dispiegamento massimo da 900 a 1.100 unità per la missione Prima Parthica, contributo alla Coalizione anti-Isis, con l’aggiunta di una batteria missilistica Samp-T in Kuwait proprio per proteggere gli assetti nazionali. A inizio settembre (con quella che era sembrata una mossa elettorale) gli Stati Uniti hanno ufficializzato l’intenzione di ritiro parziale delle truppe presenti in Iraq, da 5.200 a 3.000 (qui i dettagli). Ritiro in linea con quanto concordato in ambito Nato che da tempo ha deciso di potenziare la propria “training mission” ereditando competenze dalla Coalizione anti-Isis. Risponde all’obiettivo di abbassare il profilo Usa nel Paese, divenuto complesso dopo l’uccisione a gennaio del leader iraniano Qassem Soleimaini.

LA LINEA

Sull’Afghanistan l’Italia ha sempre confermato l’adesione alla linea Nato  (“in together, out together”), evolutasi nei mesi scorsi nella formula del ritiro “condizionato” al rispetto da parte dei talebani delle condizioni sancite a Doha sui negoziati di pace. Rispetto che finora non c’è stato, ragion per cui il ritiro americano non piace all’Alleanza Atlantica.

TRA BRUXELLES E WASHINGTON

Stoltenberg ha tenuto già nella mattina di oggi a rassicurare il governo afghano, che da parte sua non ha nascosto preoccupazione per la volontà Usa di ridurre le forze.  “La Nato – ha garantito il segretario generale – continuerà la sua missione di addestramento, consulenza e assistenza alle forze di sicurezza afgane e si impegna a finanziarle fino al 2024″. Certo, resta il nodo di come sostituire la presenza americana qualora Biden non riuscisse a ristabilirla a stretto giro. Qui c’è anche tutta la partita politica della questione. In campagna elettorale il presidente-eletto ha detto (proprio come Trump) di voler riportare a casa “i ragazzi”. Certo, ha anche promesso di ricostruire la fiducia con alleati e partner. Quale delle due linee prevarrà al momento non è dato sapere.

 

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