Confindustria ha chiesto al governo di parametrare i salari alla produttività dei territori, come avviene in Germania. Una proposta apparentemente sensata, che nasconde tuttavia molte insidie.

La produttività non dipende solo dall’efficienza di ciascun lavoratore. Ma da un complesso sistema di fattori, fra i quali: quanto quel lavoratore e quell’impresa possono usufruire di un capitale tecnologicamente all’avanguardia invece che obsoleto, dall’efficienza del sistema di infrastrutture (digitali, di comunicazione, di trasporto pubblico, di logistica, di assistenza all’internazionalizzazione) nelle quali l’impresa è inserita, dalla modernità e dallo sviluppo del sistema bancario locale, dalla stabilità e dalla qualità del tessuto sociale, etc.

Se tutti questi fattori dovessero essere presi seriamente in considerazione, potrebbe emergere che le differenze salariali vadano a vantaggio dei territori più sfortunati e marginali del nostro paese (con una serie di costi nascosti che dovrebbero essere fatti emergere esplicitamente), piuttosto che a Milano.

Lo stesso Sindaco di Milano Beppe Sala aveva ipotizzato qualche mese addietro l’adozione di gabbie salariali per la pubblica amministrazione. Ottimo, basta solo capire a cosa andrebbero parametrate. Al costo degli affitti? O all’efficienza dei trasporti pubblici ed alla necessità, in alcune aree del sud, di dover ricorrere al trasporto privato anche per chi ne farebbe volentieri a meno? Al costo dei beni primari nei discount? O ad un paniere medio di acquisti alimentari? Alle possibilità di vivere una vita culturale piena e ricca di opportunità? Al degrado urbano e rurale?

Invece che attardarsi su una proposta che è sempre stata divisiva, proprio perché non facilmente riducibile ad un confronto fra costi, farebbero meglio gl’industriali a pretendere dal governo che utilizzi le risorse del Recovery Plan per fornire all’intero paese infrastrutture digitali, di comunicazione e trasporto all’avanguardia su tutto il territorio, in modo da poter al meglio utilizzare tutto il capitale umano diffuso nel paese ed evitare ulteriori dislocazioni demografiche; di piattaforme logistiche capillari, coerenti con le esigenze della produzione e della distribuzione; che affronti in modo innovativo la transizione ecologica; che costringa le aziende a posizionarsi sulla frontiera delle possibilità produttive (agevolando poi le migliori nella penetrazione sui mercati esteri) piuttosto che alimentare un assistenzialismo che Confindustria per prima (denuncia in televisione ma) non disdegna.

Chi fa l’imprenditore lo fa perchè spera di avere rendimenti elevati, assumendo in prima persona dei rischi. Quello che dovrebbe pretendere è la possibilità di operare in un paese all’avanguardia, su un orizzonte temporale di oungo periodo e ina cornice politica e giuricdica certa e stabile. Insomma, c’è da rimboccarsi le maniche ed assumere decisioni strategiche, non schiacciare ulteriormente i redditi di vaste aree del paese.

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