L’economista e docente a Formiche.net: la lettera a Enel sull’affaire Macquarie dimostra ancora una volta come l’esecutivo non conosca le più basilari regole del mercato, sforzandosi di spaventare chi vorrebbe investire nel Paese e cercando di imporre un’autorevolezza che le scelte industriali puntualmente smentiscono. La manovra pandemica manca di visione mentre parlare di rilancio del Sud per mezzo del Recovery Fund è solo un bel pensiero e nulla più

Il governo ci ricasca ancora una volta con la tentazione delle letterine a società quotate. Era accaduto ai primi di agosto con Tim, ieri è successo di nuovo con Enel. E c’è chi, come Nicola Rossi, economista liberale di lungo corso in forza all’Istituto Bruno Leoni e docente a Tor Vergata, non si stupisce più. Gli antefatti. La partita, nemmeno a dirlo, è sempre quella: la rete unica. Era il 4 agosto scorso quando il board di Tim, chiamato ad accettare l’offerta di 1,8 miliardi formulata da Kkr per il 37% di Fibercop, embrione della si spera futura società della rete (AccessCo), fu fermato da una lettera firmata dal ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli e dal responsabile dell’Economia, Roberto Gualtieri, che invitava il consiglio a riaggiornarsi a fine mese per l’ok all’ingresso di Kkr in Fibercop. Via libera poi arrivato, ma comunque rinviato.

IL VIZIO DELLA LETTERA

Ieri, stesso copione, stesse firme ma richieste diverse. Stavolta l’obiettivo è Enel, proprietaria insieme a Cdp di Open Fiber, il player pubblico chiamato a far convergere i propri asset (fibra pubblica più rete in rame di Tim da trasformare in fibra) su quelli dell’ex Telecom per dare vita alla tanto sospirata rete unica. Da mesi sul tavolo di Enel c’è l’offerta da 7,7 miliardi del fondo incursore australiano Macquarie (e forse di altri soggetti), intenzionato a rilevare la quota in mano al gruppo elettrico per entrare nella partita della rete. Sull’offerta, il board di Enel (di cui lo Stato è azionista al 23,6%) non si è ancora pronunciato ma al governo c’è chi ha fretta di dare una spallata alla situazione e aprire ufficialmente cantiere rete unica. E allora, ieri, una seconda lettera sempre a firma Patuanelli-Gualtieri, per chiedere di decidere al più presto, ovviamente per il sì. Nulla di cui stupirsi, dice a Formiche.net, Rossi. E poi, accadrà di nuovo.

LE REGOLE DEL MERCATO

Il punto di caduta è la governance. Vero, lo Stato è azionista di controllo di Enel, ma esercitare la governance a mezzo lettera è la via migliore? Rossi ha dei dubbi. “Quale sia l’idea che, con pochissime eccezioni, la classe politica ha del rapporto con le imprese, è ormai fin troppo evidente. L’ultima comunicazione che ha per oggetto una società quotata ne è una plastica rappresentazione”, spiega l’economista. E “non sarà nemmeno l’ultima”, chiarisce Rossi.

“L’esecutivo sembra non sopportare anche quelle che dovrebbero essere regole elementari in una economia di mercato. Ed è un peccato anche perché sembra che si voglia fare tutto quanto possibile e necessario per allontanare da noi gli investimenti esteri di cui avremmo non poco bisogno”. Insomma, il gesto del governo può avere ricadute che vanno ben oltre la questione rete unica. “Più in generale è interessante notare come la classe politica si sforzi quotidianamente (e spesso irritualmente) di ampliare le proprie zone di influenza senza poi, all’evidenza, essere in grado di esercitare le competenze e le mansioni che si attribuisce, visto che le principali questioni sono ancora tutte sul tavolo. Possono sembrare piccole cose ma è di queste piccole cose che si nutre la capacità di crescita di una economia”.

IL BLUFF DELLA MANOVRA

Ma non c’è solo Enel e la rete al centro delle riflessioni di Rossi. C’è anche la manovra da 38 miliardi ora all’esame del Parlamento. Una finanziaria che per molti è sprovvista della giusta lungimiranza. “L’idea che a nove mesi dall’esplosione della pandemia si possa ancora parlare di emergenza sanitaria dimostra come affrontare sempre e solo l’emergenza spesso e volentieri non risolva nemmeno l’emergenza stessa. Purtroppo un orizzonte molto corto sembra essere una caratteristica dell’attuale esecutivo ed una conseguenza della sua strutturale debolezza. E francamente, oggi il Paese avrebbe bisogno di altro per poter tornare a pianificare il proprio futuro. Valga per tutti l’esempio della riforma fiscale: ne conosciamo la data di avvio ma non ne conosciamo i contenuti e sappiamo che potrà godere di risorse irrisorie. Difficile pensare che in queste condizioni le famiglie tornino a consumare e le imprese ad investire”.

I DUBBI SUL SUD

Non è finita. Rossi si sofferma anche su un’altra campagna, rispolverata pochi giorni fa da Palazzo Chigi: il rilancio del Sud grazie ai fondi del Recovery Fund. “Non mi è chiaro cosa significhi aver rimesso al centro dell’agenda il Sud. Se ci si riferisce all’ennesimo incentivo, beh è facile osservare che questo tipo di Sud – in un modo o nell’altro – al centro c’è sempre stato, senza grandi risultati. Se si fa invece riferimento al Recovery Plan, mi sembra che i suoi contenuti siano ancora piuttosto oscuri per poter concludere qualcosa. Forse l’unica cosa che ha strettamente riguardato il Mezzogiorno negli ultimi tempi è stata la vicenda della nomina del commissario alla sanità calabrese”.

“Una vicenda”, conclude l’economista, “in cui è emersa la attuale povertà della classe dirigente meridionale ma anche l’idea – piuttosto umiliante per un meridionale come me – che del Mezzogiorno ha la classe politica nazionale. Mettere il Mezzogiorno al centro dell’agenda oggi sarebbe possibile solo ponendo la questione della utilità dell’istituzione regionale nel Mezzogiorno. Ma – contro ogni evidenza – non mi sembra questo il tema all’ordine del giorno”.

 

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