Figlio di un camionista e di una donna delle pulizie fece il muratore, il lavapiatti, lo scaricatore e il verniciatore di bare. Era bello e intelligente. Gli bastò per essere l’Agente 007- Licenza di uccidere. Il ricordo del nostro critico cinematografico Eusebio Ciccotti

(Guglielmo di Baskerville) “Il nostro Francesco era ben disposto al riso”.
(Il monaco bibliotecario, Jorge da Burgos) “Il riso è un vento diabolico, Che deforma il volto e rende gli uomini simili alle scimmie”.
“Ma le scimmie non ridono. Il riso è proprio dell’uomo.
“Come il peccato! Cristo non rideva mai”.
“Ne siete così sicuro?”.
“Non c’è nulla nelle Scritture che induca a ritenerlo”.
“Ma neppure nulla che induca a credere il contrario. I santi stessi hanno fatto ricorso alle burle per mettere in ridicolo i nemici della fede (…) Aristotele dedicò il II libro della Poetica alla Commedia come strumento di verità”.
“Avete letto quell’opera?”.
“No, naturalmente. Sono secoli che è andata perduta.
“No, non è perduta. Non fu mai scritta!”

Questo uno degli indimenticabili dialoghi di Il nome della rosa (1986) di Jean Jacques Annaud, tratto dall’omonimo romanzo (1980) di Umberto Eco. A dar volto al personaggio echiano di Guglielmo di Baskerville fu chiamato Sean Connery, che noi ascoltammo tramite il doppiaggio della calda e pacata voce dell’insuperato Pino Locchi. L’interpretazione del medievale frate investigatore, da parte del maturo 56enne attore scozzese, divenuto famoso già agli inizi dei Sessanta con la serie di James Bond, aggiungeva al suo stile recitativo un’altra qualità: il tempo veloce della deduzione filosofica. Se per l’agente di sua Maestà era necessaria la velocità di pensiero coniugata alla velocità dell’azione (lo spy film è un action film), l’agente Guglielmo dovrà innanzitutto produrre una velocità del pensiero filosofico necessaria per poi, eventualmente, agire. E venir a capo delle improvvise, e poco chiare, morti di frati benedettini, in un convento medievale, importante centro di produzione libraria. Il “frate-filosofo” Sean Connery sarà tanto convincente da indurre la giuria Bafta (difficile immaginarla amante della filosofia), ad assegnargli il premio come miglior attore, appunto, per Il nome della rosa.

Sean Connery (Edimburgo 1930 – Nassau, 2020), è venuto a mancare il 31 ottobre; malato da tempo, si era ritirato dalle scene da alcuni anni. Viveva con la famiglia alle Bahamas, paradiso fiscale, forse per alleggerire l’eccessivo peso delle tasse, isole interdette agli agenti di sua Maestà.

Figlio di un camionista e di una donna delle pulizie Sean Connery, è la prova che con l’impegno e la caparbietà si possono raggiungere obiettivi, sovente impensabili, per chi proviene dal ceto proletario.

Conobbe la fatica del lavoro manuale (bagnino, lavapiatti, muratore, verniciatore di bare, scaricatore).

Giocò a favore della sua carriera la sua prestanza fisica (altezza, 1.90 cm), l’aspetto e l’andatura principesca, lo sguardo ammaliante stile anni Cinquanta, fuori moda per le ragazze ye-ye della contestazione anni Sessanta, ma ancora di sicuro effetto sulle donne della borghesia o sulle giovani spie di Stati stranieri, affascinate della bellezza maschile, freudianamente paterna, unita all’audacia professionale di chi sa cosa vuole.

La svolta del giovane Sean verso la recitazione professionale fu la sua partecipazione a Mister Universo (edizione 1953), in rappresentanza della Scozia, competizione in cui si classificò terzo. Da lì partirono dei contratti con produzioni televisive e teatrali d’un certo rilievo. Non si sa chi lo segnalò al produttore cinematografico Albert Broccoli, un italoamericano, di origini calabresi, che negli anni quaranta fabbricava bare (che coincidenza con Connery!). Questi lo scelse per il primo film dedicato all’agente James Bond, tratto dalla serie di romanzi scritta da Ian Fleming (il quale si recherà al cinema a seguire tutti gli adattamenti, rimanendone soddisfatto): Agente 007, licenza di uccidere (Dr. No, 1962) per la regia di Terence Young. Seguiranno altri film che il largo pubblico conosce a menadito: Agente 007 – Dalla Russia con amore (1963), Agente 007 – Missione Goldfinger (1964, Guy Hamilton); Agente 007 – Thunderball (1965); Agente 007 – Si vive solo due volte (1967); Agente 007 – Una cascata di diamanti (1971). Titoli divenuti cult movie.

Sean Connery consegna all’agente Bond, soprattutto in Dalla Russia con amore, a giudizio di molti osservatori il migliore, tutte le caratteristiche che aveva pensato Fleming: intelligenza, sense of humour e una certa cultura, cui va aggiunta, come anticipato, un innegabile fascino nei tratti fisici e un atletismo nelle scene di azione, mai visto neanche nei migliori western. Qualità recitative esaltate anche da partner donne di notevole livello attoriale, ricordiamo almeno la svizzera Ursula Andress e l’italiana Daniela Bianchi.

La serie 007 affidata a Sean Connery (poi sarà la volta di Roger Moore, a partire dagli anni Settanta e sino agli Ottanta) sarà molto apprezzata dal pubblico e dalla critica internazionale, meno dalla nostrana critica engagée. Gli stessi severi critici dovevano poi aggiustare il tiro quando Sean Connery era chiamato da “autori” quali Alfred Hitchcock (Marnie, 1964) o Sidney Lumet (Assassinio sull’orient express, 1974). Ciò non toglie che nell’ampia filmografia di Sean Connery vi siano titoli poco riusciti e altri che forse andrebbero rivalutati (Cuba, 1979, Richard Lester), Caccia a Ottobre rosso (1990, John Mc Tiernan), La casa Russia (1990, Fred Schepisi).

Come sappiamo la carriera di un attore, molto di più che quella di un regista, di un direttore della fotografia, dello scenografo, del costumista, dipende molto dal copione. A Connery, nei suoi lucidi settanta anni, è forse mancata una produzione che gli proponesse un ruolo alla Clint Estwood, che neppure Gus van Sant riuscì a trovare, pur sforzandosi con Scoprendo Forrester (2000). Per questo ci piace ricordare Sean Connery come brillante agente sia di sua Maestà che della Regina Filosofia.

Ed è, infine, poetico che un uomo d’azione se ne sia andato in silenzio, in punta di piedi. Come ha dichiarato la moglie Micheline Roquebrune, “Si è spento tranquillamente nel sonno … Da anni soffriva di demenza precoce… ma era sereno … eravamo tutti intorno a lui”.

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