Le parole di papa Francesco sugli uiguri perseguitati in Xinjiang non apriranno una crisi con il governo cinese, spiega il sinologo Francesco Sisci. Ma il tema della libertà religiosa è molto sentito dai cattolici americani e continuerà ad essere una priorità con Joe Biden alla Casa Bianca

Più che un’esondazione, un piccolo, effimero aumento di corrente, rimasto dentro agli argini. Le parole di papa Francesco sugli Uiguri, i musulmani detenuti nella regione cinese dello Xinjiang ed elencati fra i “popoli perseguitati” nel suo ultimo libro, “Ritorniamo a sognare. La strada verso un futuro migliore” (Piemme) non daranno vita a una crisi diplomatica fra Cina e Santa Sede. Ne è convinto Francesco Sisci, sinologo e docente all’Università del Popolo di Pechino. L’accordo sulla nomina dei vescovi appena prorogato, spiega a Formiche.net, andrà avanti.

Sisci, un’uscita preparata?

Di certo non è stata improvvisata. C’erano da tempo pressioni sul papa perché dicesse qualcosa sulla sorte degli uiguri. Lo ha fatto in modo pacato, perché da guida della Chiesa deve pensare non solo alla questione cinese ma a tutta la constituency del mondo cattolico.

Il ministero degli Esteri cinese ha definito “infondate” le sue parole. Non è poco.

Vero, ma si tratta di una reazione dentro i margini e in qualche modo prevedibile. Il governo cinese non poteva rimanere indifferente, ha risposto ma calibrando attentamente le parole. È inevitabile che un rapporto così delicato abbia delle differenze ed è bene che siano espresse con chiarezza.

Quindi niente crisi?

Siamo lontani da una rottura. Sento dire che il papa dovrebbe spingersi oltre. Questo gioco dei limiti mi sembra specioso, a tratti anti-papista. Pochi leader musulmani sunniti e sciiti hanno pronunciato una parola di solidarietà per gli uiguri. Eppure nessuno protesta contro Erdogan o Mohamed Bin Salman.

A ottobre la Santa Sede ha rinnovato l’accordo per le nomine dei vescovi con il governo cinese. Quell’intesa ha un impatto sul rispetto dei diritti umani?

La speranza è che abbia un impatto positivo. È un accordo ecclesiale che porta avanti istanze religiose ma può avere ripercussioni al di fuori di quel perimetro. Certo, pensare che il dialogo del Vaticano porti alla democrazia in Cina è una pia illusione. Ma sarebbe un errore ritenerlo inutile.

La proroga dura altri due anni. Qual è l’obiettivo di medio termine?

Arrivare a nuove nomine di vescovi cinesi. Finora ce ne sono state solo due. Molto ha influito la pandemia, che ha di fatto messo in stallo un anno dell’intesa e farà lo stesso con l’anno venturo. Finché la Cina rimane in isolamento è difficile parlarsi e vigilare sulla sua applicazione.

Che ruolo hanno i gesuiti dietro la politica cinese del Vaticano?

Non scopriamo oggi che i gesuiti sono custodi di un dialogo secolare con la Cina. Ma, come è giusto e normale che sia, queste interlocuzioni sono nelle salde mani della Segreteria di Stato, dove in questi trent’anni figure del calibro di monsignor Celli hanno ricoperto un ruolo estremamente importante.

È vero che negli Stati Uniti la comunità cattolica non vede di buon occhio questo dialogo con la Cina?

Bisogna chiederlo ai cattolici americani. Di certo la questione cinese è particolarmente sentita in America così come in altri Paesi asiatici alleati.

Due mesi fa si è sfiorato un incidente diplomatico fra Stati Uniti e Santa Sede proprio in merito ai rapporti con il governo cinese. Con Joe Biden alla Casa Bianca può succedere di nuovo?

Non possiamo mettere le mani avanti. Sappiamo che l’amministrazione repubblicana di Donald Trump aveva come interlocutori religiosi alcuni settori della gerarchia cattolica più conservatrice e spesso critica del papa. Viceversa, Biden parla con più facilità con una fronda della comunità cattolica vicina alle istanze di papa Francesco. Sarà più facile trovare una consonanza.

 

 

 

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