Conversazione di Formiche.net con Ferdinando Nelli Feroci, presidente dello Iai, riguardo lo scontro sul bilancio andato in scena a Bruxelles. Nella migliore delle ipotesi, osserva il diplomatico italiano, vuol dire un ritardo nell’approvazione della programmazione di bilancio e nella peggiore un blocco vero e proprio

Che dietro questa battuta di arresto qualcuno, come i Paesi frugali, possa trarre vantaggio è una possibilità. Ma il ricatto di Ungheria e Polonia è ancora sanabile, grazie al pragmatismo della cancelliera Angela Merkel.

Così l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, presidente dello Iai e già commissario europeo per l’industria e l’imprenditoria nella Commissione Barroso II nel 2014, affida a Formiche.net la sua lettura dello scontro sul bilancio andato in scena a Bruxelles. Nella migliore delle ipotesi, osserva il diplomatico italiano, vuol dire un ritardo nell’approvazione della programmazione di bilancio e nella peggiore un blocco vero e proprio.

Che segnale politico è il veto di Ungheria e Polonia al bilancio Ue?

Negativo, ovviamente, perché nella migliore delle ipotesi vuol dire un ritardo nell’approvazione della programmazione di bilancio per il periodo 2021-2027. E nella peggiore è un blocco vero e proprio, con tutte le conseguenze del caso. È inoltre un segnale non completamente inatteso, probabilmente rimediabile, ma comunque negativo.

Non è un muro inaspettato se sommato alle passate perplessità dei cosiddetti Paesi frugali?

Non è inaspettato. Sapevamo che, in particolare Polonia e Ungheria, si sarebbero opposte a questo meccanismo, che è stato rafforzato nel negoziato tra Consiglio e Parlamento. Ma sono venute meno quelle clausole di salvaguardia che avrebbero tutelato i Paesi che tengono alla sospensione dell’erogazione dei fondi europei. I capi di governo ungherese e polacco avevano anticipato che si sarebbero opposti. Non hanno potuto dire no all’approvazione del regolamento sulla condizionalità perché approvato a maggioranza, mentre il bilancio Ue necessita dell’unanimità. Che dietro questa battuta di arresto qualcuno come i Paesi frugali possa trarre vantaggio è una possibilità: lo vedremo.

Forse la questione è più ampia?

Se anche la programmazione di bilancio per i prossimi sette anni fosse approvata all’unanimità in Consiglio, sarà comunque necessario passare dalla ratifica dei Parlamenti nazionali per una componente di questo bilancio che è la nuova decisione sulle risorse proprie. Sappiamo che in alcuni Parlamenti non sarà un passaggio facile.

Che immagine offre l’istituzione Ue proprio ora che, con il Covid che pungola, occorrono scelte rapide e condivise?

C’è un rischio molto marcato di danno reputazionale all’Ue, perché in qualche modo si inverte l’immagine di un’Europa solidale e rapida nelle sue decisioni che si era avuta a inizio pandemia per il Next Generation Eu. Esso è stato in seguito connesso al bilancio europeo, con la conseguenza che quest’ultimo deve essere approvato all’unanimità e chi aveva dei punti politicamente molto sensibili da far valere ha approfittato per fare questo ricatto.

Di schiavitù politica ha parlato Zoltan Kovacs, portavoce del primo ministro Viktor Orban, sostenendo che il pacchetto deve riflettere un accordo raggiunto a luglio. Si rischia l’impasse?

È certamente una dichiarazione che non aiuta, ma credo che sia ancora possibile ricucire questo strappo. Lo dico perché l’approvazione del bilancio è anche nell’interesse di Polonia e Ungheria, due Paesi che sono beneficiari netti dei fondi. Sono fiducioso che alla fine si riuscirà a trovare un compromesso per consentire a tutti di salvare la faccia.

Quale la maggiore difficoltà?

È dovuta al fatto che si negozia su due fronti: da un lato il Parlamento europeo che ha imposto un’interpretazione larga della condizionalità sullo stato di diritto; dall’altra il no di questi due Paesi alla condizionalità. Non invidio la presidenza tedesca a cui spetterà il compito di trovare una via di uscita.

La eventuale mancata approvazione del bilancio cosa comporterebbe?

Sarebbe una cosa troppo grave, non solo come impatto sul Next Generation ma perché provocherebbe una paralisi di fatto del funzionamento dell’Ue e di tutti i suoi programmi.

Donald Tusk, numero uno del Ppe ed ex premier polacco, ha chiesto che il primo ministro ungherese Viktor Orban venga espulso dal partito. Mossa fisiologica?

È difficile rispondere. Da un lato verrebbe naturale stare dalla parte di Tusk, dall’altro c’è sempre la possibilità che mantenendo Orban nel Ppe si riesca poi a convincerlo. Si tratta di una decisione complessa, spetterà alla cancelliera Merkel. Una volta fuori dal Ppe Orban non avrà più alcuna remora a comportarsi da free writers, anteponendo sempre e comunque l’interesse nazionale ungherese. Sarà utile capire quanto interesse ha a restare collegato alla famiglia dei popolari. Penso che forse in questo momento convenga trovare una forma di dialogo e nessuno meglio della Merkel può farlo.

Crede che la mediazione tedesca potrà essere in qualche misura condizionata dalle spinte francesi che hanno trovato corpo nella lunga intervista di Emmanuel Macron in cui ha tratteggiato, da possibile leader, il futuro prossimo dell’Ue?

Merkel e Macron sono molto diversi, ma si integrano bene. Il presidente francese è un visionario, mentre la cancelliera è una pragmatica. In questo frangente penso che occorrano enormi doti di pragmatismo e di buon senso. Bisogna lavorare con i piedi per terra e con molto senso pratico.

twitter@FDepalo

Condividi tramite