Intervista al più volte ministro delle Finanze e del Tesoro: giusto in questa emergenza sostenere imprese e famiglie ma bisogna anche pensare al dopo. Sarebbe ora di mettere in piedi un serio e credibile piano di investimenti pubblici, l’unica vera polizza sulla crescita. Ma non vedo la giusta attenzione sulle risorse del Recovery Fund

Chi ha scritto non meno di cinque manovre sa di cosa si parla quando il tema della discussione è proprio la legge di Stabilità. La prima ex finanziaria dell’era Covid è da qualche giorno in Parlamento, pronta a subire piccole o grandi modifiche. E, dice Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze e del Tesoro in ben quattro governi (Ciampi, Amato, Prodi e D’Alema) e grande animatore del Centro studi Nens, la manovra allestita dal governo Conte-bis non è poi così male. Ma non è detto che basti. Oltre 38 miliardi di finanziaria sono una bella cifra, ma forse a pandemia finita, servirà qualcosa in più.

Visco, la manovra a prova di Covid è in Parlamento. C’è chi dice che manchi della giusta lungimiranza. Impressioni?

Credo che nel pieno della pandemia sia giusto concentrare gli sforzi sulla popolazione e sulle imprese, per evitare guai seri. Detto questo però occorre cominciare a pensare al futuro, come è stato detto anche in Europa. Le spese legate alla pandemia vengono meno quando l’emergenza finisce, ma le altre rimangono.

Il governo ciclicamente parla di riforma fiscale. E in manovra qualche seme c’è. Ma non basta, forse…

Il governo vorrebbe ridurre le tasse, ma non ci sono i soldi. Pensiamo agli interventi in favore delle famiglie (assegno unico, ndr) cui si sta lavorando. Bene, sarebbe il caso di legarli a una riforma dell’Irpef, da finanziare, nella logica del governo, alla lotta all’evasione. Che però non viene fatta con la giusta incisività e allora si torna al punto di partenza. Dove prendere i soldi?

Di soldi però se ne vedono parecchi in questi giorni. Ristori alle imprese, bonus e molto altro.

Questo è un Paese strano. La gente chiede soldi, le imprese anche. Comprensibile, ma ho la vaga sensazione che non ci sia la giusta dose di consapevolezza del futuro. E lo sa da cosa me ne accorgo? Dal fatto che manca ancora una volta un serio e credibile e strutturato piano di investimenti pubblici. Voglio dire, va bene dare soldi, ma senza un serio piano per la crescita, che solo con gli investimenti pubblici si può ottenere, non si possono solo dare risorse a destra e sinistra.

Gli investimenti pubblici sarebbero la soluzione a tutti i problemi, o quasi?

Ci sono fior di studi che dimostrano come gli investimenti pubblici si ripaghino da soli. E in Italia di cose da fare ce ne sono tante. Infrastrutture, banda larga.

Visco ma non crede che il Recovery Fund sia l’occasione giusta per fare questi investimenti?

Lo sarebbe. Ma onestamente mi sarei aspettato una maggiore attenzione a queste risorse. Dove sono i progetti? E le gare? E abbiamo le persone giuste per controllare questi lavori? Il Recovery Fund è una gran bella occasione, ma non percepisco l’attenzione necessaria.

Il grosso della manovra sarà a deficit. Cioè soldi non coperti da nuove entrate e dunque a debito. Nel 2021 ci toccherà crescere, o saremo spacciati. Non è d’accordo?

Certo. Nel 2021 avremo un rimbalzo ma non sarà sufficiente. Ecco perché va bene aiutare famiglie e imprese ma serve anche al contempo pensare alla crescita. E la crescita la fanno gli investimenti pubblici. Il vero problema non è tanto il debito, ma fare gli investimenti.

Come scusi? L’Italia ha il terzo debito mondiale…

Sì, ma una sua parte è stata comprata dalla Bce e dunque monetizzato e quindi sterilizzato. Francamente credo che non dovremmo porci troppo il problema del debito. Nella storia umana i grandi debiti non sono mai stati ripagati e comunque un modo per venirne fuori si trova sempre. Il mondo intero è indebitato, non dimentichiamocelo. Bisognerà un giorno trovare quel modo, appunto, per uscirne. E si trova, mi creda. In finanza si può fare di tutto.

Magari una cancellazione…

Forse. Nel secondo Dopoguerra noi cancellammo il debito italiano, lo fece Einaudi, con una botta di inflazione. E non dimentichiamoci che anche alla Germania fu cancellato, con la Riunificazione. Anche se fu più facile perché c’era accordo tra creditori e debitori.

 

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