Dopo l’accelerazione imposta da Merkel e Macron, Jake Sullivan, consigliere di Biden, entra a gamba tesa sui negoziati Ue-Cina: servono consultazioni con i partner oltre l’Atlantico

“Consultazioni tempestive con i nostri partner europei sulle nostre comuni preoccupazioni circa le pratiche economiche della Cina sarebbero gradite all’amministrazione Biden-Harris”. Lo fa sapere Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente eletto degli Stati Uniti Joe Biden, che commenta via Twitter le indiscrezioni di un’imminente firma di Unione europea e Cina dell’accordo sugli investimenti dopo il forcing degli ultimi giorni imposto da Germania e Francia.

Con questo breve cinguettio gli Stati Uniti sono entrati a gamba tesa nei negoziati. Bruxelles (in particolare Berlino) e Pechino stavano cercando di approfittare della transizione alla Casa Bianca e del disinteresse del presidente uscente Donald Trump alle questioni di politica estera. Il South China Morning Post riassumeva così la scelta di tempo: “Non solo la presidenza tedesca del Consiglio dell’Unione europea volge al termine questo mese, ma i funzionari europei ritengono anche ci siano migliori possibilità di ottenere concessioni dalla Cina prima dell’inizio della presidenza Biden”.

Nei giorni scorsi su Formiche.net sottolineavamo l’incoerenza europea. All’inizio di questo anno la Commissione europea aveva pubblicato un’agenda condivisa per coordinarsi con la futura amministrazione statunitense (anche) sulla Cina, segnalando la disponibilità a coordinarsi su dossier come la sicurezza informatica, i sussidi statali e le sanzioni a tutela dei diritti umani. Poi si è registrata questa accelerazione sui negoziati con la Cina che proseguono da 7 anni, con tanto di scontro istituzionale tra la Commissione e il Parlamento: quest’ultimo, infatti, ha votato la scorsa settimana una risoluzione in difesa degli uiguri con tanto di invito all’esecutivo a “includere” nell’accordo con la Cina “impegni adeguati” da parte di Pechino verso “il rispetto delle convenzioni internazionali contro il lavoro forzato”. Risoluzione che sembra essere poco più che carta straccia per la Commissione.

A rimarcare l’incoerenza della Commissione europea (che per anni ha accusato Trump di agire unilateralmente sulla Cina) ci aveva pensato l’eurodeputato tedesco Reinhard Bütikofer, portavoce dei Verdi per la politica estera e presidente della delegazione per le relazioni con la Cina, che aveva parlato su Twitter di messaggio geopolitico “inequivocabile”: “Alcune concessioni di accesso al mercato contano più sia della necessità di opporsi alle spaventose pratiche di lavoro forzato in Cina, sia dell’opportunità di allinearsi con il team Biden” che punta alla realizzazione di un’alleanza tra democrazie in America, Europa e Indo-Pacifico per arginare Pechino.

Probabilmente non basterà alla Commissione il fast-track, cioè l’idea di evitare le ratifiche dei Parlamenti nazionali. Il Parlamento europeo ha promesso battaglia sull’accordo. Ora l’Unione europea potrebbe correre il rischio di finire come l’Australia, che solo cinque anni fa firmava un accordo commerciale con la Cina e ora, dopo la stretta dovuta a ragioni di sicurezza nazionale, sta affrontando un pesante boicottaggio da parte di Pechino come ritorsione.

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