“Xi ha usato il ricatto con Merkel per ottenere l’accordo con l’Ue”, spiega il professor Pelanda. Biden? “Ha ricevuto rassicurazioni da Berlino sul posizionamento europeo tra Washington e Pechino”. E l’Italia? “Siamo penetrati da cinesi e francesi, dunque assenti”

Dopo 7 anni e 35 round negoziali, l’Unione europea e la Cina hanno raggiunto oggi un’intesa sull’accordo sugli investimenti con cui vengono fissate le linee guida generali per gli investimenti stranieri nella produzione, inclusi veicoli elettrici, telecomunicazioni e ospedali privati. Come spesso accade quando c’è di mezzo Pechino, l’incontro in video tra i leader — a cui hanno partecipato il presidente cinese Xi Jinping, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen assieme alla cancelliera tedesca Angela Merkel e al presidente francese Emmanuel Macron — non è stato seguito da una conferenza stampa.

Solo comunicati. “L’accordo firmato oggi è il primo accordo a rispettare gli obblighi per il comportamento delle imprese statali e regole di trasparenza complete per i sussidi”, festeggiano la Commissione europea e il Consiglio europeo. Il presidente cinese ha invece sottolineato che l’accordo avrà una grande forza trainante per la ripresa economica post-pandemica, promuovendo la liberalizzazione e la facilitazione del commercio e degli investimenti globali, intensificando la fiducia della comunità internazionale verso la globalizzazione economica e il libero commercio e dando importanti contributi cinesi ed europei alla costruzione di un’economia mondiale più aperta.

Come raccontato da Formiche.net il Parlamento europeo si prepara a dar battaglia sull’accordo: molti eurodeputati sono scettici sui termini dell’intesa per quanto riguarda l’uso del lavoro forzato e la reciprocità offerta da Pechino. Carlo Pelanda, docente di Geopolitica economica all’Università Guglielmo Marconi ed esperto di Studi strategici, è convinto che il via libera rappresenti per la cancelliera Merkel l’“arma di riserva”.

Professore, avrà notato che mentre nel caso della Brexit Bruxelles chiedeva al Regno Unito di parlare con la Commissione sostenendo l’unità dei 27, in questo caso sono state Germania e Francia a guidare i negoziati.

Soprattutto la Germania. Qualche settimana fa Xi si è impegnato direttamente, una mossa inusuale per la leadership cinese. E l’ha fatto utilizzando l’arma del ricatto contro Berlino, minacciando impatti industriali che Merkel non può permettersi.

Assieme alla Merkel si è piegato anche Macron?

Obtorto collo sì, così come sulla Brexit.

Secondo lei con questo accordo l’idea di Commissione “geopolitica” promessa da von der Leyen perde spinta?

Tutt’altro. Quest’intesa è molto geopolitica. Fondamentalmente, la Germania sta cercando di muoversi su una linea direttrice — che io ma anche Lucio Caracciolo di Limes — raccomandiamo da sempre: quella verso un accordo con gli Stati Uniti che includa anche la definizione di uno spazio concordato di relazioni commerciali con Cina e Russia.

Il presidente eletto Joe Biden, tramite il suo consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, aveva espresso forti perplessità.

Inizialmente si è infastidito perché prima ha visto gli alleati in Asia come Giappone e Australia aderire all’accordo commerciale cinese Rcep senza consultazioni; poi gli europei fare l’accordo sulla Cina approfittando del difficile periodo di transizione per trovare una qualche via di accomodamento con la Cina ed evitare di perdere il business. Personalmente non sono per niente preoccupato: è normale che si cerchi di sfruttare vantaggi nelle relazioni.

Dopo quel tweet di Sullivan il team Biden non si è più espresso.

Ha ricevuto rassicurazioni dai tedeschi. Più geopolitica di così si muore.

Che tipo di rassicurazioni?

Sulla collocazione dell’Unione europea a guida tedesca nel conflitto fra Stati Uniti e Cina, che continuerà a essere come tra Roma e Cartagine. I francesi cercano autonomia europea per favorire l’uno e l’altro a secondo delle circostanze, ma è un’idea ridicola. I tedeschi, invece, dopo un certo sbandamento, hanno deciso un’altra forma di concessione all’America per ottenere spazio vitale con la Cina. E Macron non ha la forza per opporsi.

Tra qualche mese l’accordo arriverà al Parlamento europeo. Che cosa dobbiamo aspettarci?

Intanto c’è l’accordo, poi può essere che la Germania su pressione americana usi il Parlamento europeo per sabotarlo. Tant’è che il disperato cerchiobottismo tedesco ha portato ad alimentare certi eurodeputati tedeschi sui diritti umani, tema che potrà essere un terreno comune nel confronto con la Cina tra l’Unione europea e gli Stati Uniti di Joe Biden e della sua rappresentante al Commercio Katherine Tai. L’intelligentissima Merkel ha conservato quest’arma in attesa degli Stati Uniti: il linguaggio di europei e americani sulla Cina potrà convergere quando i tedeschi avranno capito come bilanciare con altre aree la perdita di business cinese.

E l’Italia in questa partita che ruolo ha avuto?

L’Italia non c’è, non ha una posizione, è passiva. Non possiamo dimenticare che se collassa l’export tedesco la piccola industria italiana segue a ruota. Inoltre, il nostro Paese è appecoronato alla Francia, che è stata abile a penetrare il nostro sistema politico. E, più recentemente, l’hanno fatto anche i cinesi. Ho la sensazione che siano questi i motivi per cui l’Italia non c’è.

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