“L’assistenza agli anziani deve partire dalla loro casa, deve puntare a essere domiciliare e territoriale”, suggerisce monsignor Vincenzo Paglia, presidente della commissione Rsa. Per farlo, la telemedicina può essere una valida alleata. Ma per riformarla, il ministero della Salute punta ai fondi del Recovery Plan. Chi c’era e cosa si è detto all’evento “Rsa, la riforma necessaria”, organizzato da Formiche in collaborazione con Valore

L’emergenza sanitaria ed economica generata dal Covid-19 ha fatto emergere con grande forza la necessità di un profondo ripensamento delle politiche di assistenza sociosanitaria per la popolazione più anziana. Del resto, l’allungamento della vita e il deterioramento delle condizioni di salute, che inevitabilmente accompagna l’età avanzata, impongono una trasformazione e un riadattamento delle politiche di gestione delle Rsa affinché sappiano corrispondere ai mutamenti in atto ormai da anni. Proprio per rispondere a questa necessità il ministro della Salute ha di recente istituito con apposito decreto una commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana, con l’auspicio che l’Italia, tra i Paesi più longevi e anziani del mondo, possa mostrare un nuovo modello di assistenza sanitaria e sociale che aiuti gli anziani a vivere in condizioni di massima dignità la terza età. A tal fine la stessa commissione ha già suggerito dei provvedimenti adottati dal ministro, condividendo inoltre policy e best practice auspicabili per una riforma che risulti efficace ed efficiente. Ne abbiamo parlato in occasione del webinar “Rsa, la riforma necessaria” organizzato da Formiche in collaborazione con Valore.

PROSSIMITÀ E TERRITORIALITÀ

“La Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana nasce con il fine di migliorare in primis il benessere degli anziani. Fondamentale a tal fine sarà rivedere la nostra concezione di assistenza sanitaria e sociosanitaria, sinora considerate separate, e capire che sono più legate di quanto si possa immaginare. Per farlo, l’assistenza deve trasformarsi in prossimità. L’assistenza agli anziani deve partire dalla loro casa, deve puntare a essere domiciliare e territoriale. La vera sfida sarà accompagnare gli anziani nel loro territorio”, ha affermato durante il suo intervento monsignor Vincenzo Paglia.

IL SOCIALE OLTRE LA SANITÀ

Della stessa visione Annamaria Parente, presidente della commissione Igiene e sanità del Senato, secondo cui “la Commissione dovrebbe sviluppare un nuovo modello di integrazione sanitaria e sociosanitaria, un tassello fondamentale per l’assistenza agli anziani”. “Spesso – ha fatto eco Andrea Urbani, direttore generale della Programmazione sanitaria presso il ministero della Salute – gli anziani hanno bisogno di assistenza sociosanitaria, quando non persino meramente sociale, prima ancora che sanitaria”.

DOMICILIARITÀ E RESIDENZIALITÀ LEGGERA

Le Rsa, del resto, come ha suggerito Enrico Brizioli, amministratore delegato di Kos Care, non nascono come luogo deputato all’assistenza specificatamente sanitaria degli anziani, bensì come luogo per anziani “non autosufficienti e non assistibili a domicilio”. Però, ha spiegato, questa assistenza non può essere delegata a quella sanitaria per mancanza di alternative. Al contrario, anzi, “bisogna generare una maggiore connessione e un migliore sviluppo dei sistemi di domiciliarità o anche, più semplicemente, di residenzialità leggera”. Del resto, come hanno poi convenuto tutti gli interlocutori, spesso per il benessere degli anziani sarebbero utili – e anche più efficienti – dei luoghi dove possano vivere autonomamente, seppur con determinate garanzie di assistenza, affinché nelle Rsa vengano gestiti solo gli anziani che davvero ne hanno bisogno.

COME TRASFORMARE LE RSA

Un’ipotesi sarebbe quella di trasformare le Rsa in multiservizi territoriali, secondo quanto proposto da Annamaria Parente. “Gli anziani che non hanno una famiglia devono poter essere accolti in strutture adeguate che siano costruite sulla base delle loro necessità, che non è detto sia necessariamente in primis sanitarie”, ha suggerito, ricordando come anche il co-housing possa rappresentare una soluzione auspicabile. “L’assistenza deve essere la priorità”, ha ricordato Paglia, secondo cui bisogna muovere verso una maggiore “domiciliarizzazione” della stessa, che garantisca una più facile gestione degli anziani ma anche un loro maggiore benessere. “Dobbiamo spostare la nostra attenzione verso la persona”, ha confermato Andrea Urbani. “Per farlo – ha continuato – il luogo di abitazione deve diventare il primo luogo dell’assistenza, affinché l’anziano subisca il meno nocumento possibile”.

IL RUOLO DELLA TELEMEDICINA

Per garantire un uso efficiente della domiciliarizzazione, l’innovazione tecnologica può rappresentare un valido alleato. “La telemedicina, i teleconsulti e la teleassistenza sono solo alcuni degli strumenti che possono giungere in nostro soccorso”, ha ricordato Paglia. Attraverso questi strumenti, ha aggiunto Stefano Ronchi, amministratore delegato di Vis (Valore in sanità), le “Rsa potrebbero divenire mero hub di riferimento per una più capillare gestione in forma di assistenza domiciliare”. “Un uso sistemico della telemedicina – ha aggiunto – innalzerebbe non di poco la qualità della vita degli anziani, che così potrebbero restare presso il proprio domicilio. I soggetti ricoverati presso le Rsa, in questo modo, diverrebbero esclusivamente quelli che effettivamente non possono essere gestiti attraverso strumenti di domiciliarità assistita”.

ASSISTENZA SU MISURA

Conviene con Paglia anche il direttore generale del ministero della Salute. “Le Rsa potrebbero diventare il luogo dove viene gestita in maniera centralizzata la presa in carico dei soggetti anziani, che non deve poi necessariamente tramutarsi in pratiche di ospedalizzazione”. Al contrario – ha aggiunto – la procedura dovrà poi essere definita sulla base dei bisogni e delle necessità della singola persona”. “Prendersi cura degli anziani – ha convenuto Stefano Ronchi – vuol dire stabilire degli standard di qualità che, se combinati con quelli di sostenibilità, spesso si tramutano in modelli di assistenza misti e molto meno frequentemente in classiche Rsa”.

IL VALORE DELLA TERZA ETÀ

“Non possiamo pensare di far vivere gli ultimi giorni o mesi di vita di un anziano in un istituto o in un ospedale”, ha suggerito Vincenzo Paglia. “Si richiede, per questo, un cambiamento che parta dalla politica ma arrivi anche all’economia, che coinvolga sì il ministero della Salute ma anche gli altri ministeri, per finire a una rivoluzione che sia sociale e culturale”, ha concluso, “Per farlo, senso un profondo senso di rifondazione”. La speranza è che un domani, non troppo lontano, si possa dire che l’Italia rappresenta l’esempio di come si può invecchiare senza vivere disagi nella gestione dell’invecchiamento”. Non si può dimenticare, del resto, che durante l’emergenza Covid l’Italia ha perso più di 50mila anziani, un tesoro che difficilmente ci potrà essere restituito.

IL GAP TERRITORIALE

“Purtroppo c’è un’ampia divergenza nello stato di salute delle Rsa all’interno del nostro stesso Paese”, ha constatato Urbani. Del medesimo avviso Barbara Cittadini, presidente nazionale Aiop, che segnala come l’Italia “sia un Paese con un’ampia disomogeneità del Servizio sanitario nazionale, dove la sanità garantita ad Aosta non ha nulla a che vedere con quella di Palermo”. “L’Italia ha venti sistemi sanitari differenti”, ha aggiunto. “Eppure – ha concluso – l’autonomia regionale rappresenta un plus, ma non quando diviene la ragione per cui le persone non abbiano i medesimi diritti costituzionalmente garantiti a seconda del luogo dov’è nata”. “Le stesse Rsa – ha sottolineato Urbani – sono distribuite in maniera molto differente sul territorio nazionale”. Anche perché, però, ha aggiunto “la stessa assistenza familiare è concepita in maniera differente all’interno del nostro territorio”.

LA LEZIONE DEL COVID

Fra le cose che il Covid ci ha insegnato, probabilmente fra le prime troviamo la necessità di farsi trovare preparati anche di fronte a eventi che, sulla carta, potrebbero apparire improbabili. “La carenza di dispositivi di protezione individuale registrata nelle Rsa è stata registrata ovunque non solo perché l’Occidente si era illuso di essere immune a eventuali epidemie di malattie infettive, ma anche perché, di conseguenza, ha deciso di delocalizzare tutta la produzione di dispositivi medici e sanitari nel sud est asiatico”, ha chiosato Annamaria Parente. “Credo che per risolvere il problema dobbiamo in primis, anche per il futuro, incentivare una riconversione della produzione industriale all’interno del nostro territorio”, ha aggiunto. “La filiera sanitaria va considerata, d’ora in poi, alla stregua della difesa”.

IL RECOVERY PLAN

Centrale, nei progetti di riformulazione dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria, i fondi che giungeranno tramite il Recovery plan. “Abbiamo progetti molti innovativi e importanti all’interno del Recovery plan”, ha suggerito Urbani. “Il ministro della Salute Roberto Speranza – ha continuato – conta molto sulla riqualificazione del territorio. I risultati si evinceranno quanto prima, anche perché il Recovery plan va presentato dal governo italiano entro il 30 aprile, quando vedrete un investimento senza precedenti”. “E la commissione presieduta da Paglia – ha aggiunto – muove esattamente in questo senso, mirando a puntare i riflettori della politica sul tema dell’assistenza sociosanitaria agli anziani”.

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