Si chiude con il centesimo anniversario del Natale di sangue l’anno dedicato a Gabriele D’Annunzio, nei giorni di fine dicembre del 1920 che segnarono con scontri violenti la caduta di Fiume e la fine dell’avventura del Comandante durata quindici mesi. Due libri ne ripercorrono i discorsi dell’epoca. Li ha letti per noi Gennaro Malgieri

L’anno dannunziano volge al termine. Apertosi con il centenario dell’impresa di Fiume nel settembre dello scorso anno, si chiude con il centesimo anniversario del Natale di sangue che nei giorni di fine dicembre del 1920 segnarono con scontri violenti la caduta di Fiume e la fine dell’avventura del Comandante durata quindici mesi, caratterizzati dalla più incredibile delle rivoluzioni del Novecento, la più eccentrica, la più fantasiosa, la più moderna al punto che i suoi postulati aprirono la strada ad altre rivoluzioni politiche, a cominciare da quella fascista.

Ed il documento che l’impresa filiò fu la Carta del Carnaro, il coronamento di un sogno che diventava sostanza giuridica, canovaccio di tutte le Costituzioni successive, anche di segno opposto.

Nel Natale di sangue le truppe del Regio esercito italiano irruppero a Fiume e si opposero crudelmente alla Reggenza del Carnaro guidata da Gabriele segnando così, in un eccidio che fece vittime innocenti altri italiani, inutile, dannoso e peccaminoso perché fratricida, la fine di un’impresa che aveva destato stupore e ammirazione fin dentro il Cremlino dove Vladimir Illic Ulyanov Lenin restò stupito ed ammirato per la coraggiosa e prodigiosa, si potrebbe dire, avventura dannunziana.

Il Comandante sintetizzò con poche parole quanto accadeva intorno a lui: “Il delitto è consumato. Le truppe regie hanno dato a Fiume il Natale funebre. Nella notte trasportiamo sulle barelle i nostri feriti e i nostri morti. Resistiamo disperatamente, uno contro dieci, uno contro venti. Nessuno passerà, se non sopra i nostri corpi. Abbiamo fatto saltare tutti i ponti dell’Eneo. Combatteremo tutta la notte. E domani alla prima luce del giorno speriamo di guardare in faccia gli assassini della città martire.”

Tornato al governo Giovanni Giolitti nel giugno 1920, si radicalizzò l’avversione dell’Italia nei confronti della Reggenza del Carnaro. Il 12 novembre, Italia e Jugoslavia  firmarono il Trattato di Rapallo che stabiliva l’indipendenza dello Stato di Fiume disponendo la libera elezione di un’Assemblea costituente fiumana della Città-Stato.

D’Annunzio rifiutò il Trattato. Rispose con le armi all’imposizione inviando i legionari ad occupare le isole di Arbe e Veglio che sciaguratamente il Regno d’Italia aveva ceduto alla Jugoslavia. Quando il trattato fu ufficialmente approvato dal Parlamento, il generale Enrico Caviglia mobilitò le truppe intorno alla città e pose un ultimatum a D’Annunzio: i ribelli dovevano ritirarsi dalle isole e accettare il trattato. Il comandate rifiutò. I legionari  si arroccarono intorno alla città, creando una rete di trincee e barricate. Nel pomeriggio della vigilia di Natale, le truppe del Regno d’Italia sferrarono l’attacco. Era il Natale di sangue che iniziava il 24 dicembre. Il giorno dopo vi fu una tregua. Il 26 si ricominciò a combattere. La Marina aprì il bombardamento. I legionari resistevano come potevano davanti a quel fuoco indomabile.

La nave “Andrea Doria” bombardò  anche il palazzo del governo, sede del comando dannunziano. Fino al 29 dicembre i fiumani furono sotto il fuoco nemico. Feriti e morti italiani uccisi da soldati del Regno d’Italia soltanto per il fatto che qualcuno aveva immaginato che un lembo di Patria non poteva essere ceduto per disegni ed interessi diplomatico-militari.

Il 28 dicembre d’Annunzio riunì il Consiglio della Reggenza e decise di intavolare le trattative con gli esponenti dell’esercito regolare. Rassegnò le proprie dimissioni con una lettera consegnata a Giovanni Host-Venturi e al sindaco di Fiume Riccardo Gigante.

Il 31 dicembre 1920, D’Annunzio firmò la resa che portò alla costituzione dello Stato Libero di Fiume. Non era più Italia. Non era più niente. Era una terra di nessuno. Solo nel 1924 avvenne la formale annessione italiana della provincia del Carnaro.

Nell’ultimo anno, l’anno di D’Annunzio, come qui lo definimmo, moltissimi volumi sono stati dedicati all’impresa fiumana, alla Carta del Carnaro, ai protagonisti di quello straordinario evento, alla figura del Comandate-poeta esaminato in tutti i suoi aspetti. Sono mancate le istituzioni che hanno ignorato, nel bene e nel male, la vicenda che segnò i destini d’Italia non solo per poco più di un anno e tre mesi, ma per un lungo periodo per i motivi a cui abbiamo fatto riferimento.

Non sono mancate le ristampe dei libri di D’Annunzio, politici e bellici, accanto a biografie e rievocazioni. Italia o morte (Idrovolante edizioni, prefazione di Daniele Dell’Orco pp.232, € 15), è il libro nel quale D’Annunzio raccoglie i discorsi e gli interventi che preludono all’impresa. Lo spirito eroico,  nelle parole pronunciate soprattutto a Roma, si espande in tutte le manifestazioni del suo pensiero. È con la parola che conquista le masse ed induce i più ardimentosi a seguirlo. Ed entrando a Fiume, nel primo discorso (non compreso ovviamente in questa silloge) dice: “Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione… Io soldato, io volontario, io mutilato di guerra, credo di interpretare la volontà di tutto il sano popolo d’Italia proclamando l’annessione di Fiume”. Erano lontani i giorni del sangue. Il primo Natale fiumano emanava una luce di riscatto che da tutta la Penisola si poteva vedere.

Di straordinaria importanza, anche per comprendere Fiume, è il volume La grande Italia. Scritti politici 1914-1921 (a cura di David Bidussa, pp. 329 € 25) che l’editore Nino Aragno, nella consueta veste elegante, manda in libreria. Si divide in tre parti, più un “Congedo” ed un’appendice: l’Orazione al popolo di Milano in morte di Giosuè Carducci.

Un volume composito di grande spessore letterario e politico, nel quale risaltano i discorsi per la guerra e quelli per Fiume, ma gli interventi sulla Reggenza del Carnaro sono forse quelli che maggiormente danno il tono politico alla raccolta chiudendosi con il disegno costituzionale, cioè a dire il testo della Carta del Carnaro redatta da Alceste de Ambris e poi da D’Annunzio rifinita e sostanzialmente riscritta.

Il “Congedo” da Fiume è struggente. Composto all’indomani della fine dell’esperienza del Carnaro, ripercorre le tappe salienti della inimitabile avventura. Tra l’altro scrive parole d’amore all’Italia che raramente sono state dette: “Avevamo fatto una città al nome d’Italia. Avevamo donato una città all’amore d’Italia, alla vittoria d’Italia. I legionarii erano stati anche una volta costruttori, non secondo l’esempio dei coloni ma secondo l’esempio degli interpreti, secondo la divinazione dei vati.  Non  la pietra né il cotto ma lo spirito è la materia degli edifizii orientati verso l’avvenire. La città di vita è scomparsa. Non c’è laggiù se non una macchia di sangue cupo. Sembra poca cosa, e può diventare immensa come quella che fu veduta a piè d’una croce alzata sopra un altro calvario”.

Ma la resurrezione non poteva essere contemplata. Gabriele D’Annunzio avrebbe vissuto febbrilmente la nostalgia delle notti fiumane sapendo che il sole laggiù nel Carnaro non sarebbe sorto mai più.

(Foto: Archivio Storico Ricordi)

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