È questa la destra che manca? È questa la destra in costruzione? È quest’altra destra a cui aspirare nel tempo del “confusionismo” populista e del mercimonio parlamentare? È probabile… L’analisi di Gennaro Malgieri

Un’altra destra è possibile. Nel magmatico e contraddittorio centrodestra, le sue ragioni sembra siano state smarrite. Nella melassa populista/sovranista non si distinguono più gli elementi identitari ed identificanti una destra che sia al tempo stesso, e per come i tempi richiedono, di opposizione proiettata alla conquista del governo del Paese.

QUALE DESTRA ORA

È destra – secondo una speciosa vulgata – la Lega di Matteo Salvini le cui radici antinazionali e palesemente territoriali, disunitarie affioranti, ancorché negate oggi, nelle petulanti rivendicazioni regionaliste e nell’ossessiva propaganda anti-immigrazionista (dalle valenze complesse che non si possono ridurre ad invocare divieti d’ingresso e blocchi navali indiscriminatamente). È destra la formazione guidata da Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, le cui ascendenze sono indiscutibilmente ascrivibili a quella parte politica, ma povera, a quanto sembra, di una consistenza strutturale ed ideologica tesa a mettere insieme, sulla base di principi nazionali, tradizionali e conservatori una soggettività politica capace di incarnare una visione del mondo che possa iscriversi nella variegata e multiforme “famiglia” della destra politica.

Non è di destra, e credo non abbia nessuna voglia di contraddire l’assunto, Forza Italia, il cui iperliberismo contraddittorio ed iconoclasta è una sorta di passe partout per sguinzagliarsi nei meandri del potere ed allocarsi dove più redditizia risulti la posizione politica o gli interessi specifici.

LA DESTRA IN COSTRUZIONE

Se il centrodestra è una vaga suggestione, la destra odierna, elettoralmente ragguardevole secondo i sondaggi di opinione, è un capiente contenitore nel quale il leaderismo sopperisce alla mancanza di discussione e, dunque, alla costruzione di un soggetto che aspiri a contendere ad una sinistra non meno populista, incarnata soprattutto dal Movimento Cinque Stelle, la futura leadership del Paese. E nel vuoto politico rappresentato da quell’area che dovrebbe essere occupata dalla Destra, non è improbabile che vengano fuori , come istanze minoritarie, formazioni tutt’altro che partitiche al momento, le quali aspirano a costruire i presupposti di un amalgama ideologico-culturale su cui innestare una soggettività politica in grado di superare gli stilemi di una vecchia destra per proiettare in un contesto in formazione dopo lo sconquasso pandemico, esigenze nuove e radicali che coniughino le posizioni tradizional-conservatrici con le richieste della modernità.

È questa la destra che manca? È questa la destra in costruzione? È quest’altra destra a cui aspirare nel tempo del “confusionismo” populista e del mercimonio parlamentare? È probabile.

Mentre scandagliamo una ricca galassia culturale ed editoriale, ritrattarsi dalla politica attiva per mancanza di referenze coerenti con le aspirazioni nutrite, ci accorgiamo che piccole nuove “sommesse” , mi vien da dire, realtà che avvertono la necessità di confronti fecondi con la contemporaneità e sono alla ricerca di strade da battere dopo la scomparsa del mondo pandemico, vanno formandosi.

RIFARE ITALIA

L’ultima nata, l’Associazione politico-culturale Rifare Italia, animata per lo più da ex-dirigenti della destra di Alleanza nazionale, senza alcuna velleità elettoralistica, incarna la necessità di convogliare attorno ad una discussione proficua, incentrata sui grandi temi, a cominciare dalle nuove sovranità (nulla a che vedere con il sovranismo all’amatriciana) protagoniste di un mondo in evoluzione come le figurazioni geopolitiche attuali ampiamente testimoniano. Non cerca questa spontanea aggregazione sorta per volontà di donne ed uomini liberi a nessun movimento legati, ossessivamente motivi di distinzione nella “destra plurale” dalle molte anime, ma dal comune obiettivo, e soprattutto dall’idem sentire.

Una destra che voglia partecipare ai processi di riposizionamento delle nuove forze politiche ha ben presente che il politicismo non paga. I soggetti di una coalizione, come potrebbe essere un centrodestra profondamente rinnovato e ripensato, magari in chiave “federale”, hanno il diritto di rappresentare le proprie istanze in ossequio alla difesa delle diverse storie e sensibilità, ma hanno anche il dovere di giocare le reciproche differenze sul terreno comune dove si sono incontrati: la necessità di dare voce e rappresentanza all’Italia profonda della quale, a diverso titolo, sono espressione.

LA SFIDA DEL CENTRODESTRA

Ragioni identitarie e ragioni coalizionali possono convivere in vista del “bene comune”. È questa la sfida che il Centrodestra ha perduto e con esso la Destra che al suo interno si è sostanzialmente dissolta come soggetto propulsore, posto che chi dovrebbe rappresentarla sembra che abbia perfino una certa remora nel definirsi di Destra. Le sue istanze, la sua fisionomia, le sue radici prima sono andate disperse, poi sono respinte, infine se n’è persa la memoria. A cominciare da alcuni asset culturali che sembra non si portino più.

Per esempio, il riferimento allo Stato è svanito nella convinzione neo-liberista che esso significhi regressione nello statalismo che ne è la degenerazione, portata alle estreme conseguenze da una lunga pratica partitocratica da parte di quelle forze politiche che lo hanno utilizzato per privarlo della sua nobiltà politica, occupandolo come una colonia. E si deve alla decadenza dell’idea di Stato il conflitto, oggi giunto al culmine, tra i poteri costituzionali, oltre all’assimilazione allo Stato stesso delle componenti che costituiscono la Repubblica, come dal famigerato Titolo V riformato della Costituzione.

UN PROGETTO CULTURALE, POI POLITICO

Credo sia necessario che la destra in formazione, preliminarmente si doti di un progetto culturale prima che politico in grado di contrastare, legittimamente, il giacobinismo dominante. È questo un punto di grande importanza che venisse scaricato, come talvolta è stato fatto, perché ritenuto impropriamente un cascame intellettualistico. Grazie anche a considerazioni di questo genere siamo purtroppo arrivati alle incomprensioni di oggi. Ciò che sta accadendo in Italia è il frutto di una lunga sedimentazione culturale, a cui far risalire la decadenza civile del nostro Paese, che ha prodotto una egemonia relativista a fronte della quale non v’è ancora stata la doverosa reazione che ci si attendeva.

Su questo terreno la destra ha dimostrato in maniera preoccupante la sua assenza. Probabilmente non è questa l’occasione per indicare i rimedi a tale insufficienza, ma basta qui osservare che quanto viene proposto come cultura di massa innanzitutto è assolutamente omologato agli stereotipi del laicismo (da non confondere con laicità) di cui è permeata la nostra società dell’indifferentismo morale, del relativismo etico. E’ questa una battaglia che la Destra ha lasciato cadere e che non può esimersi dall’affrontare poiché connessa alla difesa dei valori della persona che non sono in contrasto con quelli della nazione intesa come “comunità di destino”, né dello Stato quale custode del “bene comune”.

Un simile progetto non può prescindere dalla considerazione che la società civile vada conquistata prima di tutto con la forza delle idee, di un pensiero. Non è certo riprovevole ritenere che di fronte ad una società come quella italiana, laicizzata e scristianizzata, si debba dispiegare un coerente piano contro la sua stessa decadenza. Gli strumenti sono quelli della cultura declinati in tutte le espressioni possibili ed immaginabili, capaci di sensibilizzare una vasta opinione pubblica ed indurla a prendere consapevolezza della decadenza. Questo è lo spettro che abbiamo davanti e di fronte al quale non possiamo far finta di nulla.

La nostra nazione sta esaurendo giorno dopo giorno la sua vitalità; risente di uno svuotamento culturale e spirituale; è ripiegata su se stessa fino ad apparire rattrappita, lontana dal prendere parte ai grandi processi innovativi che avvengono nella sfera del sapere; rinunciataria, soprattutto per responsabilità delle sue élite intellettuali, non riesce ad occupare la scena internazionale neppure quando l’occasione per manifestare un certo protagonismo è alla portata.

Qualche anno fa l’Italia venne espulsa dal progetto Genoma, del quale i nostri scienziati erano stati i iniziatori e protagonisti, perché i governanti del tempo non ne colsero l’importanza e non offrirono adeguata copertura. Se l’Italia non torna a giocare un ruolo da protagonista nel campo della ricerca, dell’innovazione, della cultura umanistica (dove è sempre stata all’avanguardia) invecchierà prima di quando si pensi, non sarà competitiva, si spegnerà.

È di questo che la destra deve farsi carico in maniera evidente e riconoscibile anche per non lasciare agli avversari la possibilità di polemizzare su questo terreno quando loro sono responsabili della decadenza culturale del nostro Paese avendo utilizzato le leve culturali soltanto per stabilire una discutibile egemonia finalizzata a piegare la società civile all’uniformità di un indirizzo politico.

UNA NUOVA DESTRA

La libertà è soprattutto libertà della cultura. Per poterla praticare e rendere la società italiana realmente pluralista c’è bisogno di un impegno prioritario. La latitanza culturale che è stata svariate volte rimproverata alla destra, per non dire al centrodestra berlusconiano, non senza ragione, prendiamola come uno stimolo ad uscire allo scoperto. Buttiamo via i fantasmi del passato agitati frequentemente come alibi – l’egemonia della cultura cattocomunista, la chiusura delle istituzioni culturali, l’irreggimentazione degli intellettuali e via ricordando – e guardiamo in faccia la realtà. La destra “nuova” ha l’occasione storica di invertire la rotta nel rispetto più rigoroso di tutte le voci che compongono la cultura nazionale, per esprimersi al meglio delle sue possibilità, per mettersi in sintonia con la maggioranza degli italiani i cui valori più profondi sono stati nel passato così poco e male rappresentati.

Insomma, la cultura come priorità dovrebbe essere il segno distintivo di una identità operante che si fa politica. E allora viene facile e spontaneo chiedersi se non sia il caso di precisare che il riconoscimento delle culture non è il preludio alla dissoluzione della cultura nazionale che ne è il compendio; se non occorra incentivare lo sviluppo del senso critico innestando maggiore cultura umanistica nell’educazione scolastica che non vuol dire dare meno peso alla conoscenza scientifica; se non bisogna incrementare lo studio della storia; se non è opportuno che la cultura popolare venga immessa in circuiti attraverso i quali potrebbe essere maggiore e migliore la sua fruizione da parte della comunità in grado di sentirsi tale soltanto se si riesce a far emergere le sue caratteristiche identitarie racchiuse appunto in sentimenti profondi che qualificano talvolta le culture talvolta nascoste.

Questi pensieri percorrono la parte politica nella quale mi sono riconosciuto e mi riconosco e sono presenti anche in altri soggetti, in tutti coloro i quali hanno la percezione che nella vita politica manchi qualcosa che provoca insoddisfazione. Dobbiamo essere attenti a queste sensibilità perché, è bene ricordarlo, la nostra esperienza nasce anche per umanizzare la politica e non soltanto per vincere e smarrire poi le ragioni che ci hanno portato a stare insieme. Nel tempo nuovo che caratterizzerà una destra possibilmente ritrovata, per come auspica la neonata associazione Rifare Italia, dovrà farsi strada l’esigenza di dare vita ad un programma politico che coniughi le esigenze particolari con quelle, per così dire, globali.

In particolare, ritengo sia possibile tenere unita la prospettiva di una soddisfacente governabilità con quella dell’invenzione di un sistema di interventi mirati alla modernizzazione del Paese. La questione delle riforme, a tale riguardo, è cruciale. I cambiamenti, soprattutto se radicali e significativi, devono coinvolgere, soprattutto nel metodo, anche altri soggetti.

IL FUTURO NEL SEGNO DI UNA COSTITUENTE

Alla destra – e da tempo immemorabile – resterà sempre il merito di aver promosso il rinnovamento, nella cui prospettiva non si può evitare di porre attenzione a questioni che trascendono la politica nazionale. In difesa sempre e comunque delle identità, la destra, non da sola evidentemente, dovrebbe fare di più nel campo dei diritti dei popoli. Una vecchia idea ritorna quando superficialmente si riteneva di poterne fare a meno definitivamente: la sovranità.

Pretendere riconoscimento e rispetto significa riconoscere e rispettare: culture, tradizioni, religioni, sentimenti, memorie. Ma significa anche cominciare a dare qualche risposta alla domanda: quali valori governeranno l’èra globale? E ancora: è compatibile la salvaguardia delle identità con le esigenze di quella che viene chiamata la “comunità mondiale”? E poi: come rispondere, sempre che risposte vi siano, all’economia protesa nella ricerca di utili a breve termine di fronte alle ricorrenti crisi ambientali, climatiche, demografiche, agricole? E infine: riteniamo che la povertà (centomila esseri umani muoiono di fame o in conseguenza di essa ogni giorno), le malattie endemiche, la desertificazione, l’insicurezza alimentare non debbano riguardarci, non debbano riguardare uno schieramento di forze politiche capace di adeguare le loro culture alla decifrazione dei grandi eventi?

Scriveva Franz Kafka: “Lontano, lontano da te, si svolge la storia mondiale, la storia mondiale della tua anima”. Una storia che non ammette pause di idee e di progettualità; che esige una nuova cultura politica per rispondere alla domande che una umanità sempre più dolente, incerta, confusa, pone; che si alimenta di una grande ambizione: contribuire alla formazione di una società autenticamente plurale nella quale le vecchie, ma mai tramontate idee, della solidarietà e della partecipazione siano centrali al punto di rivitalizzare lo Stato-nazione (al quale personalmente non vedo alternative) dalla cui sopravvivenza dipenderà il destino, nel mondo globale, delle specificità, delle differenze, delle culture appunto, la cui difesa, mai come oggi, innova il concetto stesso di libertà: tanto più si è liberi quanto più ci si preserva di fronte all’aggressione dell’omologazione, del “pensiero unico”, della riduzione dell’essere umano alla dimensione dell’elementare consumatore.

Per tutti questi motivi, e per altri ancora, è indispensabile che si proceda al più presto da parte di tutti i soggetti interessati alla promozione di una Costituente per la destra nazionale ed europea. È il solo modo per superare lo stallo e provare a ricomporre ciò che è andato in frantumi.

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