Le recenti prese di posizione Ue dinnanzi alla crudeltà dell’Iran, in particolare alle esecuzioni, devono rappresentare il primo passo per una completa rivalutazione dei rapporti con gli ayatollah. Il commento dell’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, già ministro degli Esteri

Segnali preoccupanti continuano a provenire da Teheran sul fronte, tra gli altri, dei diritti umani. Il regime sta reagendo con sanguinaria fermezza al coro di condanne che, con un certo favorevole stupore, si sta levando forte dalla comunità Internazionale e dall’Unione europea per l’uso massiccio della pena di morte, con esecuzioni ormai quotidiane negli ultimi giorni.

Già alla metà di novembre la Terza commissione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite — competente per la promozione e la protezione dei diritti umani — approvava a larga maggioranza la risoluzione promossa del Canada sulla gravità delle condizioni dei diritti umani in Iran esprimendo forti preoccupazioni “per la frequenza allarmante dell’imposizione e dell’esecuzione della pena di morte, […] in violazione dei suoi obblighi internazionali, comprese le esecuzioni compiute contro persone sulla base di confessioni forzate o per reati che non si qualificano come i più gravi, compresi reati la cui definizione è eccessivamente ampia o vaga, in violazione del Patto internazionale sui diritti civili e politici […] la continua imposizione della pena di morte contro i minori […] in violazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia”.

Un passo davvero importante a cui ha partecipato anche il nostro Paese (così come l’intero blocco Ue) nel lanciare l’allarme anche per “l’uso diffuso e sistematico di arresti e detenzioni arbitrari […] l’uso della tortura per estorcere confessioni, come nel recente caso del lottatore Navid Afkari e di molti altri, e anche per le troppe morti sospette in custodia” e altre terribili pratiche vessatorie e discriminatorie, a cui il popolo iraniano è costretto a sottostare ormai da più di quarant’anni.

Sempre dalle Nazioni Unite proviene quello che ci si augura possa costituire l’ultimo atto per gli ayatollah, lasciando per sempre la scena a un Iran democratico. La lettera, infatti, che sette Relatori speciali dell’Onu hanno inviato a Teheran — sull’urgenza di istituire una commissione internazionale d’inchiesta sui massacri del 1988 di almeno 30.000 oppositori politici — rappresenta la consacrazione di quanti hanno voluto continuare a dar voce alle vittime di un regime dispotico e sanguinario, nonostante il silenzio assordante della comunità internazionale. Il finale è conosciuto da sempre e facile da delineare: il regime e la sua leadership sono gli unici responsabili.

Un cambio di marcia che ha interessato anche il nostro Continente, con una notevole spinta propulsiva del Parlamento europeo. In una risoluzione approvata lo scorso 17 dicembre, il Parlamento europeo ha infatti condannato l’Iran per violazione dei diritti umani, dopo l’ennesimo oltraggio compiuto dal regime con l’impiccagione del giornalista Ruhollah Zam. I Paesi dell’Unione hanno inoltre condannato il deterioramento dei diritti umani in Iran dicendosi molto preoccupati della situazione e ribadendo la necessità di accertare le responsabilità degli artefici delle continue violazioni nel Paese.

L’Unione europea ha anche chiesto il rilascio dei cittadini europei di origine iraniana, con particolare riguardo all’innocente accademico svedese-iraniano Ahmed Reza Djalali, accusato di spionaggio e attualmente nel braccio della morte in Iran in attesa dell’esecuzione a tutt’oggi sospesa. Un caso dalle tinte molto fosche, che si pensa possa mutare in un tentativo di “scambio di prigionieri” in considerazione del contemporaneo processo in Belgio al diplomatico iraniano Assadollah Assadi, responsabile del fallito attentato a Villepinte del 2018 al raduno della Resistenza iraniana.

Le risposte di Bruxelles alla crudeltà del regime, in particolare all’esecuzione di Zam, devono rappresentare il primo passo per una completa rivalutazione dei rapporti con gli ayatollah, condizionandoli necessariamente al totale allineamento di Teheran a quegli obblighi internazionali cui essa stessa ha aderito.

In tal senso, la giusta decisione di ritirare la partecipazione dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrel, e degli ambasciatori a Teheran di alcuni Stati membri (tra i quali anche il nostro capo-missione), che ha portato al rinvio sine die dell’evento online “Europe-Iran Business Forum”, rappresenta un primo passo in questa direzione.

Proprio per tale motivo, si dovrebbe evitare ogni ulteriore occasione di “scambio”, di natura commerciale così come di conoscenze, con un regime molto abile nello sfruttare le ambiguità connesse alle funzionalità “dual use” di strumenti e tecnologie apparentemente innocui. Il recente evento promosso dal ministero della Scienza iraniano, in collaborazione con entità italiane nel campo scientifico e tecnologico e con la nostra ambasciata a Teheran, costituisce l’esempio perfetto di ciò che l’Italia e le proprie istituzioni devono assolutamente evitare. Simili “incongruenze” rappresentano un passo laterale che rallenta il cammino verso un Iran finalmente libero e democratico, al posto dell’attuale regime terrorista e campione nelle violazioni dei diritti umani.

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