Adesso che Invitalia è entrata in Am Investco Itay-Gruppo Arcelor Mittal per il rilancio dell’Ilva, con una quota del 50% del capitale per due anni, e poi del 60% a partire dal giugno 2022, le domande che tuttavia sindacati e vari osservatori si pongono sono ancora numerose. Ecco quali secondo Federico Pirro, Università di Bari

È stato siglato l’accordo per l’ingresso di Invitalia in Am Investco Itay-Gruppo Arcelor Mittal per il rilancio dell’Ilva, che porterà la società pubblica nel capitale della partecipata con una quota del 50% per due anni, e poi del 60% a partire dal giugno 2022. Mentre sotto il profilo strettamente impiantistico, e con riferimento al sito di Taranto, si punta al revamping dell’Altoforno n.5, uno dei maggiori d’Europa per capacità e ormai spento da anni, e alla prosecuzione di esercizio dell’Altoforno n.4. Si dovrebbe inoltre introdurre 1 forno elettrico per conservare una capacità e una produzione a regime (entro il 2025) di 8 milioni di tonnellate annue, in grado di mantenere gli attuali livelli occupazionali, pur ricorrendo sino a quell’anno alla cassa integrazione per numeri definiti di addetti.

Questo è quanto riportato sulla stampa. Ora, alla luce di tali notizie – comunque molto interessanti per l’intera siderurgia nazionale perché ribadiscono che l’area a caldo della fabbrica ionica verrà conservata – le domande che tuttavia sindacati e vari osservatori si pongono sono ancora numerose.

Proviamo ad elencarne alcune.

1- Se Invitalia diviene socia paritetica di AM, con un presidente nominato dalla società pubblica e con un amministratore delegato scelto invece dal privato, le decisioni dovrebbero essere assunte come stabilito di comune accordo, ma la conduzione effettiva della società a chi sarebbe riservata? Ad un top management scelto anch’esso di comune accordo? E poi, pur con un massiccio ricorso alla cassa integrazione, su quali reali volumi produttivi si punterebbe, una volta terminati nell’agosto del 2023 i lavori in corso per l’Aia che limitano oggi a 6 milioni di tonnellate annue la produzione, peraltro scesa quest’anno fra i 3 e i 4 milioni? In altre parole, se il mercato ripartisse con più forza in una fase post-covid, il sito di Taranto potrebbe essere portato a fare concorrenza a quelli di Arcelor di Dunkerque e Fos sur mer in Francia? Che senso avrebbe infatti difendere, sia pure in parte riconvertendola, l’attuale capacità di 8 milioni di tons, se poi non la si volesse impiegare per intero? Per non fare concorrenza ad Arcelor che è socio in Ilva, ma anche un suo temibile concorrente?

2- L’occupazione che si dice di voler conservare sui livelli attuali, ovvero 10.700 addetti diretti fra Taranto, Genova e Novi Ligure, potrebbe essere realmente difesa – soprattutto nella fabbrica ionica, ove sono impiegati 8.200 fra operai, tecnici, quadri e dirigenti – quando l’introduzione di 1 forno elettrico richiederebbe meno manodopera non essendoci più bisogno della cockeria?

3- Il forno elettrico (ma sarebbe possibile anche per gli altiforni?) deve poi essere alimentato anche dal Dri, ovvero il preridotto di ferro, che si produrrebbe a Taranto in un impianto fuori dal sito del siderurgico; ma si è già negoziato e ottenuto un prezzo del gas necessario per produrlo a prezzi convenienti? E se fosse meno costoso qualora lo si acquistasse sul mercato?

4- E nella nuova società che lo produrrebbe, entrerebbero come soci anche i maggiori acciaieri italiani, come avevano dichiarato nei mesi scorsi, volendo utilizzarlo con il rottame per i loro forni elettrici, per impiegarvi così meno minerale di ferro? Rottame peraltro sempre meno disponibile anche sui mercati internazionali, e perciò sempre più costoso.

5- E qualora si costituisse questa società vi sarebbero impiegati i lavoratori comunque destinati a diventare esuberi nell’acciaieria per l’introduzione del forno elettrico?

6- E nell’attesa di procedere alla sua introduzione – impianto peraltro da ordinare, costruire, montare e porre in esercizio con gli adeguamenti impiantistici necessari a “valle” – lo stabilimento, dovendo restare sul mercato, continuerebbe a funzionare con gli attuali Afo 1, 2 (in via di ambientalizzazione) e 4 se il mercato lo richiedesse?

7- E il portafoglio clienti chi lo controllerebbe? La joint-venture fra Invitalia e i Francoindiani? Non si dimentichi neppure per un istante, lo si diceva in precedenza, che Arcelor sarebbe partner della società, ma anche un suo temibile concorrente: allora, tale sua condizione, già ora ma sempre più in prospettiva, non rischierebbe di creare intuibili problemi alla società in joint-venture con Invitalia, e soprattutto al sito tarantino?

8- E i rapporti con le aziende dell’indotto e più in generale con il territorio, come sarebbero per la società di cui Invitalia divide il capitale? Oggi a Taranto si registrano una incomunicabilità quasi assoluta fra azienda e istituzioni locali – anche per responsabilità di quest’ultime, ad onore del vero – e rapporti difficili con molte imprese della supply chain, peraltro bisognose di profonde ristrutturazioni che andrebbero comunque guidate.

Tali domande scaturiscono da quanto apparso sulla stampa. È auspicabile allora che le risposte siano puntuali, precise e assolutamente limpide e senza ambiguità, perché l’impianto di Taranto è tuttora un pilastro del sistema manifatturiero nazionale, e non sono possibili incertezze circa il suo futuro. Arcelor Mittal tutela i suoi legittimi interessi di multinazionale quotata in alcune borse internazionali, interessi che potrebbero entrare in rotta in collisione con quelli dello Stato italiano e dell’industria nazionale.

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