Vogliamo riportare il veleno della lottizzazione politica nell’ambito della sicurezza nazionale? Dovremmo fare esattamente il contrario per salvare l’interesse nazionale. L’analisi di Adriano Soi, già prefetto e responsabile della Comunicazione istituzionale del Dis, docente di Intelligence e sicurezza nazionale presso la Scuola di Scienze politiche “Cesare Alfieri” di Firenze

Quando l’intelligence e le questioni che la riguardano finiscono troppo spesso sui giornali non è un buon segno; al contrario, quasi sempre è il sintomo che rivela una malattia.

I primi sessant’anni di storia delle Repubblica italiana, come ben sappiamo, sono stati contrassegnati dal periodico riaffacciarsi all’attenzione delle cronache e dell’opinione pubblica di vicende che vedevano appartenenti ai servizi di informazione coinvolti in fatti di strage, in depistaggi, deviazioni dai compiti istituzionali, malversazioni e scandali.

Negli ultimi vent’anni questa costante è venuta progressivamente meno, fin quasi a scomparire. Non è azzardato pensare che due siano state le medicine rivelatesi efficaci: in primo luogo l’avvio dell’alternanza al potere di tutti i partiti presenti in Parlamento, con i benèfici effetti che il ricambio democratico riverbera sui corpi amministrativi dello Stato; in secondo, l’entrata in vigore della legge di riforma che ha, tra l’altro, ampliato e reso più incisivi i poteri del comitato parlamentare di controllo sull’intelligence.

Nell’ultimo anno e mezzo, tuttavia, le cose sembrano essere cambiate: il caso Barr nell’estate del 2019, con gli incontri ravvicinati tra il ministro della Giustizia statunitense e i vertici della nostra intelligence; il decreto-legge dell’estate scorsa che, a sorpresa, ha cambiato le regole sulla conferma degli incarichi apicali; lo schema di decreto-legge istitutivo di una fondazione per la promozione e lo sviluppo tecnologico nel campo della sicurezza cibernetica, fulminato nei corridoi di Palazzo Chigi da esponenti autorevoli di partiti di governo imbufaliti per essere stati tenuti all’oscuro dell’iniziativa; la fulminea sortita sull’asse Roma-Bengasi-Roma del presidente del Consiglio e del ministro degli Esteri, accompagnati da esponenti dei nostri Servizi per sdoganare, in un colpo solo, i nostri pescatori sequestrati oltre tre mesi fa e il loro sequestratore, generale Khalifa Haftar; da ultimo, ma non certo per ultimo, la richiesta del Partito democratico e di Italia Viva al presidente del Consiglio di nominare finalmente l’Autorità delegata per le questioni di sicurezza nazionale, scegliendola preferibilmente nelle fila dell’uno o dell’altra.

È del tutto evidente che non una delle questioni ora richiamate ha a che vedere con la correttezza dei comportamenti dei nostri Servizi i quali, quando sono stati chiamati in causa, hanno fatto ciò che il governo aveva ordinato loro di fare. Il dente su cui batte la lingua avvelenata della polemica politica è invece quello dell’uso dei Servizi da parte del governo oppure delle regole da applicare, o modificare, a tale fine; in quest’ottica, il problema dei problemi è la mancata nomina dell’Autorità delegata, nodo non sciolto al momento della formazione del governo e aggrovigliatosi poi fino al punto di essere gettato nel tritacarne della crisi dei rapporti politici tra i partiti che sostengono l’attuale esecutivo.

La questione è semplice e solo massicce dosi di analfabetismo politico-istituzionale possono complicarla. Primo: la legge lascia al presidente “ove lo ritenga opportuno” la scelta di nominare o meno un’Autorità delegata (sottosegretario alla Presidenza o ministro senza portafoglio) dalla quale farsi coadiuvare nella direzione della politica dell’informazione per la sicurezza. Secondo: la prassi applicativa di questa norma non ha mai visto, a oggi, la nomina di un appartenente a un partito diverso da quello del presidente. Terzo: appartenendo il presidente a nessun partito politico, è evidente che l’eventuale nomina di un’Autorità delegata proveniente da uno dei partiti di maggioranza avrebbe dovuto costituire oggetto di uno specifico accordo di governo, ciò che non avvenuto. Quarto: quand’anche all’accordo si arrivasse, in sede di rimpasto o di formazione di un nuovo esecutivo, avrebbe senso costringere il presidente, perché di questo si tratterebbe, ad accettare di farsi coadiuvare nella più delicata delle sue funzioni costituzionali da una persona legata ad un partito? Quinto: se quella che si invoca è una maggiore collegialità nella conduzione della politica informativa a tutela della sicurezza e degli interessi nazionali, perché non si attiva il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica (Cisr), mai convocato per occuparsi delle questioni di sicurezza nazionale poste dalla pandemia? Sesto: e se il problema è che nel Cisr non sono rappresentati tutti i partiti di governo, allora è questo il punto da risolvere, invece di evocare soluzioni che sanno tanto di caccia alla poltrona o peggio, di ritorno al passato.

Il passato è quello della legge 801, quando i due Servizi di informazione facevano capo a due diversi ministri, normalmente appartenenti a due diverse correnti della Democrazia cristiana a due diversi partiti. Ecco, il punto è qui: vogliamo riportare il veleno della lottizzazione politica nell’ambito della sicurezza nazionale, dal quale la riforma l’aveva finalmente estromesso? Dovremmo fare esattamente il contrario, gettando via l’acqua sporca della politica spartitoria per salvare il bambino, che in questo caso è l’interesse nazionale.

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