Il governo Netanyahu è caduto per la quarta volta in due anni, ma il premier sa di essere in grado di ottenere ancora la maggioranza relativa, per questo cerca di “cristallizzare la situazione basata sulla continuità”, commenta l’analista dell’Ispi Giuseppe Dentice, anche pensando a Biden

La sera di Natale quattro bagliori hanno tagliato a bassa altitudine i cieli di Beirut. Nelle stesse ore alcuni capannoni industriali a Masyaf, nella Siria orientale (verso il confine libanese), finivano sotto un bombardamento. Non è chiaro se quelli visti a Beirut fossero missili Tomahawk oppure caccia israeliani. Damasco ha comunicato di aver intercettato l’attacco tramite le batterie antiaeree russe, ma le foto satellitari dimostrano diversi bersagli colpiti. Sono impianti utilizzati dalle Guardie della Rivoluzione iraniana, l’unità militare teocratica, che in Siria ha puntellato il regime e coordinato le attività di diverse milizie sciite, su tutte la libanese Hezbollah. Queste azioni israeliane sono attive in modo continuo dal 2013: “La nostra politica è chiara e coerente: chi cerca di farci del male subirà un duro colpo”, ha dichiarato il premier Benjamin Netanyahu il 23 dicembre alla cerimonia di consegna dei diplomi per i nuovi piloti dell’aviazione. “Continueremo ad agire contro i tentativi dell’Iran e dei suoi delegati di stabilire basi militari in Siria. Non scenderemo a compromessi su questo problema”, aveva spiegato come già fatto altre volte.

Il 26 dicembre jet dell’Iaf hanno bombardato diversi siti a Gaza, tutti riconducibili al gruppo jihadista Hamas (formazione sunnita che però riceve sostentamento dalla Repubblica islamica sciita perché accomunate dal nemico esistenziale comune, lo stato ebraico). Dalle esplosioni secondarie collegate al bombardamento si evince che sono stati colpiti depositi di armi. Nelle ultime settimane sono circolate voci sull’aumento delle capacità missilistiche di Hamas, ed è probabile che Israele abbia colpito uno degli impianti di assemblaggio. Quella stessa sera dalla Striscia erano stati lanciati razzi contro la città costiera israeliana di Ashkelon. “Mentre le famiglie di tutto il mondo siedono intorno ai loro alberi di Natale, le famiglie nel sud di Israele corrono ai rifugi antiaerei. Due razzi sono stati appena lanciati da Gaza verso Israele. Il sistema di difesa aerea Iron Dome ha intercettato entrambi i razzi”, ha scritto sul profilo Twitter ufficiale l’esercito israeliano. La tregua transfontraliera si è rotta dopo diverso tempo, ma anche queste attività – che riguardano l’eterno confronto tra Israele e Palestina – sono continue. Attacchi e ritorsioni fanno parte di problemi di stabilità ai confini, esattamente come quelli con la Siria e il Libano, che coinvolgono attori nemici di Israele.

Il 9 dicembre la Turchia ha annunciato che Ufuk Ulutas, il presidente del Centro per la ricerca strategica presso il ministero degli Affari esteri turco, sarà inviato come nuovo ambasciatore in Israele. Ulutas è un sostenitore della presidenza, che sta usando nei confronti dello Stato ebraico un doppio registro: dal punto di vista retorico-propagandistico condanna varie attività israeliane (come per esempio gli Accordi di Abramo con varie nazioni rivali del Golfo), ma cerca il contatto con Israele per sviluppare ulteriori collegamenti e per evitare di avere il Paese in mezzo alla lunga lista dei rivali. In un’analisi per Responsible Statecraft, la piattaforma media del Quincy Institute, Samuel Ramani ha valutato positivamente la nomina di Ulutas, sostenendo che esiste “una stretta finestra di speranza per un allentamento delle tensioni Turchia-Israele nel 2021”. Negli ultimi due giorni si è parlato parecchio della possibilità che Israele trovi un ri-approccio nelle relazioni con la Turchia, mediato dall’Azerbaigian. I due Paesi hanno ottimi rapporti con Baku, il primo è il principale fornitore militare delle forze azere e ha altre connessioni economiche commerciali, Ankara considera il suolo azerbagiano come un’altra patria, collegata da continuità etnico-culturale. Sarebbe l’effetto maggiore della vittoria dell’Azerbaigian nel conflitto per il Nagorno-Karabakh – e tra l’altro sarebbe una motivazione ulteriore nel leggere il motivo per cui la Russia ha abbandonato la protetta Armenia (ossia per non restare indietro su certe dinamiche).

Il 23 dicembre la legge Finanziaria non è passata alla Knesset e il governo Netanyahu è caduto per l’ennesima volta (le quarte elezioni politiche in due anni sono già convocate per il 23 marzo 2021) e questi tre fatti – Siria/Libano, Gaza, voci sulla Turchia – sono arrivati tutti nei giorni successivi come a fotografare alcuni lineamenti attuali e probabilmente futuri. “Partiamo da un punto: Netanyahu è in costante campagna elettorale, ha l’ala destra molto frammentata che crea problemi di governabilità, ma è probabilmente l’unico che parte da uno zoccolo duro di voti da cui può solo crescere e ottenere la maggioranza relativa. Per questo cerca di cristallizzare la situazione basata sulla continuità”, spiega a Formiche.net Giuseppe Dentice, analista dell’Ispi. “Gli attori mediorientali adeguano le proprie politiche a ciò che conviene più per i propri interessi. In particolare per Israele – continua Dentice – e la sua politica estera c’è da guardare l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca. Il premier israeliano ha un ottimo rapporto con il presidente eletto, ed è difficile che ci saranno forti pressioni o condizionalità da Washington. Non ci sarà una trasformazione di sostanza, ma di registro.

Donald Trump ha seguito con Israele una linea tracciata già da Barack Obama, e su questioni chiave  come rapporti Golfo e intra-israeliani, o la Turchia, non ci saranno grossi cambiamenti, fermo restando che Biden riporterà tutto su una diplomazia più classica”, aggiunge l’analista. Le dinamiche mosse in questi ultimi giorni sembrano fotografare come per Israele sia una necessità esistenziale preservare quella continuità di interessi, per esempio contro i propri nemici, e per questo li pone espliciti durante una delicata fase come la caduta del governo, abbinata all’inizio dell’amministrazione nel Paese che è il suo principale alleato internazionale. “D’alta parte – aggiunge Dentice – le mosse per il riallaccio alla Turchia sono da inquadrare nell’ottica Nato, ombrello americano statunitense, e muovono interessi geopolitici in due aree delicatissime come il Mediterraneo e il Caucaso, garantendo la presenza politica degli Stati Uniti nell’area, che ha anche una chiave di contenimento e controllo anche della Russia”. Un dare e avere come in una partita doppia.

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