Gerusalemme e le nazioni più importanti del mondo arabo-musulmano hanno avviato un dialogo politico-diplomatico, ma anche una serie di operazioni combinate con l’obiettivo di isolare il comune nemico, l’Iran degli Ayatollah, e di lavorare segretamente insieme alla ridefinizione degli assetti di uno scacchiere, per decenni, fonte di instabilità globale. L’analisi di Valori

In un mondo distratto dalla pandemia da Covid-19, dalle elezioni presidenziali americane e dalla Brexit, negli ultimi mesi dell’anno che si avvia a conclusione la geopolitica ha registrato importanti spinte evolutive destinate, probabilmente, a cambiare in modo radicale gli assetti del Medio Oriente e delle sue propaggini asiatiche.

I principali protagonisti di questi cambiamenti si sono combattuti con le armi e con le parole per settant’anni ma, con un’inaspettata manifestazione di realismo politico e strategico, usando i canali riservati della “back bench diplomacy” hanno realizzato una svolta che non è azzardato definire di portata storica.

Israele e le nazioni più importanti del mondo arabo-musulmano dopo decenni di conflitto hanno non soltanto avviato un dialogo politico-diplomatico, impensabile fino a pochi mesi fa, ma anche una serie di operazioni combinate con l’obiettivo di isolare il comune nemico, l’Iran degli Ayatollah, e di lavorare segretamente insieme alla ridefinizione degli assetti di uno scacchiere che per decenni è stato una delle principali fonti di instabilità a livello globale.

In poche settimane, sotto l’attenta regia di Donald Trump e del principe della corona saudita, Mohammed Bin Salman, Gerusalemme ha stabilito rapporti diplomatici con gli Emirati Arabi Uniti, con il Bahrein, con il Sudan e con il regno del Marocco.

Nello stesso tempo ha ripreso il dialogo e le relazioni, interrotti fin dal 2009, con la Turchia, un paese che per colpa dell’avventurismo del suo presidente, Tayyp Recep Erdogan, si trovava sull’orlo dell’isolamento internazionale, essendosi fatto in poco tempo più nemici di quanti ne potesse ragionevolmente gestire.

Nella piccola “guerra dei trent’anni” che oppone l’Armenia cristiana all’Azerbaijan musulmano per il controllo della contestata regione cristiana del Nagorno Karabakh, la ripresa dei rapporti turco-israeliani e le nuove relazioni tra questi ultimi e gli Emirati Arabi ha avuto esiti decisivi sul ritorno di fiamma del conflitto armato tra armeni e azeri che il 27 settembre scorso hanno ripreso a spararsi.

Gli scontri hanno visto la sconfitta degli armeni grazie, si è detto, al contributo essenziale fornito alle forze armate di Baku dai droni che Erdogan ha messo a disposizione dei “fratelli” turcomanni azeri, che hanno portato alla rapida sconfitta degli armeni, salvati in qualche modo dall’intervento provvidenziale della Russia, che si è fatta garante dell’armistizio tra le parti e del controllo delle linee del cessate il fuoco.

In realtà, secondo qualificate fonti diplomatiche israeliane, a imprimere una svolta decisiva al breve ma violento conflitto di settembre, sono state le tecnologie fornite segretamente – con il consenso di Ankara – da Israele agli Azeri, grazie alle quali i droni turchi hanno potuto mettere a segno colpi decisivi contro le forze corazzate armene.

Si tratta di moderni sensori da campo e soprattutto di strumenti elettronici in grado di tracciare nei più minimi dettagli la topografia del terreno, mezzi ultramoderni che, secondo le fonti, hanno permesso agli azeri di colpire agevolmente i loro avversari e a Israele di sperimentare su un terreno molto simile a quello del confinante Iran, tecnologie belliche che torneranno molto utili se e quando il conflitto con Teheran dovesse passare dalle parole ai fatti.

La collaborazione tra Israele e Azerbaijan è stata in gran parte frutto del lavoro del servizio segreto israeliano, il Mossad, che da diversi anni non soltanto conduce operazioni di intelligence in territorio azero in funzione anti iraniana, ma che si è fatto promotore della fornitura di tecnologia militare sofisticata alle forze armate di Baku, grazie alla quale la dottrina militare azera si è modernizzata, nella mentalità e negli strumenti, in misura tale da rendere il piccolo esercito azero una macchina da guerra agile, efficiente e micidiale.

Mentre quindi i turchi fornivano agli azeri il supporto dei droni e di mercenari siriani reduci dal conflitto contro Bashar Al Assad, Israele in segreto forniva strumenti e consigli che si sono rivelati essenziali per l’esito del breve, ma sanguinoso conflitto.

Sono anni, del resto, che grazie al lavoro del Mossad, l’Azerbaijan si arricchisce di tecnologia bellica e di cultura militare moderna.

Fin dal 2010, grazie alla cooperazione nel campo dell’intelligence, Baku è riuscita a sottoscrivere un contratto con l’israeliana Elta System, una consociata delle Israel Aerospace Industries (Iai), per la realizzazione di un “Modello Digitale del Territorio” (Mdt) di tutto il Nagorno Karabakh, una rappresentazione precisa nei minimi dettagli del territorio montuoso dell’enclave armena risultato dall’interazione di un insieme di strumenti (dalle immagini satellitari, alle rilevazioni radar, fino ai “sensori”umani sul terreno) che hanno permesso alle forze armate azere di chiudere rapidamente i conti con gli avversari armeni.

Oltre ai droni forniti dalla Turchia, un contributo segreto ed essenziale è stato fornito dai “droni kamikaze” israeliani Harop, prodotti dalle Iai e dotati di sistemi di guida governati dall’Intelligenza Artificiale.

Gli Harop sono stati spediti in Azerbaijan dalla base militare israeliana di Ovda per tutte le sei settimane del conflitto e hanno permesso alle forze azere di localizzare con precisione millimetrica le posizioni delle forze avversarie in un terreno montagnoso e difficile come quello del Karabakh fornendo alle batterie di missili e di artiglieria informazioni essenziali e tempestive. Gli Harop hanno operato a sostegno, con informazioni e guida, non solo dei droni turchi ma anche di droni israeliani Sky Striker, prodotti dalla Elbit System di Haifa, e di droni azeri Orbiter, costruiti in forza di una partnership tra la compagnia azera Azad System e l’Aeronautic Defense System di Israele.

Mentre quindi Israele, sostenendo i musulmani turcomanni azeri, si è avvantaggiato nelle sei settimane del conflitto per sperimentare armi e sistemi su un terreno molto simile a quello dell’Iran e nel contempo per riprendere il dialogo sotterraneo con Ankara, la Turchia, secondo fonti molto attendibili, sta addirittura tentando di ripopolare le aree del Nagorno Karabakh abbandonate dai profughi armeni, con miliziani siriani e con le loro famiglie.

Il Mit, il servizio segreto turco, che si è occupato fin dallo scorso ottobre di trasferire clandestinamente diverse centinaia di miliziani della “Sultan Murad Division” dalla Siria al Karabakh, avrebbe di recente chiesto ai miliziani siriani di stabilirsi con le rispettive famiglie, fatte venire appositamente dalla Siria, nelle abitazioni abbandonate dagli armeni, allo scopo non solo di presidiare militarmente il territorio ma anche per popolare di musulmani turcomanni (come sono i siriani della Murad) un’area storicamente abitata da cristiani armeni.

Se nelle terre contese tra armeni e azeri si rafforza l’intesa politico-militare tra Gerusalemme e Ankara (non dimentichiamo che la Turchia è stata la prima e per molti decenni l’unica nazione musulmana a riconoscere lo Stato di Israele), in altri scacchieri i nuovi “compagni di strada” di Israele, gli Emirati Arabi Uniti, giocano una partita che li potrebbe portare in conflitto con Ankara.

Il principe della corona di Abu Dhabi, Mohamed bin Zayed Al Najan, attraverso l’International Golden Group degli Emirati, finanzia le attività del Gruppo Wagner, un’organizzazione paramilitare e mercenaria russa che il presidente russo Vladimir Putin ha schierato in Libia a sostegno del generale Khalifa Haftar, leader della Cirenaica e acerrimo nemico dei governanti di Tripoli, sostenuti dalla Turchia di Erdogan.

La visione strategica del principe della corona degli Emirati è quella di contrastare sempre e dovunque i “Fratelli Musulmani”, la setta integralista salafita che da anni tenta di destabilizzare i governi arabi secolari di tutto il Medio Oriente.

I “Fratelli Musulmani” non sono guardati con sfavore dal premier turco Erdogan che, dopo aver impresso al proprio Paese una deriva islamista, ha collaborato con filiazioni della “fratellanza” in Siria e continua ad appoggiare in Libia le “Brigate di Misurata”, composte da miliziani islamisti vicini ai “Fratelli Musulmani” che sostengono il governo di Al Serraji a Tripoli.

È l’odio nei confronti dei “Fratelli Musulmani” che ha spinto gli Emirati a fornire mezzi blindati all’Armenia cristiana nel conflitto con l’Azerbaijian musulmano e portato il principe Zayed Al Najaf a sostenere con gli israeliani che la “Fratellanza” è più pericolosa dell’Iran e che quindi va combattuta in ogni scacchiere.

Gli Emirati riforniscono di armamenti russi, cinesi e nordcoreani tutti i loro “protégé” regionali ed extra regionali.

Sotto lo sguardo benevolo di Russia e Francia e quello preoccupato della nuova amministrazione americana, Abu Dhabi ha abbondantemente rifornito in Libia le forze del generale Haftar, facendo arrivare a Bengasi dalla Bielorussia elicotteri MI-24P, missili SA-3 e carri armati russi T 72.

Un attivismo, quello del principe della corona degli Emirati, che preoccupa e infastidisce non poco il premier turco Erdogan che vede sempre più allontanarsi il sogno di fare della Turchia l’unico interlocutore del mondo musulmano con l’occidente, in qualità di potenza egemone dello scacchiere e di punto di riferimento obbligato per i suoi rapporti con la Nato e Israele.

Un sogno, quello turco, destinato comunque a creare problemi e tensioni a breve, medio e lungo termine.

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