I ministri degli Esteri Ue hanno approvato il regime di sanzioni a difesa dei diritti umani. Ma per inserire un individuo o un’entità nella lista nera serve l’unanimità e così la difesa dei valori occidentali rischia di diventare (ancora una volta) merce di scambio a Bruxelles 

Il Consiglio Affari esteri ha dato il via libera al “regime globale di sanzioni per i diritti umani”. È la prima volta — e viene sottolineato nella nota diffusa — che l’Unione europea si dota di un quadro che le consentirà di applicare misure restrittive su individui, entità e organismi — compresi attori statuali e non — responsabili, coinvolti o legati a gravi violazioni dei diritti umani in tutto il mondo. Non importa dove si siano verificati.

L’Unione europea potrà agire per casi come genocidio, crimini contro l’umanità, tortura, schiavitù, esecuzioni extragiudiziali, arresti arbitrari o detenzioni. “La decisione odierna sottolinea che la promozione e la protezione dei diritti umani rimangono una pietra angolare e una priorità dell’azione esterna dell’Unione europea e riflette la determinazione dell’Unione europea ad affrontare gravi violazioni e abusi dei diritti umani”, si legge nel comunicato. Tra le misure restrittive per chi finisce nella lista nera ci sono il divieto d’ingresso nell’Unione europea e il congelamento dei fondi.

Il quadro — che dovrebbe entrare in vigore il 10 dicembre, giornata internazionale dei diritti umani — non si chiama dunque Magnitsky Act, come quello varato otto anni fa negli Stati Uniti dal presidente Barack Obama in seguito alla morte dell’avvocato russo Sergeij Magnitsky, avvenuta tre anni prima in un carcere di Mosca. Né Navalny Act, come suggeriva l’Alto rappresentante Josep Borrell dopo l’avvelenamento dell’oppositore Alexei Navalny. Si è preferito evitare riferimenti alla Russia, dopo le resistenze di Paesi come Cipro, Grecia, Italia e Ungheria, decisi a tutelare i loro rapporti con Vladimir Putin.

Ma ciò non deve ridurre il quadro a una dimensione di conflitto tra Unione europea e Russia. Visto che, come detto, è applicabile per violazioni avvenute ovunque nel mondo. E a giudicare delle recenti condanne europee sullo Xinjiang, il regime potrebbe venire applicato anche in situazioni che riguardano la Cina.

Il segretario di Stato americano Mike Pompeo si è congratulato via Twitter con l’Unione europea sottolineando come un simile regime integrerà “gli sforzi di Stati Uniti, Regno Unito e Canada, consentendoci ulteriormente di agire insieme”. Parole che ricordano quelle pronunciate a settembre, in un’intervista a Formiche.net, da Bill Browder, imprenditore e attivista, amico di Magnitsky, che da anni si batte a favore di questo quadro sanzionatorio: “Dopo essere stato creato 8 anni fa negli Stati Uniti il Magnitsky Act è stato adottato anche da altri Paesi come il Canada, diversi Paesi baltici, il Regno Unito e il Kosovo. Se l’Europa non agisce rischia di lasciare un enorme vuoto e diventare una calamita” per chi calpesta i diritti umani, aveva spiegato.

L’adozione di questo regime di sanzioni a poche settimane dall’entrata in funzione della nuova amministrazione  di Joe Biden rappresenta un ulteriore terreno su cui Stati Uniti e Unione europea potranno ritrovare unità d’intenti. I diritti umani figurano, infatti, tra i temi per il rilancio della relazioni transatlantica elencati nelle conclusioni approvate dal Consiglio oggi.

Tutto fatto, dunque? Non esattamente. Infatti, come precisa il comunicato, “spetterà al Consiglio, su proposta di uno Stato membro o dell’Alto rappresentante (…) stabilire, rivedere e modificare l’elenco delle sanzioni”. Tradotto: serve l’unanimità. Una condizione che potrebbe far diventare — nuovamente — i diritti umani merce di scambio nelle discussioni europee.

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