I risparmi degli italiani crescono malgrado la crisi ma rimane lo spettro della tassa “patrimoniale”, il commento di Riccardo Pedrizzi

Nonostante la crisi devastante, o, anzi, forse proprio per la crisi, le famiglie italiane hanno continuato a risparmiare e la loro ricchezza finanziaria è salita ulteriormente. Nel 2006, il valore delle attività finanziarie aveva superato i 4 mila miliardi di euro. Nel 2011 era crollato poco sopra i 3.400 miliardi (erano stati bruciati oltre 600 miliardi di ricchezza). Poi è iniziato un graduale recupero, fino ad avvicinarsi agli attuali 4.366 miliardi.

Oggi il conto corrente bancario è un prodotto finanziario totalmente infruttifero, cioè non rende più niente ed anzi costa al risparmiatore mediamente intorno ai 90 euro ed, oltretutto, resta uno degli strumenti più a rischio inflazione. Eppure presso il nostro sistema bancario sono in giacenza 1.700 miliardi di euro, cioè una massa di liquidità pari all’intero nostro Prodotto interno lordo (Pil).

Negli ultimi tempi su questi conti correnti è affluito un miliardo di euro al giorno: solo ad ottobre 32 miliardi secondo il bollettino mensile dell’Associazione bancaria italiana, confermando la propensione di famiglie ed imprese a mantenere “liquidi” i propri risparmi.

Lo stesso bollettino dell’Abi, ha calcolato che nel complesso tutte le attività finanziarie delle famiglie a giugno 2020 risultavano superiori dello 0,9 per cento rispetto ad un anno prima, in aumento da 4.235 a 4.366 miliardi. Questo perché il risparmio sul reddito disponibile ha raggiunto un livello record negli ultimi mesi passando dall’11,8% del febbraio scorso, prima che scoppiasse la pandemia, e dell’7,3% di quindici anni fa al 20% attuale.

La conferma arriva dall’ “indagine sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2020” realizzata da Intesa Sanpaolo con la collaborazione del Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi. E “questo trend – osserva giustamente Laura Serafini su Il Sole 24 Ore – fa più impressione se si tiene conto dell’andamento del reddito del Paese, il Prodotto interno lordo che a fine 2019 era a quota 1.787 miliardi. Le due voci, liquidità sui depositi e Pil, tenderanno a convergere nel corso del 2020: la prima aumenta con il crescere dei timori per il futuro, il secondo scende per effetto delle restrizioni che incidono su fiducia, consumi e sulla domanda di beni e servizi”.

E purtroppo questo avviene perché si ha paura del futuro e ci si vuole “assicurare” per eventuali nuove necessità e bisogni, per la terza età, per i propri figli, ecc.
Ora a questa montagna di denaro liquido va aggiunto il patrimonio non finanziario degli italiani, che può essere valutato a 6.295 miliardi di euro. Si tratta prevalentemente di immobili posseduti da milioni di piccoli proprietari e che, se aggiunti alla liquidità, porta il patrimonio complessivo degli italiani a 10.669 miliardi di Euro.

Una montagna di risorse di gran lunga superiore a tutta la ricchezza prodotta (Pil) dall’Italia prevista per quest’anno a 1.647 miliardi di euro (-7,4% rispetto ai 1.787,7 miliardi del 2019) e che fa venire l’acquolina in bocca a tanti politici con la vocazione di vampiro. Ed ecco arrivare la ventilata tassa “patrimoniale”, che di tanto in tanto, a seconda delle necessità, qualche sprovveduto propone e tenta di introdurre nel nostro sistema fiscale e che ancora una volta tradisce una concezione statalista, mai completamente superata, di una certa politica giacobina.

Ed anche in occasione di questa crisi devastante prodotta dalla tragedia del coronavirus qualcuno per racimolare un po’ di euro ha riproposto questo odioso balzello (tassare tutti i patrimoni superiori ai 500 mila euro), diffondendo, oltretutto, all’interno del corpo sociale ulteriore veleno, quello dell’invidia di classe, come se non bastasse la rabbia degli italiani (si parla di circa 10 milioni di poveri nel nostro paese, più 3 milioni rispetto a prima del virus) che non riescono nemmeno a dar da mangiare alla propria famiglia.

E così si è riaffacciata l’ipotesi di una “patrimoniale”, che già nel passato si era dimostrata oltre che inefficace anche dannosa perché crea un clima di paura e di sfiducia tra i risparmiatori, che pagano regolarmente le tasse. In quel ceto medio, cioè, che è stato già tartassato e distrutto nel corso degli ultimi anni e che, ciò nonostante, ancora sostiene quasi per intero il gettito dello Stato. Ed ecco arrivare l’emendamento di Orfini, Fratoianni e compagni, prima dichiarato inammissibile alla Camera dei Deputati nel corso della discussione della Legge di bilancio poi riammesso dopo il ricorso dei due parlamentari. Ma prima vi erano state le dichiarazioni di Paolo Gentiloni che su suggerimento di Bruxelles proponeva il ritorno dell’Imu sulla prima casa e poi del ministro per il Sud e per coesione territoriale, Giuseppe Provenzano, favorevole a reintrodurre la tassa sulle successioni ed, ancora, del capo supremo dei Cinque Stelle, Beppe Grillo che vorrebbe colpire i grandi patrimoni. Ed ancora, tanto per citarne solo qualcuno, persino il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha avvertito che se non si farà crescere l’economia “bisognerà fare delle manovre strategiche sul debito o sul patrimonio degli italiani”. Ma poi è arrivato anche il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco che ritiene che “troppo risparmio frena la ripartenza”.

Successivamente anche i maîtres à penser di turno, come Domenico De Masi, l’uomo per tutte le stagioni. Persino dall’estero gli intellettuali hanno dato man forte, come Gabriel Zucman, economista parigino trapiantato a Berkeley, che, col connazionale e collega nell’ateneo californiano, Emmanuel Saez, ha scritto un libro per dimostrare come sia possibile costruire un’alternativa all’attuale sistema fiscale con la sua proposta di patrimoniale che è finita anche nei programmi di Elizabeth Warren e Bernie Sanders. L’economista si è fatto intervistare l’altro giorno da Il Fatto Quotidiano ed ha proposto naturalmente una patrimoniale.

Ed ora arrivano anche le minacce, come quelle di Massimo Fini che prospetta possibili disordini sociali se non dovesse essere applicata la patrimoniale. “In Italia – scrive – assistiamo a una progressiva scomparsa del ceto medio: alcuni entrano a far parte dell’empireo dei ricchi, ma molti di più scendono nella caienna della semi-povertà o della povertà tout court i cui livelli si sono ulteriormente abbassati… Ecco perché la proposta di Beppe Grillo di una “patrimoniale” non ha solo un senso equitativo, ma anche l’obiettivo, molto poco rivoluzionario, di evitare disordini sociali che in Italia, ma prima ancora in Francia, hanno fatto capolino con il Covid”.
In pratica, facendo un triplo salto mortale con avvitamento a sinistra, non si accorge il brillante giornalista, con il quale condivido tante idee, che praticamente sostiene il paradosso che poiché il ceto medio sta scomparendo è bene colpirlo ancora!!

Insomma siamo accerchiati, assediati e bisogna solo sapere quando il “nemico” dei risparmiatori italiani stabilirà di sferrare l’attacco decisivo per aggravarli di nuove imposte. E questo lo sa persino Marco Rizzo, segretario del partito comunista che teme l’eventualità di ulteriori bastonate. Eppure si sa bene quale altra ricetta e quali altri interventi sarebbero necessari per rimettere in moto il nostro apparato produttivo e far crescere la nostra economia, come quella, ad esempio, suggerita dalla presidente dell’Ania, Bianca Maria Farina, che – in occasione dell’assemblea annuale – ha sollecitato regole più flessibili per consentire alle compagnie assicurative di investire, ad esempio, in settori come le infrastrutture.

Condividi tramite