La Russia è una minaccia per gli Stati Uniti e per la stabilità di regioni e sistemi democratici. L’incursione digitale contro il governo statunitense racconta di come a Mosca non mollino l’idea strategica e pone Biden davanti a una situazione complessa

Martedì 15 dicembre il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha fatto uscire una dichiarazione per la stampa riguardo all’influenza malevola russa nel Mediterraneo. Lo statement è passato in secondo piano anche perché gli Stati Uniti sono colpiti da un attacco cyber senza precedenti e per il quale ci sono prove “chiare”, come ha detto lo stesso Pompeo, che la Russia sia il mandante attraverso gli hacker che lavorano clandestinamente per i suoi servizi di intelligence. Il coinvolgimento delle strutture del Cremlino nell’operazione che ha colpito molte agenzie federali americane (anche tra quelle più sensibili), diverse entità private statunitense, e pare sia allargato a diversi altri paesi del mondo, è evidentemente un fattore di discussione: il presidente Donald Trump ha per esempio minimizzato la situazione (come è comprensibile, quanto meno per l’imbarazzo) e ha cercato di scagionare la Russia, contro cui venerdì – giorno dell’accusa di Pompeo – era pronto uno statement di condanna redatto dai funzionari della Casa Bianca, ma secondo la Cnn è stato bloccato prima di uscire.

Il marasma sull’attacco cyber dimostra tra le varie cose che sulla Russia c’è indecisione da parte degli Stati Uniti. Da una parte l’intento di smascherare, condannare, sanzionare, le attività malevole è stato un elemento centrale anche in questa amministrazione – soprattutto per volontà degli apparati, più che dello Studio Ovale (che ha sempre mostrato fascinazione per il leader del Cremlino e volontà di un riallaccio). Dall’altra parte si cerca di comprendere se un avvicinamento a Mosca possa essere ancora possibile, anche in chiave di contenimento alla Cina – ossia per evitare l’unione di quelle che la National Security Strategy, aggiornata nel 2017, individua come “rival powers”. Trump e Pompeo sono in scadenza comunque: tra un mese esatto lasceranno i loro uffici e per quattro anni potranno far parte della partita russa solo dal lato politico, magari spingendo alcuni processi legislativi importanti. E passano la palla a chi sta arrivando con tutte le contraddizioni del caso.

Il ruolo esecutivo passerà nelle mani di Joe Biden e della sua squadra amministrativa, che con la Russia non avrà gioco facile. Il governo democratico eredita il “reset” pensato da Barack Obama per ricostruire le relazioni Mosca-Washington: un’esperienza idealista tanto quanto fallimentare – è stato durante l’amministrazione Obama che quelle relazioni si sono guastate quando Vladimir Putin ha invaso e annesso la Crimea e poi via via peggiorate. Biden penserà a riavviare lo spirito dell’idea iniziale di Obama, oppure sarà ancora più severo con la Russia dando seguito alla sua alleanza tra democrazie? Su queste colonne il direttore dell’ufficio di Roma dell’Ecfr, Arturo Varvelli, ha definito il dossier russo la “maggiore incognita” della presidenza Biden. Nei giorni scorsi il super influente Washington Post ha dettato la sua linea editoriale cogliendo l’occasione dell’attacco cyber per un monito a Biden sulla pericolosità della Russia. Il vicepresidente della Duma ha commentato la vicenda della mega incursione digitale dicendo: “Useremo i loro computer per assicurarci che persone come Biden e tutto il suo team non immaginino mai più di avere il diritto al dominio del mondo”. Più di un indizio sulla retorica di Mosca.

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