Gli Shanghai Files dimostrano la necessità per l’Italia di reagire alle infiltrazioni del Pcc e per l’Occidente di dar vita a un patto tra democrazie per frenare le ambizioni di Pechino. L’opinione di Laura Harth (Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”)

Boeing, Pfizer e non solo. Anche l’Italia infiltrata dal Pcc?”. Si intitola così l’articolo di ieri di Gabriele Carrer sui cosiddetti Shanghai Files, al quale ci verrebbe immediatamente da togliere il punto interrogativo finale. Il leak non è che una conferma delle politiche dichiarate di Pechino, che ha imposto un controllo massiccio e totale su tutti i settori della società cinese e ha ormai tentacoli sempre più lunghi nel mondo esterno.

I file del 2016 rappresentano un elenco di quasi 2 milioni di membri del Partito comunista cinese e le loro affiliazioni nelle aziende nonché le rappresentanze diplomatiche operanti a Shanghai che abbiamo potuto visionare grazie agli analisti di Internet 2.0. Va considerato però che quei numeri non rappresentano che una parte effimera del totale degli iscritti al Partito comunista cinese e coprono un’area geografica limitata. Inoltre, il leak è datato 2016, dunque precede l’ulteriore stretta imposta da Xi Jinping, deciso a rendere il Partito comunista cinese sempre più presente nella vita dei cittadini.

Già nell’ottobre del 2017, quindi dopo il leak di questi Shanghai Files, Reuters raccontava le preoccupazioni di alcuni dirigenti di aziende europee alla luce della crescente intrusione del Partito comunista cinese nelle loro attività. La presenza di membri del Partito è da sempre un dato di fatto per chi fa affari in Cina, dove la legge richiede alle società, comprese quelle straniere, di creare una cellula del Partito. Dopo un incontro con il governo a Pechino, qualcuno lamentava — ovviamente in forma anonima — la “pressione politica per rivedere i termini delle loro joint-venture con partner statali per affidare al Partito l’ultima parola sulle operazioni commerciali e sulle decisioni di investimento”.

Arriviamo al 15 settembre di quest’anno, data in cui il presidente Xi e il Comitato centrale del Partito comunista cinese presentano le loro linee guida per una “nuova era”. Obiettivo finale del piano intitolato “Parere sul rafforzamento del lavoro del fronte unito dell’economica privata nella nuova era”: l’impostazione della leadership del Partito sulle imprese private.

Secondo le oltre 100 nuove disposizioni, le imprese private avranno l’obbligo di assumere una certa quantità di dipendenti registrati dal Partito comunista cinese, una pratica già usuale per le larghe imprese ma non in quelle più piccole. Questi quadri assicureranno che le aziende seguano l’ideologia “guidata dal pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”. Dovranno anche migliorare continuamente il rispetto della legge e gli standard morali dei privati cittadini. E ancora, saranno istituiti canali di comunicazione tra l’azienda privata e il Partito per riferire sui progressi e su altre questioni.

Queste non sono accuse lanciate da governi stranieri come piace scrivere ai vari outlet di propaganda del Partito, sono le affermazioni e le politiche dichiarate da Pechino stesso. L’unica cosa che dovrebbe quindi suscitare sorpresa e allarme non è quanto emerge dagli Shanghai Files, ma il fatto che tali possano ancora stupire.

Aggiungiamo alle disposizioni di cui sopra la Legge nazionale sulla sicurezza cinese che obbliga tutte le sue aziende — incluse quelle operanti all’estero — a comunicare su richiesta i dati nel loro possesso, la sua Legge contro il terrorismo, la Legge sul controspionaggio e la Legge sulla cybersecurity. O ancora: i rapporti ormai innumerevoli sul furto tecnologico definito “il più grande furto della storia” dall’amministrazione statunitense, e confermato ancora in queste settimane nelle rivelazioni da dipendenti al centro di ricerca Huawei a Monaco di Baviera come riportate da La Stampa e Welt am Sonntag.

Il governo di Pechino, intento a diventare autosufficiente e trasformare la sua economia della fabbrica del mondo a potenza tecnologica secondo il piano Made in China 2025, prevede l’aumento massiccio della produzione di prodotti e servizi high-tech, con l’industria dei semiconduttori al centro. Nel 2018, il governo cinese si era impegnato a investire circa 300 miliardi di dollari per realizzare il piano. Sulla scia della pandemia Covid-19, almeno altri 1,4 trilioni di dollari sono stati investiti nelle iniziative Made in China 2025. Altre industrie integrate nel piano includono aerospaziale, biotecnologia, tecnologie dell’informazione, ingegneria marittima, veicoli elettrici, biomedicina, prodotti farmaceutici e produzione di robotica, molte delle quali sono state dominate da società straniere. Società abilmente e obbligatoriamente infiltrate da talpe del Partito comunista cinese, ligie — per forza — a portare avanti il piano del governo per il quale tutti i mezzi sono leciti.

Peraltro, anche qui non possono non suscitare un sorriso amaro gli attacchi ferrati lanciati da Pechino contro i crescenti discorsi su un decoupling strategico occidentale, in particolare a seguito delle forti mancanze durante le prime fasi della pandemia Covid-19 ma anche in base alle crescenti prove di implicazione diretta o indiretta di aziende stranieri nei schemi di lavoro forzato per le minoranze etniche, come emerso ancora una volta, proprio oggi, in un nuovo rapporto del professor Adrian Zenz. Il professore documenta come — sempre secondo documenti ufficiali cinesi — il 20% della produzione mondiale del cotone viene raccolto a mano da una nuova schiavitù e denuncia l’impossibilità di effettuare le procedure di due diligence appropriate per le aziende occidentali, mettendole a rischio di gravi responsabilità legali. Inopportuno pensare che un tale decoupling metterebbe a rischio il piano Made in China 2025 immaginato da Pechino e almeno in parte basato sulla “più sistematica, ben finanziata e complessiva strategia di trasferimento delle tecnologie nella storia”, eseguita anche attraverso quel “fronte unito” inserito direttamente all’interno delle più grandi aziende campioni proprio nei settori chiavi per il piano?

Infine, anche le infiltrazioni nelle rappresentanze diplomatiche ormai non possono suscitare stupore. È del tutto evidente che il Partito comunista cinese, che ha davvero adottato un approccio whole of society e le cui dichiarazioni sul lavoro intensificato del “fronte unito” non lasciano molto spazio all’immaginazione, cerca di inserire le sue pedine ovunque possa. Dalle rappresentanze diplomatiche ai media ai parlamenti e governi in tutto il mondo. Tali schemi passano dal Thousand Talents Plan, alle associazione “culturali” di amicizia tra Cina e il Paese terzo, ai programmi del ministero dell’Educazione che invita giovani studenti di tutto il mondo come “rappresentanti culturali” a scoprire la Repubblica popolare cinese in tutto il suo splendore autorizzato per farne poi il megafono a casa propria.

Quel che dovrebbe suscitare stupore è se la Repubblica italiana — che abbiamo sollecitato più volte su un approccio whole of society nei confronti delle dichiarate politiche di infiltrazione e controllo cinese nel Paese — non seguisse l’esempio della martoriata Australia, che ha immediatamente iniziato a indagare sulle rivelazioni secondo cui i membri del Partito comunista cinese hanno lavorato per anni nel consolato australiano a Shanghai. Confidiamo che le voci molto attenti alla questione dentro il Parlamento italiano non esiteranno a chiederlo.

Quel che deve di già suscitare stupore se non indignazione è che di fronte alle politiche dichiarate e comprovate di Pechino, le questioni circa le infiltrazioni all’interno del nostro Paese non vengono sollevate con maggior forza. Che nonostante il rapporto unanime del Copasir continuano le operazioni di propaganda delle principali aziende cinesi nel settore del 5G con l’appoggio di alcune forze parlamentari. Che vediamo spuntare ovunque le telecamere di aziende cinesi implicati nei schemi razzisti e intrusivi di sorveglianza di massa nello Xinjiang e non solo. Che gli accordi tra le principali agenzie di stampa e le emittenti radiotelevisive rimangono tutt’ora secretati.

Una volta per tutte: la Repubblica popolare cinese, guidata dal Partito comunista cinese, per le sue stesse ammissioni non è e non può essere trattata come un Paese come gli altri. È autore dei peggiori crimini contro l’umanità che il mondo intero aveva dichiarato di non voler rivedere mai più e implica le nostre aziende in tali crimini. Le sue politiche di concorrenza sleale hanno non solo schiavizzato parti della sua popolazione ma attraverso esse impoverito anche un’intera classe di persone in tutto il mondo. Per raggiungere gli obiettivi del Partito unico inganna, infiltra, costringe e minaccia Paesi interi e i diritti individuali su base quotidiana. Gli Shanghai Files ne sono che l’ultima dimostrazione. È ora che il mondo occidentale si unisca in una vera e propria Alleanza delle democrazie per riaffermare i nostri valori e principi prima che sia troppo tardi.

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