Nella nuova “America’s Cup” inaugurata con Joe Biden alla Casa Bianca l’Italia è un passo indietro a Francia, Germania e Regno Unito. Per recuperare terreno bisogna sapersi giocare le proprie carte migliori. Ecco quali. Il commento di Stefano Stefanini, senior advisori Ispi, già rappresentante permanente dell’Italia alla Nato

Mentre gli sfidanti dell’America’s Cup gareggiano nelle acque di Auckland, il 20 gennaio un’altra Coppa America ha preso il via nelle in quelle dell’Atlantico. È la gara per la pole position con la nuova amministrazione americana. In Nuova Zelanda Luna Rossa, pur dietro Ineos Team UK, dà gloriosamente battaglia. L’Italia sembra invece in ritardo sulla linea di partenza della sua regata.

Sarà per l’attenuante che mentre Joe Biden era inaugurato, Giuseppe Conte era votato in Senato. Fatto sta che a Roma non si avverte lo stesso dinamismo transatlantico che agita Londra, Berlino o Bruxelles. Un po’ dell’adrenalina che circola a bordo della barca di Prada non farebbe male.

Nell’America’s Cup la partenza è chiave della gara. Il rapporto con l’amministrazione Biden si gioca su orizzonti più lunghi. Per recuperare occorre però soddisfare tre condizioni: essere convinti dell’infungibilità di un forte legame bilaterale con la nuova Washington; non essere condizionati dallo spettro ricorrente di crisi di governo o da elezioni anticipate; giocare bene le carte di cui dispone l’Italia. Che ci sono.

Inutile soffermarsi sulla seconda. Se in piena emergenza nazionale da pandemia e recessione le forze politiche italiane non sono capaci di sottrarsi al virus della periodica crisi di governo, non saranno certo la politica estera o le responsabilità internazionali di due presidenze (G20 e Cop26 sui cambiamenti climatici, insieme ai britannici) a prevenirla. Chi scrive può solo assicurare che a Washington la “stabilità” degli interlocutori internazionali conta. Inutile investire tempo e credibilità in chi oggi c’è e domani chissà, al di fuori i normali cicli elettorali.

Il rapporto con gli Stati Uniti è sempre stato cruciale per l’Italia sul piano bilaterale e perché ci rafforzava in Europa e in Mediterraneo. Abbiamo spesso trovato a Washington la chiave per entrare nei gruppi ristretti, quando non l’abbiamo trovata non siamo entrati.

L’attuale dinamica europea spinge verso i “3E”: Francia, Regno Unito e Germania. Non c’è aria di inviti all’Italia. Se l’amministrazione Biden arriva alla conclusione di lavorare con gli E3 e basta, l’Italia resta tagliata fuori salvo qualche premio di consolazione regionale. Ci resta solo la Nato. Quanto all’Ue, la politica estera europea è un minimo comun denominatore.

La terza condizione sono le carte da giocare. Quelle tradizionali, sia i legami societali, culturali ed economici che la nostra posizione geostrategica e contributi operativi (Afghanistan, Iraq, Kosovo) nel contesto della Nato, contano sempre.

Ma nell’ottica americana, nell’Europa post-Brexit, l’Italia diventa anche un potenziale ponte fra Ue e Alleanza Atlantica. Era il ruolo britannico: per un complesso di motivi non possiamo “sostituire” Londra ma troviamo sicuramente spazi che prima non c’erano.

Vi è infine l’accesso quasi obbligato a Washington in virtù delle due presidenze G20 e Cop26. Sotto la prima Biden si misurerà con Xi Jinping e Vladimir Putin (oltre al resto dei leader). Sotto la seconda si concretizza il ritorno americano negli impegni di Parigi sui cambiamenti climatici.

Questi ultimi sono un collante fra le due presidenze, col G7 (a presidenza britannica) e con l’Ue che ha fatto del “Green Deal” la sua bandiera. Altro filo connettivo multilaterale è evidentemente la pandemia e possibili iniziative per una campagna di vaccinazione mondiale che sarà probabilmente un tema dominante della prossima Assemblea Generale dell’Onu. Argomento che sarebbe stato fiato perso con Trump presidente, ma l’amministrazione Biden ha tutt’altra sensibilità.

Come a poker, non basta avere buone carte. Bisogna giocarle bene. In questo caso significa soprattutto due cose. Primo, andare a Washington con idee e proposte su cui discutere, individuando gli interlocutori, ad esempio John Kerry per le tematiche ambientali e climatiche. Secondo, non andare a mani vuote.

L’amministrazione Biden parte in salita e lo sa. A Washington, più che alleati che “chiedano”, ad esempio un maggiore impegno americano nel Mediterraneo, saranno benvenuti alleati che “offrano”, cioè siano pronti, con l’appoggio Usa, ad assumersi responsabilità e a fare da spalla al ritorno americano sulla scena internazionale.

Non guasterebbe infine un po’ di coraggio verbale su vicende russe (Navalny) o cinesi (Hong Kong, uiguri) sulle quali la timidezza italiana cerca solitamente il rifugio di posizioni Ue senza voce nazionale.

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