Il Center for American Progress suggerisce al nuovo presidente la creazione di un istituto finanziario ad hoc per l’Alleanza Atlantica. La “Nato bank” potrebbe servire a sostenere gli investimenti degli alleati, riportando armonia sul fatidico 2% del Pil da spendere in Difesa e allontanando dagli Stati più fragili il peso di Cina e Russia

“L’alleanza Nato dovrebbe istituire una propria banca per investire in capacità militari cruciali, nelle infrastrutture dual-use e rafforzare i mezzi finanziari dell’Alleanza”. Non usa giri di parole il Center for American Progress (Cap), uno dei più influenti think tank liberal di Washington, nel rivolgersi al presidente-eletto Joe Biden con uno studio a cura di Max Bergmann e Siena Cicarelli. Secondo il centro di ricerca, il prossimo inquilino della Casa bianca si troverà ad affrontare la faticosa eredità lasciata da Donald Trump nelle relazioni con gli alleati d’oltreoceano, ancora scossi da quattro anni di roboante ed erratica diplomazia in stile tycoon. Gli obiettivi sono chiari: riaffermare l’impegno Usa nell’Alleanza e aiutare una volta per tutte gli alleati europei a raggiungere la fatidica soglia del 2% del Pil da investire nella Difesa.

LA BANCA

La “Nato Bank” dovrebbe essere organizzata secondo i modelli di istituzioni finanziarie multilaterali già esistenti, prima fra tutte la Banca mondiale, mettendo a disposizione i fondi necessari a finanziare i progetti dell’Alleanza concentrati nel settore della difesa. Nel piano presentato dal Cap, almeno all’inizio, l’istituto dovrebbe fare leva sulla solidità finanziaria dei membri Nato più ricchi, permettendole di raggiungere un rating finanziario solido e fornire una serie di investimenti a lungo termine e a basso interesse per i membri meno agiati, aiutandoli a risolvere alcune criticità che ancora gravano sull’Alleanza. Un proprio istituto di credito avrebbe l’ulteriore, e non meno importante, vantaggio di ridurre l’attrattiva che banche e agenzie di prestito legate ai competitor della Nato, Russia e Cina in primis, esercitano su molti Paesi europei. In particolare le Nazioni balcaniche extra-Nato, con le quali l’Alleanza ha profondi legami soprattutto per quanto riguarda le infrastrutture dual-use, potrebbero usufruire di una linea di credito interna alla Nato, riducendo il rischio di pericolose brecce nella sicurezza atlantica allargata.

IL FATIDICO “2%”

L’istituto americano non fa mistero dell’ulteriore, importantissimo, ruolo che la banca Nato avrebbe nell’aiutare i Paesi europei a raggiungere la fatidica soglia del 2% del Pil da spendere nella difesa, da sempre il vero oggetto di scontro tra le due sponde dell’Oceano. Nonostante nell’ultimo anno, date le crescenti instabilità globali, il numero di alleati europei ad aver superato la soglia del 2% sia cresciuto, l’Alleanza nel suo insieme ancora fatica ad uniformarsi all’obiettivo. In particolare, mancano tutti quegli Stati, pur cruciali negli equilibri atlantici, ma “distanti” dai fronti caldi della Nato. Mentre, infatti, l’Europa orientale e scandinava in larga misura ha innalzato il proprio livello di impegno nel contribuire alla difesa continentale, dichiaratamente preoccupati della crescente assertività di Mosca, i Paesi centro-occidentali ancora tentennano. Esclusa la Francia, sempre più impegnata all’estero, e Grecia e Turchia, il cui riarmo è (purtroppo per la Nato) rivolto l’uno contro l’altro, le altre Nazioni dell’area centro-mediterranea restano ben al di sotto della cifra richiesta, con insoddisfazione degli alleati europei e, soprattutto, di Washington.

LE CRITICITÀ DELL’ALLEANZA

Nel progetto presentato dal Cap, la “Nato bank” dovrebbe affrontare nell’immediato alcune criticità che ancora affliggono le capacità militari dell’Alleanza, in modo da metterla nel minor tempo possibile in grado di affrontare le minacce del futuro prossimo. Tra le sfide più urgenti c’è la definitiva sostituzione degli arsenali dei Paesi dell’est Europa, ancora pesantemente basati su equipaggiamenti dell’era sovietica, assolutamente incompatibili con i sistemi atlantici. Altro elemento prioritario è il potenziamento delle infrastrutture cosiddette “dual-use” civile-militare come i sistemi di comunicazione, investendo in tecnologie 5G sicure, e le infrastrutture di collegamento terrestri (ponti e strade) che supportino la mobilità strategica dell’Alleanza.

LA NUOVA DIPLOMAZIA USA

Al di là dei singoli progetti, la proposta del think tank illustra bene il cambio di rotta che la diplomazia a stelle e strisce potrebbe prendere con l’amministrazione Biden. Nonostante gli obiettivi di fondo non cambino (maggiore investimento dell’Europa nella sua difesa, disimpegno Usa dal Vecchio continente), è evidente che il modo di affrontare queste questioni sia profondamente diverso rispetto all’era trumpiana: concertazione multilaterali, lavoro di diplomazia e incentivi sono gli strumenti che con ogni probabilità verranno messi sul campo dalla nuova presidenza, laddove i pugni sul tavolo del tycoon hanno avuto l’effetto di irritare i partner europei e minare la percezione di impegno degli Usa in Europa. Il Centre for American Progress arriva anche a proporre come sede della futura banca Londra, con la precisa intenzione di aiutare a rilassare le tese relazioni tra l’isola e il continente dopo lo strappo della Brexit. Qualunque sia il destino della “Nato bank”, è evidente che, con la nuova amministrazione, gli Stati Uniti potrebbero tornare a occupare la propria posizione di arbitro tra i diversi interessi europei e di leader dell’Alleanza Atlantica.

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