Un documento firmato da 80 parlamentari del centro-destra invita caldamente il Tesoro a vigilare sugli asset strategici e per giunta detentori di cospicue quote di debito nazionale. Perché i predatori francesi sono dietro l’angolo

Occhi aperti. Mentre nei Palazzi romani si discute della sopravvivenza o meno del governo in carica, c’è chi lancia un allarme, che sarebbe meglio non ignorare. La Francia punta dritto alle nostre imprese, banche o assicurazioni poco importa. Non è la prima volta che suonano sirene di questo tipo, d’altronde la politica industriale italiana latita da tempo (qui l’articolo di ieri di Formiche.net) e non sono pochi gli asset tricolori finiti in mani straniere, francesi, tedeschi o cinesi che siano.

Adesso però la posta in gioco è davvero alta. Ci sono in ballo aziende che non solo rappresentano segmenti importanti della nostra industria, ma sono anche detentrici di miliardi di debito sovrano italiano, rastrellato nel tempo grazie alla sottoscrizione di titoli: Monte dei Paschi, Generali e persino Mediobanca, senza considerare la nascente Stellantis, frutto della fusione tra Fca e Psa ma avente nel suo azionariato, lo Stato francese. Tre asset che da soli muovono decimi di Pil, forse qualcosa di più.

ALLARME FRANCIA IN UN DOCUMENTO

Nel centro-destra la cosa non è passata inosservata, al punto da aver smosso 80 parlamentari tra Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, firmatari di un documento in cui si chiede espressamente all’esecutivo di non mettere le aziende strategiche italiane in condizione di finire preda di aziende straniere poco gradite. Di più. Il documento, visionato da Formiche.net e firmato, tra gli altri da Sestino Giacomoni (Forza Italia) e Giulio Centemero (Lega) e Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) è allegato a una mozione della stessa Lega che impegna il governo a tutelare Borsa Italiana, prossima al passaggio di proprietà dal London Stock Exchange al consorzio franco-olandese Euronext in cordata con Cassa Depositi e Prestiti e Intesa SanPaolo (il via libera dell’Ue è arrivato oggi).

Si parte ovviamente, dalla cessione di Mps, con il Tesoro azionista al 68% che entro metà 2022 dovrà abbandonare Rocca Salimbeni, uscendo dal capitale. “Uno dei temi da attenzionare”, si legge nelle otto pagine del documento, “è certamente la futura vendita di Monte dei Paschi di Siena che rimane la quinta banca italiana per dimensioni. Ora sembra emergere, collateralmente a Unicredit, anche un crescente interesse della finanza francese per l’acquisto di Monte. Già nel mese di giugno 2020 un sottosegretario per l’Economia avrebbe avuto contatti con rappresentanti dei gruppi di Bnp Paribas e Crédit Agricole per discutere della questione Monte dei Paschi”.

Secondo il centro-destra “quello dei servizi bancari e assicurativi è il settore in cui gli investitori francesi sono maggiormente presenti in Italia e la presenza delle due big è notevole: Bnp Paribas controlla Banca Nazionale del Lavoro, che risulta essere il settimo istituto per dimensione, mentre all’ottavo posto c’è proprio Crédit Agricole Italia, che ha operato una strategia d’inserimento prendendo il controllo di Cariparma, Friuladria e Carispezia. Bnp-Paribas e Crédit Agricole sono anche tra i principali attori italiani del credito al consumo, rispettivamente con Findomestic e Agos Ducato, e hanno una pervasiva presenza nel nostro debito pubblico del quale detengono Bnp Paribas 143,2 miliardi di euro, e Credit Agricole 97,2 miliardi di euro”.

Dunque? “In questo quadro, acquisire il controllo di Monte Paschi di Siena consentirebbe grande spazio alla finanza francese, ad esempio anche attraverso un rafforzamento della partnership con Mediobanca, che è anche advisor finanziario di Mps, all’interno del quale l’asse con gli istituti già in mano ai francesi sarebbe il viatico principale per la creazione di un terzo polo bancario”.

OCCHIO A UNICREDIT E GENERALI

Non è finita. “Di nazionalità francese è anche l’amministratore delegato di Unicredit (Jean-Paul Mustier, uscente tra poche settimane, ndr) istituto per il quale è appena stato cooptato nel consiglio di amministrazione e designato come futuro presidente un ex ministro dell’Economia (Pier Carlo Padoan, ndr) del Partito democratico, decisione avvenuta mentre all’interno dell’azienda è in corso il dibattito sull’ipotesi della separazione dei rami italiano ed europeo di Unicredit, prevedendo per il secondo la quotazione alla borsa di Francoforte: il fatto che detto ex ministro sia stato eletto a Siena e abbia seguito da ministro la ricapitalizzazione precauzionale (2014, ndr) di Monte Paschi, ad avviso dei firmatari del presente atto, sembra preannunciare un futuro avvicinamento di Unicredit verso Mps, una notizia che se unita a quella della creazione della subholding non quotata, dove far confluire gli asset italiani che sono soggetti alla volatilità dello spread, tornata a circolare proprio recentemente, desta non poca preoccupazione”.

Ce ne è anche per Piazzetta Cuccia, alias Mediobanca, terzo gruppo bancario italiano per capitalizzazione, già oggi controllata per il 14% del capitale da investitori istituzionali di origine francese e che “rappresenta oggi una preda ambita, perché dà accesso al controllo di Generali (di cui è azionista al 13%, ndr), e perché, rispetto alla quotazione massima del 10 novembre 2019, anche a causa dell’emergenza Covid-19, vale oggi poco più della metà: per l’intero sistema assicurativo e finanziario italiano l’indipendenza e la presenza in Italia di un soggetto di primo piano a livello internazionale come Generali, prima compagnia assicurativa italiana e terza in Europa, con 500 miliardi di euro di attività investite di cui circa 60 in titoli del tesoro italiani, appare fondamentale”.

SCUDO ANTI-FRANCIA

Insomma, sarebbe ora di tornare a vigilare attentamente su asset e imprese che fanno rima con debito. C’è un passaggio molto chiaro nel documento. “Alla fine di dicembre 2019 circa il 33% del debito italiano era in mano a soggetti stranieri e, come riportato nel report Foreign investors in italian government debt di Unicredit, il primo paese investitore è la Francia al 21%, i cui istituti di credito detengono una quota di 285,5 miliardi di euro di debito pubblico italiano proprio in considerazione dei recenti sviluppi, risulta dunque, ancor più necessario, al fine di perseguire gli obiettivi di ripartenza del Paese e attuare un piano di investimenti che garantisca crescita e sviluppo, evitare il rischio di perdita di governance e di autonomia in un settore così strategico e funzionale come quello del mercato di capitali”. Sì, c’è il Golden Power, ma forse serve qualcosa di più.

Ed ecco l’idea, sulla quale Giacomoni, presidente della commissione di vigilanza sulla Cdp, si sta spendendo da tempo. “L’istituzione di un Fondo Sovrano pubblico-privato italiano, o Fondo dei Fondi, che operi con logiche privatistiche di investimento, al pari di quelle applicate alle società di gestione del risparmio private. Un fondo sovrano, gestito da Cassa depositi e prestiti con il coinvolgimento delle società di gestione del risparmio italiane e delle altre istituzioni finanziarie, in cui oltre al risparmio privato, alle risorse pubbliche e alla garanzia offerta dagli immobili pubblici e dal patrimonio artistico e culturale del Paese, possano confluire anche parte delle risorse che l’Unione europea metterà a disposizione dell’Italia con il Recovery Fund, configuradosi come un investimento paziente di lungo termine”.

 

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